“La dinastia dei dolori” di Margherita Loy (Edizioni di Atlantide)

erano da sempre in lei l’ansia e il dolore e la vertigine perché erano in sua madre.

Esiste una dinastia del dolore che attraversa i secoli l

(p. 215).

Un romanzo coraggioso, perché a narrare il dolore graffiante e l’angoscia ci vuole fegato. Coraggiosa anche la casa editrice, Edizioni di Atlantide, a pubblicarlo nella sua raffinata edizione, con tiratura numerata (la mia è la copia 39).

Perciò, abbiate coraggio anche voi e leggetelo!

Ecco il nocciolo del libro: il germe del trauma e il dolore tramandato attraverso generazioni, dormiente oppure desto in ragazze. Donne cresciute troppo in fretta, ferite nel corpo e nell’anima. Uomini che stuprano che strappano i figli alle madri, oppure le lasciano sole con essi perché come potrebbe mai una neomamma sentirsi sola con la propria neonata? Storie dure che paiono ripetersi nonostante gli anni passati e i cambiamenti sociali avvenuti. Ricorda tanto la ‘fatale catena’ di Sibilla Aleramo, e l’assillante quesito: riuscirà mai qualcuna a spezzarla?

La storia della dinastia è strutturata a forma di pagine di diario (prima parte), similmente a Una storia ungherese (si veda la recensione di Nuela Celli, Libro Guerriero, 29\8\20\8) ma dai diversi punti di vista delle donne che appartengono o sfuggono alla dinastia del dolore. Dedicato al padre (forse per porre una chiara barriera tra biografia e finzione), l’ultimo romanzo di Loy è ambientato tra Toscana, Roma, Torino e Monferrato, USA e Svizzera, in periodi storici diversi: dal 1922 al nuovo secolo. La narrazione salta dal passato al presente e viceversa tramite un filo rosso che diverrà chiaro solo verso la fine del romanzo nonostante se ne percepiscano gli umori fin dall’inizio. La prima parte, ‘Emma e Maria’ (pp. 9-170) si apre nel 1993 in Toscana con Maria nipote di Emma, la neomamma che vive la sua condizione con la profonda angoscia della depressione postnatale, ha ereditato forse un’angoscia antica? Nessuno se ne rende conto, non il marito artista spesso assente, non Ines, la madre spensierata la quale vive una nuova giovinezza con l’amante; per sua fortuna il dolore ha saltato una generazione. Mentre la prima parte si chiude con le riflessioni di Emma nonna, la penultima parte del romanzo è narrata soprattutto dalla nipote Rita. Lo scopo dell’ultima discendente della dinastia non è solo scoprirne l’origine, ma anche capire come si possa guarire dal trauma e dalla paura. Rita quindi ripercorrerà le letture della madre Maria la quale, dopo il parto stava traducendo Pensieri, neuroni ed ereditarietà di Edelman. Né l’autore né il libro esistono ma Loy per le affermazioni sull’ereditarietà dei sentimenti si è basata su ricerche tratte da articoli di un biologo americano (si veda l’appendice) mentre per le costellazioni familiari ha consultato il fratello che aveva seguito di persona sedute e incontri sul tema. La seconda parte è composta dai seguenti capitoli: ‘Rita’, ‘Al mare’, ‘Zurigo’, ‘Rita e Mary’ (137-232) . L’ultimo capitolo ‘Rita e Mary’ costituisce un epilogo.

Libri: Margherita Loy a Villa Argentina

Un libro con tanti meriti, che vale la pena leggere per capire che per vivere o anche solo sopravvivere non bisogna isolarsi. 

Unica soluzione quindi abbandonarsi alla morte per por fine ai dolori? Come nell’incipit della poesia di Char letta a Parigi tanti anni fa e posta dall’autrice all’inizio del romanzo:

«Vedo finalmente il mare nella sua triplice armonia, il mare che

recide col suo falcetto la dinastia dei dolori assurdi….

O tu, arcobaleno di questo lido levigatore, avvicina la nave alla

sua speranza. Fa’ che ogni supposta fine sia una nuova innocenza,

una febbrile spinta avanti per coloro che inciampano nella

pesantezza mattutina».

René Char, Poesie e prose.

La risposta è: no. Però non sempre chi viene lasciata sola nella disperazione più assoluta, con la paura che le rode l’anima, se ne accorge e riesce a reagire. La nuova innocenza e la consapevolezza arriverà con le generazioni seguenti, al contrario di Maria, secondo la quale “grande saggezza [era] grande tormento” (p. 170), la sorella ‘bastarda’ di Maria ha salpato l’oceano, consapevole della sua storia ma pragmatica e priva di risentimenti. Saranno le terze generazioni a scoprire i danni e, forse, la cura per il dolore ereditato dalla nonna.

Ci sono echi delle Spose sepolte di Marilù Oliva in questo romanzo: l’infanzia rubata, la perdita precoce del genitore, la sbadataggine e l’egoismo dei familiari, il trauma che conduce alla violenza contro se stesse o contro gli altri. Si ‘sentono’ anche alcuni dei concetti ‘nomadi’ di Rosi Braidotti: la necessità di creare reti di comunicazione per evitare di soccombere al panico, e la trasposizione in entità altre, dopo.

Insomma, tanti meriti in questo romanzo. Quando Marilù mi ha proposto la recensione del libro di Margherita Loy, ho pensato sarà parente di Rosetta Loy delle Strade di polvere vincitrice del Premio Strega (1986)? Anch’esso intreccia diverse generazioni, la storia personale alla Storia del paese, l’esperienza alla memoria. Si tratta di sua figlia in effetti, quanto tempo è passato … un po’ la sintesi anche della dinastia e dei dolori, le strade di polvere diventano costellazioni astrali che uniscono ma non soffocano, e la catena fatale si rompe.

Margherita Loy (Roma, 1959) vive a Lucca, in campagna, con il marito pittore, i tre figli e tre cani. Per molto tempo ha accompagnato i suoi bambini in giro per musei a scoprire quadri e storie. Poi ha pensato che, grazie ai libri, poteva portare i quadri e le storie direttamente nelle case dei bambini. L’amore per l’arte l’ha ereditato dalla madre, la scrittrice Rosetta Loy. 

Articolo di: Dr. PIERA CARROLI (AUSTRALIAN NATIONAL UNIVERSITY, CANBERRA, AUSTRALIA)

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