“Molto a sud di Stoccolma” di Alessio Schiavo (Fernandel)

Recensione di Patrizia Debicke

Un piccolo paese dove tutti si conoscono e vivono là vicini a distanza di poche case, magari coltivando dietro la villetta un orticello a fare pendant con il giardino davanti. Un piccolo paese in cui solo alcuni pochi  si spostano per la giornata e vanno a lavorare altrove, in città. Novembre si avvicina, il giorno dei Santi e dei morti e con questi anche in provincia Hallowen, l’usanza americana ormai trasformata in nostrale carnevalata. E sarà  proprio durante  i preparativi locali tra ragazzi per Hallowen, che una ragazzina, un’adolescente quattordicenne viene rapita all’angolo di una strada. Stordita, caricata su un furgoncino e poi più  niente.

Quando finalmente si risveglia è stranita e ha mal di testa. Si guarda attorno spaventata: è sola in un luogo sconosciuto: un piccolo appartamento, una stanza e un bagno con doccia e gabinetto alla turca dove lo specchio è stato sostituito da un foglio di stagnola. Non ci sono finestre, la luce viene da alte plafoniera  sul soffitto, irraggiungibili. Vicino a lei una sedia e un tavolo di vimini, di quelli da veranda o da giardino. Il suo letto, o meglio il giaciglio in cui è sdraiata è appena un materasso con un cuscino ma  è stato fornito di coperte. Il comodino è solo uno scatolone, poggiato su un lato. Tutto a prima vista  in ordine, molto pulito. Alza la testa spaurita e  sul tavolo scorge qualcosa, un foglio. Si alza lo prende in mano  e comincia a leggere. C’è scritto: “Ti prego di non piangere. Di smettere, nel caso tu abbia iniziato. Di regolarizzare il tuo respiro. Avevo pensato di esordire semplicemente con Calmati, salvo realizzare che sarebbe risultato pretenzioso, controproducente, o persino sarcastico: calma, nella tua situazione, non puoi esserlo. Ho quindi deciso di pregarti almeno di sembrarlo… Forse risulta sarcastico questo mio secondo paragrafo. Rimedierò con il terzo. Non subirai nessun male fisico …e in particolare nessuno di carattere sessuale”.

L’adolescente ha paura lo stesso. È stata rapita, no, peggio: narcotizzata e rapita, ma quelle parole e le altre numerose e dettagliate  che seguono  danno indicazioni tipo prendere i cachet per il mal di testa causato dalla droga utilizzata, come vestirsi, lavarsi, mangiare  spiegano che la porta dell’appartamento è solida, chiusa a chiave e non è destinata ad aprirsi ma contengono anche rassicurazioni se così si possono chiamare. L’adolescente non vedrà mai chi l’ha rapita. O almeno così sta scritto. Sembra la verità.  Ah, poi riceverà regolarmente i sani pasti giornalieri, i vestiti per coprirsi,  qualcosa da leggere  e ogni cosa il suo carnefice ritenga necessario per il suo benessere le verranno  forniti attraverso un apposito sportello inserita in una porta chiusa ermeticamente e, attraverso lo stesso, riceverà di volta in volta nuove istruzioni e dovrà tassativamente rendere gli avanzi e tutti i rifiuti. Un sistema di trasmissione irraggiungibile trasmetterà musica diciamo colta: da camera operistica o altro ma solo di qualità.  Nessun altra forma di comunicazione.  

Il romanzo  si protrae e prosegue con il  minuzioso diario, un lungo sofferto monologo  che riporta giornalmente mese per mese, gli appunti e i pensieri e le reazioni di  chi ha rapito la vittima, l’adolescente la ragazzina e di quello che crede di vedere e intuire nella sua cavia da esperimento.   

Chi l’ha rapita si sente imbevuto in una missione e ci crede. Ignora richiami e appelli degli affranti genitori della sua preda, le fiaccolate paesane che ne chiedono la restituzione alla famiglia, il vorticare delle elucubrazioni dei media in caccia di impossibile scoop.  Vorrebbe regalare alla sua cavia, vittima, allieva una sorta di educazione,  un’etica  tutta particolare che implica scelte lontane dalla vita reale delle coetanee della ragazzina. Magari nel fondo della sua mente si illude di riuscire a plasmarla a sua immagine oppure?.  Ma a differenza del ben noto  caso svedese, la sindrome di Stoccolma, richiamato anche dal titolo della storia, tra la  vittima e il suo carnefice non nascerà mai  empatia,  ma anzi molto presto comincia una sorta di duello, una combattuta  partita a scacchi, giocata mossa dopo mossa con un’ inossidabile risposta reattiva. La pseudo vittima infatti si rivela tutt’altro che una indifesa succube, anzi pian piano si trasforma  in una lucida  belva affamata sempre in attesa della crepa, del pur minimo errore che possa consentirle di farsi avanti e colpire.

Una storia tragica dunque, a tratti  incomprensibile e dai risvolti inquietanti, ma  l’adolescente, la prigioniera è un tosta, una dura. Qualcuno che non si rassegna mai, ignora la suasione, la disciplina, l’abbandonarsi e il  cullarsi nell’oblio e subire.  Peggio di Montecristo senza un abate Faria e fare da spinta e suggeritore, s’ingegna, adotta sempre nuove contromosse. Non si arrende, insiste, persiste indomabile.  Fino alla fine e quale fine?                             

Un romanzo così breve ma lungo a sufficienza per creare una storia, una tragica e deviata  messa in scena. In cui qualcuno può pensare e agire così. Poi perché lo faccia è un’altra cosa. Tanto per cominciare fin dalle prime pagine ci si chiede quale sia l’innesto o meglio la perversa molla che ha messo in moto e poi in opera quella che pare solo una punizione o peggio una vendetta. Ma per punire chi, se non un’innocente o per lo meno qualcuno che non ha commesso nulla di veramente esecrabile?  É dunque un torbido carnefice che si auto giustifica quasi che volesse riservare ad altri la  punizione che pensa di meritare?  Oppure? Romanzo di esordio  di Alessio Schiavo “Molto a sud di Stoccolma” è un noir che fin dalle prime righe attira il lettore nella sua spirale claustrofobica, scritto con un linguaggio minuzioso, inquietante, mai scontato.

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