“Non esistono posti lontani” di Franco Faggiani (Fazi Editore)

Recensione di Raffaella Tamba

Un viaggio da Bressanone a Roma e poi a Ischia, una fuga per tutta la penisola nel pieno di una guerra che sta volgendo al termine senza perdere nulla delle sue atrocità. Primavera 1944. Il protagonista, Filippo Cavalcanti, è un professore di settantadue anni, archeologo, impiegato nell’ufficio del Ministero dell’Educazione Nazionale. Rifiutatosi di prendere la tessera del partito fascista che gli avrebbe consentito qualche anno prima di proseguire la carriera anziché venire rinchiuso in un ufficietto dimenticato dal mondo, ora si trova per la seconda volta di fronte alla scelta fra rimanere coerente alle proprie idee o accettare il compromesso. A quell’età non ha dubbi. Rifiuta. E il suo superiore che, invece, per proteggere la famiglia ha preferito cedere, lo manda a Bressanone, con un incarico ambiguo. Dovrà controllare gli imballaggi di un certo numero di opere d’arte appartenenti ai musei italiani che sono state destinate al mercato dei ricchi collezionisti tedeschi: quadri patrimonio della nostra cultura, venduti ignominiosamente. Fra quelle opere, si trova anche un oggetto particolare, un sarcofago egizio che lui sa avere per Cavalcanti un valore affettivo molto più alto del suo già consistente valore economico. Offeso dal tradimento del vecchio amico, Cavalcanti rimane esteriormente impassibile, ma a parole esprime chiaramente il proprio disgusto: “Un furto autorizzato in piena regola, che va avanti dal 1938”. Parole forti che vogliono restituire lo schiaffo morale ricevuto. L’intima contesa fra i due però non va oltre. Si lasciano con un’amarezza che, dietro la patina di delusione dell’uno e risentimento dell’altro, non riesce neppure a trasparire.

Ma per Cavalcanti, e non solo per lui, quella che sembrava essere la fine di tante cose (carriera, aspettative, gratificazioni), diventa l’inizio di qualcosa di completamente nuovo e inaspettato.

Una panchina ai margini del bosco sui monti altoatesini è il punto di questa svolta. A quella panchina dove il professore si reca ogni tanto per far passare il tempo perdendosi nei ricordi, viene avvicinato da un giovane malandato che dimostra più anni di quelli che probabilmente ha e che, come scoprirà più avanti, notando il portamento nobile e l’abbigliamento elegante di quell’anziano signore, lo aveva identificato come la persona ideale per realizzare quel progetto che vagheggiava da tempo: tornare ad Ischia, la sua isola. Agli antipodi per estrazione culturale e carattere, il professore ed il giovane Quintino Aragonese, mettono insieme i risentimenti e le disillusioni, cercando un riscatto che rappresenta, per il giovane, la ripresa di una vita interrotta, e per l’uomo, la salvaguardia di un patrimonio nazionale. In un capovolgimento di ruoli, il professore diventa il braccio, il sostegno economico e linguistico, grazie al denaro che ha con sé e alla sua conoscenza del tedesco e Quintino diventa la mente di un piano tanto pazzesco quanto razionale: per lui, fuggire e tornare al suo paese, per il professore, riportare le opere d’arte a Roma e soprattutto non lasciar partire per la Germania il prezioso sarcofago egizio. Una collaborazione che parte dall’officina di Bressanone dove Quintino lavorava, con un camion potenziato dalle sue abili mani ed un tragitto meticolosamente pianificato per sfuggire ai più rischiosi posti di blocco, alle strade più controllate e frequentate. Un tragitto che prima li allontana dalla meta, poi li avvicina a poco a poco, serpeggiando lungo lo stivale italiano, alla ricerca dei transiti che offrano più speranze di passare inosservati, attraverso un’Italia ancora preda di fascisti e tedeschi esasperati dalla sconfitta; un’Italia nella quale gli Alleati sono in procinto di farsi largo, mentre le bande partigiane combattono la loro guerra nascosta e capillare; un’Italia devastata dagli anni impietosi di conflitto che ha mietuto vittime e lasciato superstiti privi di qualsiasi cosa, dove la giustizia ha perso i contorni ufficiali che la contraddistinguono in tempi di pace, boccheggia fra vita e morte, senza potersi più permettere il lusso dei principi e della morale: “Adesso siamo tutti alla disperazione. E la disperazione è la madre della paura e dell’odio e chi odia pensa alla vendetta”. Quintino è interprete di questo sbando, una totale anarchia in cui le leggi sono state usurpate dalla parte sbagliata e non sono più utilizzabili.

