“L’occhio di vetro” a cura di Daniele Maria Pegorari (Mursia)

Amazon.it: L'occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale - Cristò,  Fais, Matteo, Golisch, Stefanie, Guglielmin, Stefano, Kostka, Izabella  Teresa, Lucrezi, Eugenio, Oliva, Marilù, Ritrovato, Salvatore, Pegorari, Daniele  Maria, Oldani, Guido - Libri

Recensione di Raffaella Tamba

Una coraggiosa raccolta di racconti coraggiosi questa del professore Daniele Maria Pegorari, docente di Letteratura Italiana moderna e contemporanea all’Università di Bari. Una raccolta coraggiosa perchè ispirata ad un principio caustico, provocante coniato dal poeta Guido Oldani nel 2010, quello di “Realismo terminale”, espressione con la quale denunciava “la sconfitta dell’umanesimo ad opera delle cose”. Condividendo quel “coraggio inusuale di gettare nello stagno dell’attuale scena culturale italiana il sasso di un ragionamento letterario che parta da una spietata analisi delle trasformazioni sociali, economiche e antropologiche in corso, s’interroghi sullo stile più adatto a narrarle”, Pegorari ha dato voce ad autori e autrici che nella forma loro più propria, hanno cercato di offrire un salvagente al naufragio delle ideologie di umanesimo nel senso più letterale del termine. Ogni individuo si ritrova isolato dal contesto sociale, messo di fronte alle pretese di un mondo consumistico e materialista nel quale la sua personalità non ha valore se non in quello che possiede o che esprime esteriormente: “Le donne e gli uomini contemporanei affrontano il quotidiano con ansia da prestazione e col terrore di essere, e soprattutto di apparire, inadatti: non c’è niente di più tremendo, oggi, che essere bollati come perdenti. La città dei poeti e dei prosatori realistico-terminali è, allora, la «selva oscura» di questi soggetti smarriti”. I racconti che Pegorari raccoglie sanno esplorare quella selva e recuperare quei soggetti smarriti perchè hanno il coraggio del tocco verista sensibile e delicato, non spietatamente efferato come nella massa di thriller e noir di bassa lega che imperversa oggi spesso travolgendo le opere di vero pregio. Il loro è un realismo partecipato, raccontato con dolore, rispetto e tenerezza. Riescono a trasmettere una preziosa “insopprimibile istanza etica che li fa essere come gli angeli raccoglitori di scorie, per i quali la disperazione lascia lo spazio alla memoria dell’inadempiuto”.

Ogni racconto fotografa una forma di falsificazione della realtà, rendendoci un grande servizio: avvertirci che siamo sull’orlo di un precipizio e accompagnarci per mano fino a farcene scorgere la profondità, la disumana diffusa indifferenza ai sentimenti propri e altrui.

La solitudine che trapela dal racconto distopico di Cristò, In vostra assenza, è straziante. La voce di un testimone invisibile restituisce il vissuto di un luogo ormai abbandonato, consunto e avvelenato da un progresso sconsiderato, un luogo dal quale gli abitanti sono fuggiti lasciandone alla mercè del tempo solo ricordi e dolori, nessuna speranza: “Ricordo e non voglio ricordare, perché questa memoria umana mi fa tornare individuo, perché in questo moto nostalgico torno a essere uno di voi anche nella vostra assenza, persino nella mia. Perché ho smesso di essere ovunque?”

Una denuncia riportata con toni ironico-cinici è quella di Matteo  Fais nel racconto Lei è comparsa, nel quale il protagonista, un uomo socialmente realizzato, si ritaglia momenti segreti nella visione di film pornografici scaricati sul computer. E’ lo sfruttamento della superficie di un’umanità ignorata, di chi presta la propria immagine perchè è quella l’unica cosa ricercata. Che accadrebbe se un giorno la sostanza sotto la superficie prendesse consistenza e pretendesse realtà?

