“GIOVINETTE. LE CALCIATRICI CHE SFIDARONO IL DUCE” di FEDERICA SENEGHINI (SOLFERINO)

#Grandangolo

Recensione di Marco Valenti

“Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il Duce” (Solferino) è il perfetto esempio di come il tempo non abbia minimamente cambiato le nostre cattive abitudini. La storia che ci racconta la Seneghini ha oltre novantanni, ma è tristemente contestualizzabile ai nostri giorni. Perchè una cosa è fondamentale spiegare sin da subito. Il libro è sì un romanzo ma di inventato ci sono giusto un paio di personaggi di contorno che servono per dare ampiezza alla narrazione, il resto è (purtroppo) tutto drammaticamente vero. E mi sento di aggiungere molto meno distante dal potersi ripetere di quanto si pensi. Per nostra fortuna oggi non c’é nessun regime a tenerci in scacco, ma è vero anche che non possiamo certo dirci guariti dal cattivo gusto di chi continua a coltivare sentimenti disgustosamente votati alla presunta supremazia di qualcuno su qualcun altro.

Federica Seneghini (@fedesene) | Twitter

“Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il Duce” è la storia vera della prima squadra femminile di calcio italiana. Un’autentica rivoluzione, tanto sportiva quanto (soprattutto) culturale. Altro che la presunta “rivoluzione fascista” rivendicata e propagandata dal regime mussoliniano negli “anni del consenso”.

Siamo a Milano, è il 1932, o se preferite l’anno X dell’era fascista. La città si sta incupendo in un grigiore che non è e non sarà solo atmosferico. I rapporti umani sono improntati verso un rigore che non scomparirà con il fiorire della primavera ma ci trascinerà verso il periodo storico peggiore in assoluto. Il calcio si gioca con il pugilato il primato di popolarità tra gli sport del tempo. Ovviamente, visti i dettami del regime, sono solo i maschi a potervisi cimentare. Le donne devono restare nel proprio ruolo di mogli e madri. Il loro compito non è quello di rincorrere un pallone ma di sfornare figli per la Patria. Fin da piccole alle ragazze, inquadrate nelle Giovani Fasciste, viene inculcato l’ideale di divenire brave spose e brave madri prolifiche per l’incremento demografico della Patria. La loro fertilità era “una faccenda con cui c’era poco da scherzare, ed era inaccettabile metterla a rischio con una pallonata”.

È in questo contesto socioculturale che un manipolo di ragazze alla soglia della maggiore età inizia a giocare a calcio. Le accomuna la voglia di divertirsi e di cimentarsi in quello sport che amano e che conoscono alla perfezione come vere appasionate. “Le ragazze non si perdevano un numero del «Calcio Illustrato» e della «Gazzetta dello Sport», leggevano gli articoli, ritagliavano le fotografie e imparavano a memoria le formazioni, come fanno i veri malati di calcio”.

Non è facile ritagliarsi questo spazio all’interno di una società che le esclude da ogni attività che non sia espressamente autorizzata dai vertici del regime. “Ma con quelle gonne lunghe che eravamo costrette a portare non era mica facile. E poi non avevamo le scarpe adatte, non potevamo metterci in maniche corte, non potevamo alzare la voce per non attirare troppo l’attenzione della piccola moltitudine che come noi trascorreva la domenica ai Giardini. Non potevamo nemmeno correre, o perlomeno non troppo. Tutto doveva essere fatto con moderazione, perché eravamo donne, si intende. E il regime aveva più volte detto che lo sport femminile doveva essere proprio così: moderato”.

Mussolini (“primo sportivo d’Italia”) non ha alcuna intenzione di osteggiare il calcio (traduzione forzata del termine originale anglosassone “football”), anzi vede in quello che diventerà lo sport nazionale per eccellenza nel dopoguerra e che oggi monopolizza radio e televisioni “sportive”, lo strumento perfetto per controllare il popolo e per costruire l’identità nazionale. Qui potremmo aprire una discussione infinita su come anche oggi il calcio sia lo strumento ideale per lobotomizzare gli italiani e sui danni dell’ingresso della televisione a pagamento nello sport, ma restiamo sul libro, che è molto più interessante.

“Dovreste vergognarvi. I tempi sono cambiati […] L’entusiasmo di queste ragazze verso lo sport è lodevole e sano, ma va arginato e reinstradato verso altri sport più utili al regime e più consoni a delle fanciulle. Ed è quello che faremo”. Si sentono dire le ragazze nel momento in cui cercano di regolarizzare la loro posizione in seno al Coni.

Ma le ragazze non demordono e proseguono nel loro sogno, facendo in modo che resti concreto. Continuano a combattere per la loro libertà alla faccia dell’ostentazione di una virilità di regime che poi alla resa dei conti la Storia ha smentito e ridimensionato. Dovremmo trovare anche noi, oggi, la stessa forza e la stessa determinazione che ebbero loro, nel cercare di portare avanti le nostre idee, nel cercare di vincere quel muro di ignoranza ed ottusità che stanno costruendo (è questo il vero muro non quello che cercano di costruire tra gli Usa e il Messico), nel cercare di relegare in un angolo tutti coloro che continuano a diffondere intolleranza e pregiuduizio. Leggere un libro come questo potrebbe senza dubbio aiutarci a pensare che anche il peggiore dei nemici è battibile. Occorre metterci la faccia, come fecero loro però, limitarsi alle invettive e alle iniziative sui social network non serve a niente se non a liberarci la coscienza. La loro è stata una lotta vissuta con l’ingenuità di chi vive di passioni sincere. Noi oggi siamo decisamente meno smaliziati e forse proprio per questo falliremo.

La Seneghini ha lavorato duramente per ricostruire gli eventi di quei giorni, ha incontrato i discendenti dei protagonisti degli eventi che ha poi narrato, ha ritrovato i documenti dell’epoca, visitato i luoghi, ha fatto in modo che nulla fosse lasciato al caso. Ma soprattutto ci ha portato in un contesto che è incredibilmente vicino a quello che viviamo. Sono cambiati i protagonisti ma il tono dei commenti, la posizione intransigente e pregiudizievole è la stessa di allora. La donna è ancora in posizione defilata rispetto all’uomo. Il declinare i termini al femminile non può e non deve essere considerata una vittoria. O se lo è significa che la guerra contro il pregiudizio è stata irrimediabilmente perduta. Anche perchè come confessa in chiusura “Le frasi anticalcio femminile pronunciate dai vari giornalisti di regime sono liberamente ispirati ai dialoghi ascoltati dall’autrice in occasione dei Mondiali femminili di calcio disputati in Francia nel 2019”.

È inutile ora cercare nuove polemiche. Non è il momento dello scontro, ma quello della presa di coscienza che c’è ancora molto da fare. Non esistono sport minori, ma cervelli minori. È brutto dirlo ma è così. La facile ironia di chi cavalca stereotipi secolari avrà vita breve. Noi andremo oltre, ignorandoli. E lo faremo con una copia di “Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il Duce” in mano.

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