“Volevo essere Maradona” di Valeria Ancione (Mondadori)

Volevo essere Maradona - Ragazzi MondadoriRecensione di Raffaella Tamba

Comincia come un romanzo di formazione per ragazzi e ragazze, “Volevo essere Maradona”: ricco di giovanile semplicità, nel quale la protagonista ripercorre la propria infanzia con la focalizzazione interna contemporanea allo svolgersi dei fatti. Ma le ultime pagine assumono toni diversi, più maturi e coscienti, non solo perché la protagonista è già diventata adulta ma soprattutto perché sposta il punto di vista all’esterno per restituire al lettore la propria esperienza ed il risultato di un percorso formativo che può essere utile a tutti coloro che hanno un sogno. Che sia un sogno piccolo o un sogno grande, come quelli dei protagonisti della storia, il sogno va coltivato: gli si deve dare fiducia, credibilità, consistenza. E può essere che si avveri. Con questo romanzo, Valeria Ancione, giornalista sportiva e scrittrice, ha dato voce ad una grande figura del calcio femminile italiano, Patrizia Panìco, capocannoniere della Serie A, col record di presenze con la maglia della Nazionale e prima donna ad allenare una squadra di calcio maschile under 15.

Cresciuta in una zona popolare della periferia di Roma, si è formata alla scuola della borgata: la strada, gli amici vicini, i compagni di scuola, l’aria aperta, il campo con le porte sono segnate dagli zaini. Fin da piccola ha sentito il pallone parte di sè e lo ha usato come “un gancio appeso al cielo“, il mezzo per superare gli ostacoli o dribblarli, senza fermarsi: “Dietro ogni ostacolo c’è sempre una porta ed è lì che voglio andare”. Col pallone sempre tra i piedi, Patrizia cresce nei rapporti con gli altri, nella fiducia di sè, nella consapevolezza di una grande aspirazione: “Io sono Maradona” è la password con la quale accede alla vita e agli altri. E’ il suo modo per identificarsi, senza alcuna sfumatura di vanità. Essere Maradona non è una presunzione, è un faro guida. Emerge dalla sua storia una forza prorompente che tuttavia non prescinde dall’apporto degli altri: Patrizia non si isola mai, anzi, proprio nel coltivare il suo sogno ambizioso di affermazione e riconoscimento del proprio talento, cerca collaborazione e sostegno nelle amicizie. Quando finalmente riesce ad entrare in una squadra di calcio femminile, insieme all’inseparabile sorella, è felice. E non solamente perchè finalmente può giocare a livello agonistico, ma soprattutto perchè fa parte ufficialmente, di fronte a tutti, a pieno diritto, di un gruppo con la sua stessa passione, consapevole di potersi davvero realizzare completamente solo attraverso gli altri. 

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Il libro interpreta il calcio come metafora di vita:

“Vado più con la testa che con le gambe. In fin dei conti giocare a pallone dà il piacere del viaggio, restando nello stesso posto: corri, macini chilometri lungo il campo, ma sei sempre lì, nel tuo spazio noto e confortevole, con l’idea e la soddisfazione però di aver fatto tanta strada, di aver inseguito qualcosa di importante, di esserti difeso ed esserti preso la responsabilità della difesa degli altri, attaccando, portando la palla in un posto sicuro”.

Per una ragazza con questo sogno, è naturale scontrarsi con pregiudizi sessisti, e Patrizia sa che deve conquistarsi quella parità che per lei è naturale; e lo fa senza pretenziosità, costruendo il proprio diritto prima dentro di sé, forgiandolo nella propria determinazione di bambina a veder riconosciuta la propria passione, ancora senza la percezione di stare oltrepassando un confine ben tracciato: per questo dice di voler diventare un ‘calciatore’ al maschile, come se la versione femminile lo depauperasse. Crescendo, si rende conto che quella scelta porta in sé una sfida ancora più grande di lei: contro il sistema stantìo dell’accettazione passiva di ciò che è sempre stato. E con l’entrata nella squadra femminile, cambia radicalmente la sua prospettiva: “Non mi sento più fuori posto, fuori luogo. Giocherò per diritto e non per concessione”.

Ma non sono i risultati quantitativi dei record conquistati a realizzarla nella vita. Sono quelli affettivi. I numeri di reti, di scudetti, di campionati, restano per lei numeri. È il sentirsi viva nella rete delle proprie relazioni quello che conta. Il gol è una meta conquistata sia che lo segni lei da sola sia che lo faccia segnare:

“Ora capisco cosa significhi essere un leader, perché mi sento così e mi piace. Non perché sia io al centro dell’attenzione, non è questo che mi interessa, è quello che sto creando che è al centro dell’attenzione. È l’assist per un gol. Io sono l’assist ma l’applauso va al gol”.

La Patrizia Panìco che Valeria Ancione delinea in questo gradevolissimo personaggio ci mostra il calcio in un modo nuovo, intimo, autentico, indipendente da qualsiasi smottamento in interessi politici ed economici. E’ il calcio della squadra, della collaborazione, della valorizzazione di ogni singolo individuo per quello che è e che può dare, tanto meglio se originale ed unico, perchè solo con l’accettazione totale di quello che ogni persona è nei pregi e nei difetti, nelle manìe, nei gusti, nelle esigenze, si può far sì che esprima il massimo di sè. 

È un romanzo ricco di umanità, di singoli individui tanto più netti e definiti come persone quanto più naturalmente inseriti in un contesto familiare e sociale sereno, grazie ad una visione del calcio che oggi è davvero di pochi e dovrebbe essere più condivisa, perché “un gioco così bello è capace di annullare le differenze e, se vogliamo, anche le diffidenze”e perché “Vivere di sport, qualsiasi esso sia, non una scappatoia al ‘non so che fare’ prchè è davvero difficile, serve moltissima determinazione, ma significa anche dare voce alle proprie pulsioni, al coraggio e ai sogni per trasformarli in desideri”.

Ed è dal principio di un desiderio, che si fa un progetto concreto possibile.

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