“Martia Basile” di Maurizio Ponticello, Mondadori

Recensione di Patrizia Debicke                                   

Siamo a Napoli, capitale del vicereame spagnolo, a cavallo tra Cinquecento e Seicento. Martia Basile ha appena dodici anni ed  è ancora una bambina quando viene praticamente venduta dal padre che la dà in moglie a don Muzio Guarnieri,  un mercante vedovo di mezz’età, che ha fiorenti traffici con la corte del Viceré. Banchetto, vino a fiumi, consueti triviali lazzi e frizzi per festeggiare un matrimonio,  o piuttosto l’ufficializzazione, o meglio la santificazione di uno stupro autorizzato. Ma non ci meravigliamo troppo, fino a due secoli fa matrimoni di bambine o quasi con uomini di età o peggio vecchi erano spesso la regola non solo a Napoli ma nel mondo intero (e ancora oggi vengono considerati normali in tanti paesi).  E infatti la breve vita di Martia Basile sarebbe impunemente scivolata nel dimenticatoio, anzi avrebbe potuto non fare proprio storia se non ne avesse riportata notizia un cantastorie coevo alla protagonista, il poeta popolaresco Giovanni della Carriola, che la conobbe e si dice fosse stato  testimone oculare dei fatti  e merito oggi a Maurizio Ponticello di avercela ricordata.                                                                                                                          

Amore e morte di Marzia Basile, antesignana della cronaca nera, personaggio, a lungo ritenuto di fantasia, fu fatto rivivere dai versi di Giovanni della Carriola (Carretòla) in una composizione di 51 ottave. Il poeta, uomo privo dell’ uso delle gambe, era chiamato  della Carriola perché si trascinava a forza di braccia su una tavola provvista di ruote. Fisicamente un disgraziato, è ricordato tuttavia come uno tra i migliori  artisti di strada della fine del ‘500.  Giovanni della Carriola visse fino ai primi anni del Seicento e su di lui intrapresero approfondite ricerche gli esploratori delle vecchie realtà partenopee quali il poeta napoletano  Ferdinando Russo e il filologo cremonese Francesco Novati. E proprio su richiesta  di Novati, Benedetto Croce  fece la singolare scoperta che Martia Basile non era solo la dolorosa eroina di una tragedia cantata ma una donna veramente esistita. Croce trovò infatti nei registri della Congregazione dei Bianchi, i religiosi che accompagnavano i condannati al patibolo, la notizia della sua esecuzione. E ricostruì passo, passo la crudele storia finita con un uomo assassinato e tre colpevoli giustiziati, completandola con i veri nomi dei protagonisti. Una storia di violenza e sopraffazione quella di Martia Basile  che comincia con l’atroce incubo della prima notte di nozze. Alla quale farà seguito una triste vita, ammorbata dalla sopraffazione  e dalla prevaricazione, nella totale assenza di affetti. Martia resterà sola con per aiuto Desiata, una serva, in una casa grande e vuota, a sopportare le botte senza ragione o le continue assenze del marito, e tanta angoscia in attesa dei suoi ritorni  carichi delle peggiori  angherie . Ci sarà la nascita di due figlie: due figlie per la povera, violentata e disgraziata  sposa bambina, “incapace” di avere un figlio maschio e per quella bestia di marito, “che siano femmine è solo colpa sua”. Un bestia  che arriva addirittura a picchiarla a sangue al  momento della nascita della seconda. Costretta a vivere lontana dalle figliolette, allontanate da Napoli e date a balia mentre a lei bisognava  curare le ossa rotte dalla furia del marito. Un marito imprigionato dai creditori, capace solo di usarla come merce di scambio per saldare i suoi debiti, lasciandola in pasto e senza difesa  a un branco di truci aguzzini, a pagare per lui. Ciò nondimeno Marzia, forte, intelligente e  coraggiosa  riesce a sfuggire ai suoi carnefici ed evitando i cani lanciati sulle sue tracce, fa ritorno a Napoli, a quella che chiama  casa. Là pian piano comincerà a prendere coscienza di sé. Il marito è in prigione, ha poche amicizie, tra le quali alcune  donne che praticano la magia naturale, messa al bando e perseguitata nell’epoca che presagiva la Controriforma alla stregua di stregoneria, ma sarà anche grazie a oro rimedi che Martia riuscirà  a curarsi le ferite del corpo e dell’anima. Fino a quando non finirà per innamorarsi, travolta dalla passione, di un capitano di giustizia spagnolo. Ma il ritorno di Don Muzio, liberato dal cambiamento dei governanti al potere, segnerà l’inizio della fine, Martia, incapace di sopportare di nuovo la schiavitù, finirà per ucciderlo. Ma presto verrà accusata, imprigionata e con la serva Desiata e lo sbirro  Giamelio, sarà incriminata per assassinio, stregoneria e per essersi concessa al demonio. All’inizio la sentenza del tribunale (evidentemente qualcuno aveva mosso pedine in suo favore) aveva decretato la condanna a morte solo per  la serva e lo sbirro. Ma le proteste della moglie dello sbirro, Giamelio, presso il nuovo Vicerè, ottennero il rifacimento del processo.Martia subì la tortura e condannata alla decapitazione morì di notte, il 7 maggio 1603, a Borgo Sant’ Antonio Abate. Aveva poco più di vent’ anni e lasciava due bambine: Tolla (Vittoria) di 8 anni e Beatrice di 4.                                                                                                                                              

Il romanzo è un affresco potente e fedele di un’epoca piena di contraddizioni come fu quella del Cinquecento e del Seicento all’ombra del Vesuvio. Un ambientazione ricostruita minuziosamente in tutti i particolari, che da una vita domestica piccolo borghese appena dignitosa salta agli opulenti  fasti della corte, ci descrive  lo splendore delle cerimonie religiose, talvolta dal sapore quasi blasfemo e gli arcaici  riti delle varie feste comandate. Un’ambientazione che, allargando  viepiù gli orizzonti,  ci mostra i corridoi e le astruse cure praticare allora negli ospedali, ci fa percepire la paura del morbo, con la peste sempre endemica che falciava il popolo e i nobili senza fare discriminazioni. Maurizio Ponticello, che non ci risparmia niente di quella spaventosa realtà, ci fa entrare nella carceri, ci costringe a sentire il fetore  dell’ urina  e degli escrementi che invade le celle, le fetide carceri di Castel Capuano, trasformate in luride e disumane spelonche. Ci narra gli orrori  della tortura e poi l’angoscia dell’attesa del supplizio. Ci obbliga a  presenziare alle esecuzioni. Ci trasporta con colta precisione in un periodo che vide la transizione dei poteri con la morte di Flippo II e l’ascesa al trono dell’unico figlio maschio superstite Filippo III, mentre i grandi problemi economici che assillavano la Spagna  si riversavano anche sui domini italiani, costringendo i Vicerè, che si succedevano al governo di  Napoli, a imporre nuove tasse quasi inaccettabile e addirittura a aumentare il prezzo del pane.. Attraverso la sua agile penna, rivive in ogni più minimo particolare la realtà di una Napoli che si avvicinava alla rivolta di Masaniello.

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