“We were grunge” di Alessandro Bruni (Paolo Persiani Editore)

Recensione di Raffaella Tamba

Felicissimo titolo: onomatopeico nell’evocazione di una musica che sa essere suadente (we were) e rabbiosa al tempo stesso (grunge).

In un rivissuto personale di questo genere che ha attraversato come una meteora il rock americano sul cielo di Seattle degli anni ‘80, Alessandro Bruni, avvocato e scrittore bolognese, con un romanzo fortemente introspettivo, nel quale si confonde con il narratore protagonista, va alla ricerca del perchè tre su quattro dei grandi di quel genere, dopo vite devastate dalla droga, siano prematuramente scomparsi.

Il giorno in cui viene a sapere del suicidio di Chris Cornell, sulle prime non è neppure del tutto sorpreso, quasi se lo aspettasse: la vita, il destino, sono una cosa strana, a volte funzionano come un elastico, un laccio estensibile, che può allungarsi e concederti margine e dare la percezione di un allontanamento definitivo da un problema; invece a un certo punto, quella corda si tende, si ritira, si accorcia e ti riporta a un certo destino preciso.

Poi comincia a pensare alla fatalità che ha travolto i cantanti dei principali complessi grunge. Chris è il terzo dopo Kurt Cobain e Layne Staley; rimane solo Eddie Vedder. È turbato. Come se un legame particolare lo unisse a quelle vittime. Decide di prendersi tre settimane di evasione e ritiro per riflettere e scrivere una storia che aveva da tempo in testa in un garbuglio di emozioni che non gli riusciva di dipanare sulla carta. Chiede in prestito ad un amico una casa nei dintorni di Rioveggio, fra la Strada Romana e il Cammino degli Dei, luoghi dal nome significativamente evocativo. Luoghi adatti ad estraniarsi dalla realtà per inseguire quei fantasmi che continuano ad aleggiare nelle note della loro musica. Il suo è un cammino reale nei boschi dell’appennino tosco-emiliano e nello stesso tempo spirituale in un dialogo interiore con l’unico sopravvissuto, Eddie. E’ a lui che il narratore in prima persona si rivolge, perchè se c’è qualcuno che può essere interessato alle stesse risposte di cui va in cerca e nello stesso tempo utile per trovarle, è colui che, solo, non si è perso su quella strada che ha invece travolto tutti gli altri: Per te è diverso, Eddie, quasi ogni cosa che hai fatto è riuscita

Chris Cornell, Curt Cobain, Layne Staley si sono alternati sull’onda del successo, scaraventandosi a vicenda giù da essa come se uno solo avesse la possibilità e il diritto di cavalcarla e dominare. Un senso di gelosia per ogni capolavoro realizzato dall’altro rodeva quelle anime inquiete: Chris decide di morire dopo un concerto con i ragazzi, la sua band. L’ultimo applauso del pubblico fedele al grunge che vuole che la vita e la musica siano una cosa sola. Poi un’auto, strade di Detroit, l’MGM Hotel, un ascensore, un corridoio, una porta, una stanza, un cesso (…). Kurt è bruciato in una folgore che ha avvampato una notte; Layne è marcito poco per volta, al ritmo lento di una nenia meravigliosa, capace di cullare sogni tossici, le dannate astinenze, ogni fallimentare tentativo di risalita verso la superficie. Perchè? Qual è il disagio esistenziale, il senso di vuoto, di insoddisfazione lancinante che cancella nella mente di una persona ogni forma di concretezza e realismo?

E’ la musica che trascina in un vortice emozionale o la musica è la strada concreta che può salvare? La musica doveva rappresentare un arricchimento, una forma di gioia percepita, di consolazione. Perchè non lo è stato? Era il grunge, frenetico, arrabbiato, straziante, ad esprimere quella rabbia, quel dispetto o sono stati la rabbia ed il dispetto a produrre il grunge? Il grunge è scomparso perchè sono scomparsi loro o loro sono caduti dopo che il grunge ha esaurito la sua carica? Capolavori musicali come Dirt, Jar of flies, Nutshell, Smell like teen spirit, con la loro capacità di sprigionare emozioni che si alzano e levitano sulla sofferenza, con il potere di proteggere, accudire, perchè restavano unici e inimitabili?

Come un cammino mistico, il suo trekking solitario lo conduce in un viaggio interiore, difficile, estenuante, nel quale gli sporadici incontri con gli anziani avventori dei bar in cui si ferma, il sorpasso di un paio di instancabili escursionisti tedeschi e la conoscenza di due ragazze che sembrano inviate dal destino per una strana coincidenza di mete, sono gli unici contatti sociali che ha per due settimane.

Se Eddie e gli altri sono i fantasmi che lo accompagnano in quel cammino, la moglie Linda e le due figlie, rimaste a casa ad aspettarlo, sono le voci che lo tengono legato alla realtà, ansiosa quella di lei, trillanti e innocenti le loro. Sono l’appiglio di speranza cui, pur con difficoltà, il protagonista si tiene afferrato per non perdersi anche lui.

La narrazione al tempo presente e la particolare tecnica scelta, di un monologo diretto ad un interlocutore che non c’è ma che si vuole quasi con rabbia pretendere che esista, fanno emergere quelle sensazioni di fatica fisica e confusione emozionale che attanagliano il protagonista: nella nostalgia dei toni viene volutamente sfumato il confine tra l’autore e il narratore interno.

Dalla dedica emblematica, per quelli che soccombono e quelli che restano, il romanzo si struttura su quattro capitoli, uno per ciascuno degli eroi del primo grunge: Chris Cornell dei Soundgarten, Kurt Cobain dei Nirvana, Layne Staley degli Alice In Chains e Eddie Vedder dei Pearl Jam. Per dare ad ognuno di loro quanto dovuto della grandezza portata nella musica. E, soprattutto, per richiamarli e non perderli, perché non c’è nessuna differenza fra chi è andato e chi è rimasto. Siete parte di uno stesso gioco, di un unico spettacolo, una sola storia in cui si entra e si esce di scena ma una volta entrati si esiste per sempre. È un po’ come il Natale, dobbiamo crederci. E quando i bambini ci guarderanno severi e dubiteranno, dobbiamo insistere: chi si è assentato non lo ha fatto veramente, è ancora qui. A volte non li vediamo ma ci sono. Possiamo chiamarli angeli custodi, spiriti buoni, anime guida. Non c’è nessuna differenza, siamo tutti qui.

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