Stefanie Golish è presente con una poesia, Klappmesser (coltellino svizzero) nella quale viene sbugiardata la viltà come la vera antagonista del bene: ben più insidiosa del male che si riconosce subito, la viltà serpeggia, si mimetizza, si dissimula; ma è ovunque. Sono vigliacchi tutti coloro che vivono di immagini e falsità, che non si fanno domande, che hanno costruito un mondo a propria misura, un mondo di “quotidiana orribilità: la vigliaccheria, l’indifferenza, il menefreghismo”.

Un requiem per il giallo – parafrasando Dürrenmatt – si potrebbe definire il racconto di Stefano Guglielmin, In casa, una borsa, per cominciare, costruito con un sottile filo d’ironia su un episodio quasi insignificante che viene elaborato in un groviglio di sospetti e probabilità immaginate che assumono contorni più netti di quella che è la scialba realtà: “Se guardi fuori, ogni cosa ti si muove davanti illanguidita, come se fosse in panne: il lavoro, l’amore, il denaro, ogni cosa galleggia a mezz’aria, grigia, tutto tranne la misera certezza” di un pensiero autocostruito per dare uno sprazzo di luce alla nebbia del quotidiano.

Un atterraggio di emergenza di Izabella Teresa Kostka, ispirato al 13 dicembre 1981, quando il generale Wojciech Jaruzelski proclamò lo stato di guerra e formò un Consiglio militare di salvezza nazionale decretando la sospensione dei diritti costituzionali, è un racconto dalla straordinaria potenza esemplificativa che si legge col fiato sospeso: con sardonica amarezza la narratice prende atto della vacuità dell’umanesimo di oggi con un’accusa potente quanto inutile, perché è certa che andremo ancora avanti sul cammino della perfezione fasulla: “Vivo al tempo dei codici a barre, delle sim card, delle pendrive e dell’amore virtuale, del sesso superficiale e delle tette rifatte, che servono per salvare stupide apparenze. Si accumulano gli affetti su un hard disk esterno, facile da scollegare a piacimento (…). Tutto è ridotto al valore dei numeri, dei conti bancari, delle imposte e dell’IVA, siamo schedati come pezzi di ricambio utili soltanto per far funzionare un perverso macchinario. Ci abbagliano le vetrine che, come spinelli, offuscano il giudizio e ci rendono vuoti come barattoli di vetro, pronti per essere riempiti di caramelle (…). Noi, piccoli pupazzi telecomandati, gestiti dalle famose multinazionali, ci accovacciamo negli angoli delle buie stanze attendendo, all’alba, un aggiornamento dei desideri”.

Allucinante l’effetto reso dalle immagini fantareali con cui Eugenio Lucrezi, in Un congresso importante rende l’inconsistenza di questa dimensione nella quale viviamo, una dimensione che si è infiltrata fra il nostro passato, istintivo e sanguigno, rappresentato dai pescatori, dalla caduta del bambino, dal salvataggio da parte del giovane, e il presente, frivolo e insignificante che non avrebbe neppure bisogno di astrarsi nelle false illusioni prodotte dalla droga, perché è già di per sé fatiscente e alterato.

Delicatamente malinconica, Marilù Oliva, tesse in Quando lei sparì nel nulla, la trama di quella che, da sempre, è ispirazione dei suoi romanzi, dei suoi saggi e del suo insegnamento di vita: la testimonianza di donne che sono state private della vita, della consapevolezza della morte e del ricordo sincero di chi le ha conosciute. Santina, la giovane protagonista, un’effusione di vitalità e spensieratezza, misteriosamente scomparsa, è tradita da tutti, nell’omertosa accettazione di una falsa verità imposta a salvaguardia della facciata sociale.

Un giocattolo, uno dei più antichi e tradizionali, una bambola, è, nell’omonimo racconto di Salvatore Ritrovato, La bambola, l’oggetto transizionale non di un bambino per staccarsi progressivamente dalla mamma, ma di una mamma mancata e quel figlio mai generato. Una transizione inversa, dalla consapevole maturità, all’innocenza dell’immaginazione.

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