“Sagome di carta. Le streghe di Triora” di Eufemia Griffo (Le Mezzelane)

Sagome di carta. Le streghe di TrioraRecensione di Raffaella Tamba 

Primo romanzo di Eufemia Griffo (nella foto, sotto), già apprezzata e premiata scrittrice di racconti e poesie. Ed il tocco poetico permea le sue pagine nella restituzione delle emozioni più intime colte ai suoi personaggi. 

Si sviluppa in due tempi storici differenti e lontani fra loro: comincia in un passato molto prossimo, gli anni ’90 (collocazione non casuale che verrà motivata proprio nelle ultime pagine), a Roma, dove vive la protagonista, Cordelia, giornalista per un periodico di viaggi dal cui direttore riceve l’incarico di redigere un articolo su Triora, località ligure teatro, nella seconda metà del ‘500, di un episodio efferato di persecuzione per accusa di stregoneria. Tutte le fonti e le tappe del processo costituiscono i nodi della trama del romanzo, intorno ai quali si sviluppa la storia. L’autrice riesce a congiungere strettamente gli eventi e i personaggi storici con protagonisti e finzione narrativa attraverso una sorta di porta di comunicazione che la disponibilità all’ascolto di chi vive oggi può trovare socchiusa. È infatti un personaggio reale, cui viene dato un nome fittizio a rappresentare quella porta che attende chi vi si voglia accostare.

Cordelia si reca in quella cittadina, ospitata in un B&B immerso in una realtà completamente diversa da quella attiva e frenetica di Roma. Lì il tempo sembra scorrere più lentamente. E le viene spontaneo – forse anche perchè predisposta, per indole e abitudine, a calarsi nelle realtà locali nelle quali il lavoro la porta – adeguarvisi immediatmente. Si rilassa, socchiude gli occhi, allenta il respiro, ascolta il silenzio, parla con la gente. E’ catturata dalla sensazione di una dimensione soffusa e sospesa, permeata di ricordi e voci lontane: “I ricordi del passato paiono affiorare da quelle vecchie pietre, o forse è solo la suggestione del luogo che come una nebbia densa avviluppa i visitatori impedendo loro di respirare, come se tutto quel dolore del passato tornasse all’improvviso per essere nuovamente vissuto”. Sarà Massimiliano, giovane professore di storia che ha rinunciato al lavoro di insegnante per aprire un negozio dove produce candele, profumi ed essenze ad introdurla in quel passato portandola nel Eufemia Griffoluogo dove più si è cristallizzata la memoria: la Cabotina, il casolare nel quale secondo la leggenda si riunivano le streghe del paese. È qualcosa di inusuale che solletica la curiosità di Cordelia, alla quale si mescola presto un sentimento di attrazione fisica e spirituale, altrettanto rapidamente ricambiato. Fra loro s’instaura quella confiance des belles âmes che, riconosciuta e accolta, permette a due persone di sentirsi finalmente appagate e complete. Pur provenendo da realtà di vita così lontane e diverse, percepiscono subito che qualcosa di forte li accomuna e li unisce: è il paese, Triora, dove Massimiliano vive e dove Cordelia è venuta a cercare le fonti per il suo articolo sulle streghe, il paese con la sua gente, la sua cultura, il suo passato. Quel luogo comunica sensazioni mistiche di primordialità, natura, aromi, luci e ombre. Tutta la prima parte del romanzo sembra una sorta di allestimento di scena, dove il tempo presente deve spegnersi a poco a poco per lasciare che i riflettori si puntino sul passato. Sono i riflettori dei ricordi di Bianca Maria, discendente di una delle donne perseguitate come streghe.

La seconda parte richiama, per certi aspetti, i canoni della fiaba classica: vi sono protagonisti, antagonisti, filtri magici, amori contrastati, gelosie fraterne, tradimenti, complotti, fughe. Si potrebbe addirittura cominciare con C’era una volta un paese nel quale crescevano abbondanti erbe medicamentose che alcune donne avevano imparato a selezionare e lavorare traendone decotti e unguenti per curare le persone. Ma non si tratta di una fiaba: è cronaca vestita da fiaba, la cronaca di un processo per stregoneria che nel 1587 venne aperto dopo due anni di carestia: la fame e gli stenti scatenano gli impulsi più bestiali e in quel momento c’era bisogno di un capro espiatorio. Quelle donne che curavano in modo misterioso con erbe sconosciute, che facevano vita isolata, che si ritrovavano di quando in quando in una zona fuori dal paese, davano indubbiamente l’idea di essere ‘strane’, ‘diverse’. Fintantochè quella loro particolarità le rendeva utili, andava tutto bene, erano tollerate. Ma con la fame e gli stenti, con quel bisogno di trovare un colpevole come se questo automaticamente risolvesse le cose, furono facile preda di accuse dettate da interessi individuali e subito accolte dalla disperata esasperazione della gente con tipiche reazioni umane: lucido calcolo e rabbia ribelle.

Da quel momento, il racconto della Griffo perde ogni connotato fiabesco affondando nella tragedia della realtà più cruda. La trama intreccia le torture delle protagoniste d’invenzione letteraria con quelle di figure storiche e storici sono addirittura i personaggi più crudi e spietati.

Leit-motiv del romanzo è il riscatto della memoria: l’ingiustizia, le sofferenze, l’odio e il disprezzo riversate su alcune donne “bruciate come se fossero delle misere sagome di carta” che, attraverso il sensibile personaggio di Cordelia, chiedono che sia resa loro giustizia con il ricordo e la testimonianza, che si ascoltino le loro voci rimaste nei luoghi di dolore, perché ancora è possibile consolarle.

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