“AMORE E MORTE” di PACO RAMIREZ (MORELLINI EDITORE)

#Grandangolo di Marco Valenti

Alla morte non si sfugge. Prima o pi raggiunge tutti. È così da sempre.

Ce lo dice sin da subito Paco Ramirez, scrittore misterioso che pubblica con uno pseudonimo nel suo romanzo di esordio “Amore e morte” e che ci concede solo questa foto mascherato, come a voler sgomberare il campo da facili e superficiali illusioni. “Quello che fin dall’antichità abbiamo fatto con la morte è ributtante. L’abbiamo rinnegata. Vilipesa. L’abbiamo sublimata. Il risultato? Popolazioni di smidollati che tremano alla sola idea”. Ci siamo autoconviti che, in base a non si sa quale congiunzione astrale, potessimo essere in grado di escluedere la morte dai nostri pensieri, al punto di rimuovere il concetto di morte dalle nostre esistenze. Elevandoci al rango di “immortali”. E forse a sorriderci sopra ci pensa, assieme all’autore, la bellissima copertina di Gabriella Kuruvilla.

Ci pensa Paco Ramirez con questo romanzo a riportarci coi piedi per terra.

La nostra è stata solo un’illusione. Non è possibile rimuovere la morte dalla nostra vita. Anche perché l’una presuppone anche l’altra. Sono due facce della stessa moneta. Non sono così distanti come si potrebbe pensare. Sono secondo Ramirez “entrambe implacabili, libere, animalesche, instintive, totali e rivoluzionarie, perché possono uccidervi ma anche offrirvi un’occasione di rinascita”.

Abbiamo tentato di rimuoverla pensando di fare l’unica cosa possibile, ma non abbiamo fatto i conti con quella che Ramirez chiama “la Signora Nera” e che descrive come una figura “testarda” che rappresenta “l’invenzione più democratica sulla terra”. Una figura che “conosce metodi molteplici e fantasiosi per manifestarsi”, e che “ha fatto dell’imprevedibilità la sua carta vincente”.

“Amore e morte” è un romanzo dicotomico sin dal titolo. E prosegue in questo senso con una vicenda narrata a due voci. Saranno Mariem e Raul a raccontarla. Ognuno dal suo punto di vista, ognuno con le proprie speranze e i propri vissuti. I due provengono da due mondi quanto più diversi possibile, ma finiranno per incastrare le loro vite nel nome della Nera Signora instaurando un rapporto unico e irripetibile. Proprio come quello che abbiamo con la Morte (quella con la M maiuscola).

Mariem è figlia di un musulmano praticante e di una cattolica disinteressata. Un ibrido che ha scelto di non scegliere la propria fede religiosa. Crede soltanto in se stessa. Si definisce “Mestiza, meticcia. Figlia del cielo e delle tenebre. Malinconica, possibilista e suggestionabile” oltre che “rinchiusa dentro a un corpo estraneo”. Cerca di fuggire da un matrimonio combinato cui pare destinata. E lo fa disegnando. Creando un mondo che soltanto lei può popolare. Fuggendo quello reale fatto di soprusi, umiliazioni, diritti negati. Un mondo in cui “i figli vanno castigati, soprattutto le femmine”.

Raul è tanatoprattore. La sua famiglia è da sempre impiegata nel settore e lui è l’erede destinato a portare avanti la tradizione di famiglia. Ha avuto il battesimo con la morte da piccolo, quando ha ottenuto il permesso di assistere alle operazioni di preparazione del cadavere per l’esposizione in camera mortuaria. È lui che si occupa di ritardare la decomposizione del corpo in attesa delle esequie.

Alla base del romanzo c’è il rapporto di entrambi con la morte, cui sono intimamente legati, anche se in modi e tempi differenti. Il loro è un approccio che viene da situazioni originarie distanti tra loro ma riconducibili a un fascino irrestistibile da parte della Nera Signora e di tutto ciò che rappresenta. È la “Blanquita” (uno dei tanti nomi con cui in Messico venerano la “Santa Muerte”) che li accompagna e li sorveglia. È lei, “la Signora fatta di teschio e ossa, che scricchiola a ogni passo lasciando dietro di sé grida e strazio. Che avanza per falcidiare, mentre il suo mantello, al suo passaggio, fa sbocciare fiori”che li prende per mano conducendoli attraverso cimiteri abbandonati, camere mortuarie, sale autoptiche. Il loro è un rapporto che custodiscono dentro ad una stanza chiusa di cui sono solo loro due a possedere la chiave. “Non voglio aprire a nessuno. Non mi è mai accaduto nulla di più bello nella vita e, se da un lato vorrei gridarlo ai quattro venti, dall’altro preferisco che il mio amore resti protetto dalla clandestinità, perché mi sembra che anche il solo condividere la notizia con qualcuno contamini la nostra intimità.”

È un romanzo trasversale. Non facilmente riconducibile ad un genere preciso. Un romanzo che mostra un autore in grado di districarsi attraverso stili e dinamiche tra loro contrastanti riuscendo a creare una coralità che, come la Blanquita, seduce con fascino macabro ma sensuale, trascinandoti nel baratro dei sensi non senza risparmiare considerazioni “alte” sul reale significato della morte e sulla sua accettazione. Non ultima quella che mi porta a chiedermi se la morte interiore non sia alla fine di tutto ancora peggiore di quella fisica.

Ci sono mille modi di morire ma alla fine, qualunque sia la strada che percorreremo la destinazione sarà sempre e comunque la stessa. Il problema come detto sta nell’accettazione della morte come processo naturale parte fondamentale dell’esistenza. Anche perchè non sono poche le domande che possiamo porci nel momento in cui proviamo ad interiorizzare l’argomento. Siamo nulla di fronte alla morte. Ce ne rendiamo conto solo quando il fato ci pone davanti agli occhi la signora con la falce che ci scruta cercando di capire tra quanto potrà tornare a farci visita. Solo allora prendiamo coscienza della vacuità della vita, dell’inutilità del nostro vivere, dell’impotenza che non potrà permetterci di sfuggire ad un destino segnato. Prima che ne rendiamo conto meglio sarà sembra volerci dire il romanzo tra le righe.

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