È, chiaramente, un viaggio ben più profondo e articolato del mero percorso stradale, un viaggio di conoscenza reciproca e, per il professore, un viaggio interiore alla scoperta di una vita emozionale che non sapeva di avere, momenti irrecuperabili, amicizie e amore, sacrificati ad un’esistenza di studi, scavi e insegnamento. I dialoghi con Quintino, sempre sul binario di un’ironia, prima distaccata poi via via più spontanea e affettuosa, lo portano a ‘trovarsi’, intimamente, profondamente. Ad aprirsi, riconoscersi.

Quintino, nella sua apparente sconclusionatezza, nella sua scombinata leggerezza, risulta, in realtà, molto più preparato e consapevole di fronte ai casi della vita, di quanto non sia l’eminente professore. Ma il suo atteggiamento resta sempre rispettoso, quasi sottomesso: non cessa mai di chiamarlo ‘professò’ e dargli del voi, così come del resto, Cavalcanti, presuntuosamente all’inizio, poi paradossalmente per sottolineare il rispetto e la stima, continuerà a dargli del lei. Una scelta sottile ed eloquentissima che consente all’autore di tracciare dei dialoghi bellissimi, spiritosi e profondi, seri e scherzosi. Dialoghi che esternano le vite di entrambi, le cose perdute, ma soprattutto quelle che hanno lasciato un segno indelebile.

Il pregio di Cavalcanti è quello di sapersi trasformare, di non arrendersi all’età e alle imposizioni provenienti dall’alto e per lui indiscutibili, di accettare il compromesso con qualcuno di completamente diverso da lui, di non rifiutarlo. Con l’ironia e l’umiltà di ammettere ogni piccolo cambiamento avvenuto in lui grazie all’esperienza condivisa con Quintino, il professore recupera il suo passato perduto, pacificando quei rimorsi e quelle incomprensioni che lo avevano tormentato sebbene lui cercasse di soffocarli. La figura paterna, così detestata in gioventù per la severità mostrata e il distacco percepito, si colora di sfumature più sensibili nel ricordo di un insegnamento fondamentale, il valore del ‘tempo piccolo’: “In genere calcoliamo il tempo che abbiamo davanti in ore, settimane, anni addirittura (…). Non pensiamo mai a quei secondi che ci precedono in continuazione. Mio padre mi diceva che in questo tempo piccolo possiamo far succedere molte cose, anche importanti, perfino capaci di modificare la nostra esistenza o quella degli altri. Il tempo che basta a dire un sì o un no, fermiamoci o avanziamo, a destra o a sinistra, resto oppure parto, l’abbraccio o me ne vado”. E, ancora più amaro, il ricordo dell’amore perduto, sacrificato allo studio e al lavoro; o, semplicemente, alla mancanza di determinazione: “Il coraggio non è uguale per tutte le cose. E il più delle volte lo teniamo pure chiuso in un cassetto di cui bisogna avere la chiave al momento giusto” era stata la futile giustificazione. Futile e superflua, perché Quintino coglie benissimo il rimpianto che c’è dietro: “Avete accompagnato il nome con un soffio di tristezza, una piccola fatica dell’anima”. L’amicizia del giovane saprà cancellare nell’anziano professore, quella e altre fatiche dell’anima che lo opprimono, lo farà ringiovanire caricandolo di determinazione. È l’affetto per lui che lo convince a non arrendersi di fronte all’ultima, frustrante delusione, ma di reinventarsi ancora una volta un percorso alternativo, perché, come gli insegna il ragazzo: “Non esistono posti lontani. Ci sono solo posti da raggiungere”.

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