“FIORE DI ROCCIA” di ILARIA TUTI (LONGANESI)

#Grandangolo

Recensione di Marco Valenti

Seguo Ilaria Tuti sin dal suo primo libro con Longanesi, quel “Fiori sopra l’inferno” del 2018 che mi permise di fare la conoscenza del commissario Teresa Battaglia. Dopo averla piacevolmente ritrovata lo scorso anno con la seconda avventura della Battaglia narrata in “Ninfa dormiente”, la ritrovo oggi con il suo nuovo “Fiore di roccia”, ancora su Longanesi.

Fiore di Roccia” di Ilaria Tuti: la Grande Storia dimenticata ...

Messo temporaneamente da parte il commissario che ho tanto amato per le sue debolezze e per la delicatezza nel raccontarcele, la Tuti resta nei luoghi della sua infanzia e ci porta indietro nel tempo. Siamo nella val di But, nella regione alpina della Carnia, al confine con l’Austria. È in pieno svolgimento la “grande guerra” e le cose si stanno mettendo male per l’esercito italiano che rischia di cedere di fronte alle offensive austriache.

“Quelli che riecheggiano lassù, fra le cime, non sono tuoni. Il fragore delle bombe austriache scuote anche i villaggi, mille metri più giù. Restiamo soltanto noi donne, ed è a noi che il comando militare italiano chiede aiuto: alle nostre schiene, alle nostre gambe, alla nostra conoscenza di quelle vette e dei segreti per risalirle. Dobbiamo andare, altrimenti quei poveri ragazzi moriranno anche di fame”.

Con “Fiore di roccia” Ilaria Tuti celebra la figura di queste donne, il loro coraggio, la loro abnegazione ma soprattutto la loro forza. Sono donne che hanno dato il sangue per questa terra (“Il sangue che ho stillato goccia a goccia nei solchi dei campi mi ha resa più che mai figlia di questa valle”) e che si ritrovano a dover partire per il fronte per aiutare i loro uomini (“del resto se non lo facciamo noi, nessun altro lo farà”).

Sono le donne rimaste a casa, a badare agli animali, al terreno e alla famiglia a prendersi la scena e a diventare loro malgrado le protagoniste di questo frammento di storia che negli anni non ha praticamente mai avuto il riscontro che avrebbe meritato, schiacciato dall’ingombrante figura degli Alpini, unici veri “eroi” ufficialmente riconosciuti dagli storici. Sono loro che per due lunghi anni traportano al fronte rifornimenti e munizioni. E sono ancora loro che al rientro a valle non di rado trasportano le barelle coi feriti e i morti.

“Sembriamo streghe, con scialli neri e cupe cantilene, lunghi capelli che la fatica ha liberato dai fazzoletti e vesti fluttuanti tra le fiamme. I nostri passi danzano sulla morte per chiamare la vita, mentre spezziamo il pane che i soldati ci hanno donato”.

Per fortuna qualche documento dell’epoca è rimasto e la Tuti è riuscita a scovarlo, riuscendo poi a dare lustro all’impresa di quelle donne che nei momenti più difficili non esistarono a imbracciare il fucile e schierarsi in trincea insieme ai soldati. Ce le racconta attraverso le parole della voce narrante, che individuiamo in Agata Primus, una valligiana che ha avuto la fortuna di leggere i libri che la madre insegnante le ha lasciato. Rimasta orfana si ritrova con il padre infermo confinato in un letto e con la difficoltà di dover inventare ogni giorno qualcosa con cui alimentarlo. Agata è il prototipo della donna “moderna” che ha scelto di essere libera. “Libera da questa guerra, che altri hanno deciso per noi. Libera dalla gabbia di un confine, che non ho tracciato io. Libera da un odio che non mi appartiene e dalla palude del sospetto. Quando tutto attorno a me era morte, io ho scelto la speranza”.

Ma non c’è solo lei a raccontare. Sono tante le voci che si alternano alla sua. Sono le voci delle donne che sono nate e cresciute in mezzo alle difficoltà e che si sono prese un’indipendenza che nessuno ha regalato loro.

“Noi lo abbiamo sempre fatto il lavoro degli uomini, da quando emigravano a ora che sono al fronte. La nostra capacità di bastare a noi stesse non ci è stata riconosciuta, né concessa. L’abbiamo tessuta con la fatica e il sacrificio, nel silenzio e nel dolore, da madre in figlia. Poggia su questi corpi meravigliosamente resistenti ed è a disposizione di chiunque ne abbia bisogno. Si nutre di spirito infuocato e iniziativa audace, vive di coraggio. Vive di altre donne. Siamo una trama di fili tesi gli uni sugli altri, forti perché vicini”.

Con ogni situazione climatica proseguono imperterrite nel loro viaggio verso le vette dove si combatte, arrampicandosi con quegli “scapetz” ai piedi che loro stesse si sono cucite, sono loro il fiore di roccia del titolo, sono loro che rappresentano la tenacia e la voglia di non mollare di un centimetro, proprio come le Stelle Alpine. “È questo che siete. Fiori aggrappati con tenacia a questa montagna. Aggrappati al bisogno, sospetto, di tenerci in vita.”

Agata, e noi con lei, riflette a lungo su che cosa sia la guerra e cosa significhi per l’uomo. Non possiamo non essere d’accordo con lei quando ci dice che “Siamo sempre ’altri’ per qualcun altro. C’è sempre un sud e un nord, un est e un ovest. Non hanno forse anche gli altri una madre e un padre che li aspettano? Non hanno anche loro diritto di vivere?”. Ma non solo. La guerra ci trasforma, imbruttendoci, rendendoci l’opposto di ciò che avremmo voluto essere. “Non sono più io. La trasformazione è avvenuta, ma la creatura uscita dal bozzolo non è una farfalla. Rinasco nelle vesti di una grigia, opaca falena”.

Dobbiamo fare attenzione, perchè la guerra che ci raccontano queste donne è molto meno lontana di quanto si possa pensare. Siamo quotidianamente in guerra, anche se non siamo in trincea come gli Alpini nel 1917. Perché fondamentalmente una cosa non dobbiamo dimenticare, anche oggi, duemilaventi. “Orgoglio e ignoranza uccidono, più degli austriaci e più delle valanghe”.

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Una risposta a “FIORE DI ROCCIA” di ILARIA TUTI (LONGANESI)

  1. patriziadebicke@yahoo.it ha detto:

    bello

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