“CITTA’ METAFISICHE” di ILARIA PALOMBA (EDIZIONI ENSEMBLE)

Città metafisiche

#Grandangolo di Marco Valenti

Apro il libro e il pensiero va inevitabilmente a Gabriele Galloni, non tanto per la sua prefazione ma per la sua assenza, per la sua scelta di precederci in una strada che pur se in parte condivisa non abbiamo ancora deciso di affrontare per vedere dove porti. Gabriele e Ilaria erano per certi versi una cosa sola, un’affinità cerebrale inscindibile che li faceva sentire vivi. È inevitabile pensare a che cosa sarebbe stato “Città Metafisiche” se fosse stato scritto dopo la prematura dipartita dell’amico poeta.

Terza raccolta di poesie, dopo “Mancanza” del 2017 che analizzava “la perdita” e “Deserto” del 2019 che ne analizzava le conseguenze, ecco il terzo episodio. La tematica dominante [come se Ilaria avesse visto oltre il tempo che stava per arrivare] è quella della sofferenza legata ad un domani che appare nerissimo. È qui che il mio pensiero sull’assenza di Gabriele torna prepotentemente a farsi sentire. È la terza parte di un qualcosa che Ilaria sente dentro e che ha necessitato di tre successive pubblicazione per prendere la sua forma definitiva. Ma non conclusiva?

Ilaria racconta così la genesi del suo libro Città metafisiche nasce da una passeggiata per Roma durante il lockdown. In quel periodo abitavo vicino Campo de’ Fiori e quando uscivo per fare la spesa camminavo per il rione fino al Lungo Tevere, così mi è apparsa una città svuotata della sua funzione ma trasfigurata. Una città che non è più luogo ma paesaggio, e io stessa non ero più un io ma un frammento di quel paesaggio, in un’informità continua, insieme reale e irreale, fisica e metafisica. I luoghi, le persone, le identità si slabbrano, diventano fluidi come fluida è la sessualità, come fluido è il dolore, che è qualcosa di fisico ma viene da una tensione metafisica, al di là dello spazio e del tempo, e si propaga, sostanza sottile, o non sostanza, si propaga e si diluisce fino a svanire”.

Il rapporto di Ilaria con la morte è quello che emerge dai suoi versi, e vede la dipartita fisica, terrena come un risveglio da un torpore che permette di guardare alle cose in modo completamente differente. Un significato del tutto sgombro da condizionamenti esterni, libero e personalissimo. Di non facile condivisione per chi non ha la forza di astrarre il pensiero, ma al tempo stesso completamente dirompente per tutti coloro che riusciranno a calarsi nelle città della Palomba e a attraversarle per intero. Città slegate dalle logiche cementizie, dal rumore della vita quotidiana, dal degrado delle sue periferie. Le sue sono città che fanno parte di un immaginario concreto cui possiamo arrivare solo seguendola. Non ci saranno navigatori a portarci a destinazione, sarà solo la nostra voglia di sposare la sua poesia a indicarci la strada per raggiungerle lasciando la vacuità delle nostre ritualità per seguire un destino ineluttabile che ci vede protagonisti di un disegno troppo elevato per essere immediatamente compreso.

La sua è una scrittura asciutta ma al tempo stesso grondante sentimento. Una liberazione inevitabile e non più procrastinabile che sancisce la necessità di stravolgere la visione comune della sofferenza, raccontandocela sotto nuove spoglie, meno comuni ma decisamente più affascinanti.

Una scrittura decisamente lucida nell’analizzare e nell’analizzarsi. Non un libro autobiografico come si potrebbe pensare, ma un libro che guarda oltre il personale, oltre il materiale e il terreno, oltre tutto ciò che pensiamo di sapere già. Un libro che è analisi ma non necessariamente autoanalisi per come siamo abituati a conoscere. Un libro che va metabolizzato lentamente, per non fermarci alla superficialità che la velocità dei nostri tempi ci impone. Non c’è un tempo di lettura entro cui concluderlo, ma c’è la necessità di comprenderlo. Ogni immagine evocata dalla Palomba ha un suo significato non immediatamente riconoscibile. Starà a noi lasciarci andare e provare ad entrare in contatto con la forza suggestiva e per certi versi disarmante delle sue parole.

Ilaria ci insegna che il cambiamento è inevitabile e per quanto doloroso possa essere è assolutamente necessario. Cambiamo noi ma cambia anche la nostra percezione degli spazi che ci circondano. Cambiano le nostre convinzioni. Cambia tutto. Non cambia però la necessità di Ilaria di interrogarsi, unica vera spinta che la porta a regalarci libri come “Città Metafisiche”.

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