“La corona di Othal e i Venediger” di Elisabetta Farinelli (EDDA Edizioni)

Amazon.it: La corona di Othal e i Venediger - Farinelli, Elisabetta, Preti,  S. - Libri

Recensione di Raffaella Tamba

Romanzo d’esordio di Elisabetta Farinelli, bolognese, da sempre appassionata lettrice di letteratura fantasy.

Partendo da una bozza affidatale da amico consapevole di non riuscire, a causa di una malattia che lo stava spegnendo, a portarla al termine (Dario Dondarini, al quale l’opera è dedicata), l’autrice svolge una trama prettamente fantasy immaginata paesaggisticamente nel Trentino dei Cinque Laghi. Recupera ingredienti dalla mitologia e dagli usi locali: così, ad esempio, viene citato come popolo confinante, il regno delle Marmotte, dell’epica dei Fanes, mentre, nel seguito della storia, i cosiddetti Uomini-Tronco della misteriosa Foresta Mutante si ispirano ai Venediger, incisioni antropomorfe nel legno visibili come simbolo di buon augurio ed accoglienza fuori dalle case dell’Alto Adige.

Fedele ad uno dei tratti più interessanti della letteratura fantasy, quello dell’aspetto etico-formativo che dà valore a temi che altrimenti non avrebbero alcun rapporto con la nostra realtà, Elisabetta introduce il popolo della Selva, del quale fanno parte i personaggi del romanzo, come fusione di due ceppi molto diversi: i Rudep, scuri di pelle, di occhi e capelli, per lo più artigiani, falegnami, pastori e i Marangon, all’opposto, biondi, di carnagione molto chiara, fabbri ferrai, minatori e cacciatori. Ma non appartengono né all’uno né all’altro ceppo i protagonisti, bensì al popolo dei Maru, originatosi dai vari matrimoni misti che si erano succeduti nel tempo e questo accento sull’unione pacifica delle comunità sarà il leit-motiv di tutto il romanzo.

Partendo dalla struttura della fiaba di cui possiede i requisiti principali (l’eroe, l’antagonista, l’oggetto magico, la lotta fra il bene e il male), l’autrice inserisce elementi propri di altri generi letterari: dal romanzo d’avventura al romanzo cavalleresco. Se l’intreccio conduce gli eroi attraverso le mille incognite e i pericoli indefiniti della Foresta Mutante, nell’impresa di riscatto dei prigionieri selvesi catturati dai curdiani, i seguaci di Curd Mahler, l’antagonista, gli eroi positivi si rifanno ai poemi cavallereschi nella fierezza, nell’educazione ricevuta, nell’abilità con le armi bianche; e ancora nel legame con il proprio cavallo, investito di un nome esemplificativo che lo eleva al rango di compagno su cui contare. Anche il rapporto con le rispettive dame, Verena e Djamila, che incontreranno nel corso della storia e delle quali si innamoreranno ricambiati, ricalca l’amor cortese trobadorico, che idealizza la figura femminile, esaltandone le prerogative. Ma se la dama medievale era abile nel cantare, nel suonare, nel conversare, le dame create dall’autrice sono abili in altre arti, più semplici e collegate al quotidiano: sanno cucinare, utilizzando gli ingredienti più semplici offerti dalla natura, sanno sfruttare le proprietà medicamentose delle erbe, sanno custodire una casa, e, all’occorrenza, sanno ingegnarsi per portare aiuto concreto.  Emblematiche le personalità delle due protagoniste femminili che le rendono estremamente moderne: la capacità di Verena di unire le due nature, mansueta e combattiva, così come la diversa attitudine di Djamila, che, organizzando i prigionieri e la gente del popolo, porta il proprio contributo non con le armi ma con la determinazione. Così, sia i giovani cavalieri che le loro compagne affiancano ai tratti dell’eroe classico, aspetti di concretezza e verosimiglianza tanto da ergersi come personaggi del tutto reali, differenziandosi dalle figure secondarie, tipicamente fantastiche (come l’eterea ninfa del lago, Silberia o gli uomini tronco).

L’intreccio parte dall’assassinio di Florian, il vecchio custode della Corona di Othal, simbolo di tutto quello che la gente poteva sognare, il cui possesso non dava potere, forza, ricchezza, ma piuttosto facoltà mentali potenziate che consentivano contatti con realtà sconosciute, di poter udire suoni, pensieri e voci non percepibili da nessun essere umano. Florian, forse presago, aveva già passato la consegna dell’incarico al nipote, Holdo Waldo, facendogli indossare l’oggetto sacro e, conseguentemente, passandogli il potere di capire il linguaggio degli animali. Gli affida o meglio lo affida ad una coppia di rapaci notturni, una civetta nana e un gufo reale, che svolgeranno una funzione molto particolare, quella di aiutanti buffi: presenze fedeli accanto all’eroe cui sono stati assegnati, ricordano alcuni personaggi secondari delle fiabe che finiscono per diventare più popolari degli eroi protagonisti (si pensi ai topolini di Cenerentola o al facocero e al suricato del Re Leone); ma ricordano anche i servitori della commedia greco-romana e di costume (Molière) o le maschere della goldoniana commedia dell’arte.

Emergono i temi cari all’autrice, la cristalloterapia – nell’enunciazione delle proprietà delle pietre che formano la collana magica che il saggio nano della Foresta Mutante chiede di scambiare con il pugnale di Holdo Waldo, a conferma della priorità delle prerogative caratteriali sulla mera violenza – e soprattutto la fitoterapia e l’olistica, l’arte di estrarre dalle piante e in genere dalla natura tutto ciò che favorisce l’equilibrio di forze interne ed esterne all’individuo. Se le facoltà dei cristalli sono affidate ad un oggetto magico, quelle delle piante sono note e sfruttate da una donna, Verena, nella cui casa, regnavano fragranze autentiche che parlavano di segreti tramandati, di saperi antichi che generano sapori che restano nella memoria, sapori autentici che trasmettono al palato la cura e l’amore con i quali vengono preparati, che appagano il gusto, ma che trasudano cultura, tradizione, la storia dalla quale sono nati. Quella tavola parlava di fatica, di impegno e anche di povertà. E Verena sa sfruttare gli ingredienti più semplici con la premura e la dedizione che producono piccoli capolavori di prelibatezza, come la zuppa di spinaci selvatici con crema di formaggio di capra e porcini (di cui viene descritta minuziosamente la ricetta a pag. 76).

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