“Gli spaghetti alla bolognese non esistono” di Filippo Venturi (Mondadori)

Gli spaghetti alla bolognese non esistono - Filippo Venturi | Libri  Mondadori

Recensione di Raffaella Tamba

Un giallo italiano, specificamente bolognese, in tutto e per tutto: dall’autore – Filippo Venturi è nato, vive, si è laureato in Giurisprudenza e lavora a Bologna come titolare di un ristorante tipico in centro – all’ambientazione degli eventi, dal titolo che ricalca un cliché dell’immaginario straniero per la cucina italiana, ai personaggi, essi stessi bolognesi doc, e, in particolare, all’alter ego di Venturi, il suo protagonista Emilio Zucchini, sagace ristoratore che nel libro precedente questo, “Il tortellino muore in brodo”, aveva avuto la malaugurata idea di aiutare in qualche modo nelle indagini il commissario Iodice a risolvere il caso. La sua sensibilità – che riflette quella dell’autore – è recettiva alle caratteristiche delle persone che frequentano il ristorante: già l’essere soli o in compagnia esprime qualcosa di estremamente personale; ogni compagnia, poi, ha qualcosa di tipico che la contraddistingue e che l’esperienza di Emilio gli ha insegnato ad interpretare. È, ad esempio, con tenerezza che osserva il gruppo delle ‘ragazze’, le sue preferite, quelle signore di una certa età che si chiamano ancora così quando si ritrovano tra loro. Le ‘ragazze’ sono speciali: tranquille, allegre, profumano di armadio al mughetto. E, anche se hanno passato una vita tra i fornelli e cucinano meglio di qualsiasi chef o pseudo tale che circola oggi in televisione, sono sempre prodighe di complimenti. Emilio ne conosce il motivo: loro sanno quant’è difficile fare da mangiare. Per questo apprezzano. E quando sono al ristorante se la godono, anche solo per il fatto di essere servite, loro che da sempre servono in tavola tutti, mariti scorbutici, figli distratti e generi antipatici.

Questa sua capacità introspettiva è, alla fine, un talento investigativo che il commissario Iodice, più sbrigativo e insofferente, sfrutta all’occasione. Ed un’occasione molto particolare è quella che Venturi ha creato per il suo protagonista in questo secondo, brillante romanzo, nel quale ben tre furti, concentrici per gravità, si riversano su di lui nell’arco di poche ore: i primi due lo coinvolgono personalmente perchè avvengono nel suo ristorante, ma il terzo è qualcosa di veramente più grande, un crimine che si abbatte sull’intera città, sulla sua storia, sulla sua anima più intima, semplice e complessa al tempo stesso con le sue due nature che da secoli convivono: credente e scettica, papalina e mangiapreti, illuminata e bigotta, progressista e conservatrice, Bologna è sempre stata una fucina evolutiva di idee e tendenze, priva della necessità di ostentare, semplicemente intenta a fare e a creare, in una continua e crescente proliferazione di arte, talenti, moda, musica, sport e letteratura.

Il furto, che ha ad oggetto l’immagine più iconica dell’intera città, la santa protettrice dei bolognesi, che veglia su di loro ogni giorno da lassù, la bussola, il porto di approdo, il faro sicuro, l’emozione che provano tutti gli abitanti quando, di ritorno da un lungo viaggio, scorgono da lontano il colle della Guardia e l’inconfondibile cupola esagonale della sua basilica. E capiscono di essere tornati a casa, non può lasciare indifferente nessuno, credente o ateo, frequentante o no, perché quell’icona è qualcosa di più che un’immagine religiosa, è l’emblema della fiducia che le cose si possano riaggiustare, che ci sia ancora speranza, che si possano superare le difficoltà.

L’antagonista di Emilio, Mirko Gandusio, detto il grande Gandhi per le sue dimensioni fisiche (grosso quanto una cassapanca dimenticata in cantina lo definisce fra sé e sé il ristoratore quando lo vede la prima volta seduto ad un tavolo del suo locale), è l’emblema di questa fede semplice, profonda, spontanea, una fede che non si nutre di pratiche quotidiane ma del più atavico dei sentimenti, quello filiale. Mirko è figlio, prima che uomo e compagno, e soprattutto prima che ladro e a poco a poco rivela come il soprannome vada ben oltre l’aspetto fisico, identificandone, pur nell’inconsapevolezza di chi glielo aveva affibbiato la prima volta, l’intima, semplice, antica bontà un po’ rozza, un po’ burbera, ma incrollabile e sincera tipica dei bolognesi.

Mirko, quella sera, si trovava nel locale “La Vecchia Bologna” insieme alla cugina con la quale era solito mettere in atto una pratica furfantesca con lo scopo di scroccare una cena per due. Quella volta, però, forse perché il destino aveva in serbo un’altra missione per lui, Mirko, invece di completare la solita sceneggiata, si fa distrarre dalla busta delle mance vicino alla cassa e, approfittando della confusione, prende quella, piantando in asso la cugina. Non solo: infilatosi in una porticina socchiusa di via Altabella per timore che quella volante della polizia cerchi proprio lui, si scopre nella Chiesa di San Pietro, proprio davanti all’icona della Madonna di San Luca che il giorno dopo avrebbe dovuto essere riaccompagnata in processione nella chiesa sulla collina.

Quell’immagine, abituata a proteggere e soccorrere i bolognesi fin dal 1433, agisce sull’anima semplice e buona di Mirko che, in stato di evidente alterazione emozionale, la rapisce con la vaga idea di chiedere un riscatto, dando così il via ad un intreccio rocambolesco che coinvolge un narcotrafficante e perfino le alte sfere della Curia: una telefonata strana e ambigua tra il vescovo Quaglia (ogni riferimento a persone reali è sottilmente voluto!) ed il sacerdote di San Pietro porta il lettore a presentire qualcosa di anomalo, di inquietante che aleggia intorno all’immagine derubata. Nello stesso tempo la penna di Venturi, fertile di invenzioni umoristiche, inserisce nel contesto un’altra telefonata ricevuta da una coppia di anziani, Franco Curia e Mirella Bologna, i cui cognomi sono causa di equivoci grotteschi che saranno decisivi per lo svolgersi degli eventi.

Ne esce una storia divertente e commovente, un giallo fulgido di colpi di scena, dove l’ironia gioca il suo ruolo più alto, quello non tanto di sdrammatizzare la visione degli eventi, che in certi casi può non essere etico, ma di rivelarne le sfumature noir nascoste, quelle che indagano la psicologia sociale di una realtà. E nel bolognese, la società è fatta di fedeli, di avventori, di figli, di persone che hanno una reverenza mistica semplice e profonda, insita nel percorso storico che l’ha vista per secoli sotto il dominio della Chiesa; persone che hanno costruito la propria fama turistica anche sull’arte culinaria, che ha prodotto capolavori di fama mondiale, persone che si ritrovano ancora, ritualmente, la domenica intorno al desco familiare spesso allargato, persone che in maggio si affollano in una variegata processione che accompagna la Madonna alla sua sede abituale, sulla collina della Guardia che tutti i bolognesi sentono come loro simbolo tanto quanto le due torri e le tagliatelle. E non si pensi che questi accostamenti suonino blasfemi. Venturi riesce perfettamente a combinare ingredienti per natura così diversi, cucina, religione, storia, in quella che risulta l’icona della schietta concezione familiare di vita dei bolognesi. E l’abbondante e ben dosato pizzico di humour rende il romanzo leggero e saporito.

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