“I cieli di Philadelphia” di Liz Moore (NN Editore)

Recensione di Nuela Celli

I cieli di Philadelphia (titolo originale ‘Long Bright river’) di Liz Moore, è un romanzo di una bellezza e intensità rare, un lungo viaggio per le strade e per i vicoli più malfamati di Philadelphia, in un quartiere, Kensington, che vede l’umanità declinata nelle sue condizioni più estreme, ma anche più toccanti, in cui tra mille cadute devastanti possono avvenire delle rinascite insperate.

Liz Moore è una scrittrice (oltre che musicista) dalla bravura straordinaria, insegna scrittura creativa nella Temple University di Philadelphia e con il romanzo Il peso, in Italia pubblicato da Neri Pozza, ha raggiunto un vasto successo di pubblico.

La sua scrittura è semplice, mai esibita o alla ricerca di involuzioni che stupiscano, e sa coinvolgere da subito, con una forza magnetica, che arpiona le nostre emozioni senza sconti. Risultato: quattrocentosessanta pagine ad altissima intensità.

Come scrive nella nota a fondo libro Ada Arduini, che per NN Edizioni ha tradotto questo romanzo: ‘Liz Moore ha la capacità rara di entrare a fondo nella vita delle persone (e non personaggi) che racconta, con discrezione e grande empatia.’ Definisce la sua mano ‘delicata ma ferma’, di ‘un’accuratezza quasi fotografica’.

La storia narrata si svolge prevalentemente nel quartiere di Kensington (Philadelphia). Michaela Fitzpatrick è un’agente di polizia. Ha un figlio piccolo del quale si prende cura da sola e ha scelto di pattugliare le strade di Kensington (e non di fare carriera, magari come detective) perché è il quartiere dove è nata e lì, come un sofferente angelo custode, osserva a distanza la sorella minore Kacey, che ha scelto tutt’altra vita e si prostituisce per potersi permettere la dose quotidiana.

E proprio quando qualcuno comincia a uccidere le prostitute del quartiere (Michaela sarà la prima ad accorgersi della serialità delle sparizioni) Kacey svanisce, lasciando dietro di sé ben poche tracce. Tutto inizia con il ritrovamento di un cadavere: gli occhi aperti, steso al freddo, indifeso e semisvestito. Il corpo appartiene a una giovane donna che sembra ‘stupefatta, incapace di credere al destino che le è toccato, distesa su un letto di foglie.

Michaela, che insieme al collega ha risposto alla chiamata, si avvicina cauta alla scena del crimine e istintivamente prova un egoistico senso di sollievo, perché perlomeno, pur nella tragedia, la donna non è Kacey, che più volte ha salvato dalle overdosi e che in diverse occasioni ha dovuto arrestare per adescamento, una sorella schiava della dipendenza per la quale non riesce, nonostante le tante tante delusioni, a provare indifferenza.

Nulla in questo romanzo è prevedibile, ogni volta rimaniamo spiazzati dalla piega presa degli eventi e da ciò che veniamo a sapere e ogni colpo di scena rende la storia più credibile, fornendoci nuovi tasselli per comprenderne i perché e le dinamiche.

Michaela e Kacey sono orfane di madre, morta giovanissima per overdose. Cresciute da una nonna povera, distrutta dal dolore per la perdita della figlia e del tutto anaffettiva con le nipoti, le due ragazze attraversano l’adolescenza in un quartiere dove la droga dilaga e rappresenta l’orizzonte di senso dei più.

Quando la nonna decide di inviare le due sorelle in un doposcuola gratuito, parte del destino di Michaela verrà scritto:

Alla fine sentì parlare di un doposcuola organizzato dalla Lsp, la Lega Sportiva della Polizia. Là, in due sale enormi ed echeggianti e su un pezzo di terra sarchiato, giocavamo a calcio, pallavolo e basket, incalzate da bordocampo dall’agente Rose Zalecki, una donna alta che da giovane era stata un’eccellente sportiva. Là ci ripetevano sempre che dovevamo continuare ad andare a scuola, che non dovevamo fare sesso e dovevamo stare alla larga da droghe e alcool. Ogni tanto arrivava qualcuno che era finito in galera e ribadiva il concetto proiettando delle diapositive, poi festeggiavamo con biscotti e limonata.’

Il rapporto tra le due sorelle inizia a sfaldarsi quando Kacey, la più piccola, quella che non ha ricordi della madre e che proprio per questo motivo, emotivamente, è la più fragile, comincia a perdersi tra sesso e abusi di sostanze:

‘Ci allontanammo sempre più l’una dall’altra. Senza di lei la mia solitudine diventò clamorosa, un rumore di fondo costante, un arto supplementare, una lattina vuota che mi tiravo dietro ovunque andassi.’

A metà tra una detective story e una saga familiare, questo romanzo ci incalza già dalle prime pagine, con momenti d’azione e colpi di scena miscelati a pagine di un’introspezione toccante, in cui l’alternanza tra presente e passato accresce la suspense e l’attesa.

Tra le strade di Philadelphia, tra negozi ‘tutto a un dollaro’ e case pignorate con porte e finestre sprangate, atmosfera dalla potente suggestione per cui l’autrice ringrazia il fotografo Jeffrey Stockbridge, Liz Moore ritrae un’umanità sospesa, snaturata dalla droga, abbandonata in un contesto sociale a maglie troppo larghe, abbrutita dalla dipendenza, alla ricerca di una normalità che è spesso utopia, con un grado di empatia e nitidezza che colpiscono.

Se non conoscessimo l’autrice potremmo essere tentati di pensare che si stia leggendo una coraggiosa biografia.

Nulla è definito a tinte nette e con toni manichei nella divisione tra il bene e il male, ogni personaggio ha mille sfaccettature, difetti, debolezze, colpevoli esitazioni e straordinari momenti di coraggio e redenzione.

I cieli di Philadelphia è un affresco del cuore oscuro dell’America, quella in cui la mobilità sociale, il capitalismo fagocitante, e un tessuto familiare troppo spesso dilaniato dalla mancanza di politiche con una solida idea di welfare, creano mondi da incubo, come alcuni luoghi di Kensington, il quartiere che la coraggiosa Michaela pattuglia, giorno dopo giorno, per seguire un istinto di protezione e amore che nessun trauma o bruttura può soffocare.

Unica controindicazione per questa lettura, Michaela e Kacey finiranno davvero per mancarci, quasi fossimo entrate nella loro sgangherata e sofferta famiglia, e ne fossimo, nel bene e nel male, coinvolte.

Liz Moore, per me, è stata una bellissima scoperta, una di quelle autrici che una volta lette, per un tacito accordo, non si vuole più abbandonare. Un motivo in più per seguirla, nel 2014 ha vinto il Rome Prize, trascorrendo un anno all’Academy di Roma, dove ha completato la stesura di The Unseen World, di prossima pubblicazione per NNE. Non ci rimane che attendere.

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