“Io sono la strega” di Marina Marazza (Solferino)

Recensione di Patrizia Debicke 

Sulla scia del successo di L’ombra di Caterina, un altro colto romanzo storico di Marina Marazza, con una tragica ma splendida protagonista femminile. Una raffinata ricerca per arrivare a scrivere una coinvolgente biografia romanzata di una donna realmente esistita, vittima dell’ignoranza e della prevaricazione del suo secolo, pilastro dalle controriforma e culla dalla ignorante e cieca follia dell’inquisizione. Facendo riferimento alla Cronologia sulle Streghe di Milano di Paolo Colussi, apprendiamo che il 4 marzo del 1617, al termine di una famoso processo durato alcuni mesi, fu bruciata alla Vetra come strega, la fantesca pavese Caterina de Medici, serva «carnosa ma di ciera diabolica», accusata di aver tentato di avvelenare il suo padrone, il senatore Luigi Melzi. In quell’occasione, per la prima volta, fu eretta alla Vetra una Baltresca, e cioè un alto palco destinato all’esecuzione, che permetteva alla grande folla dei spettatori : religiosi, nobili e popolani, vecchi, giovani e bambini, che si rincorrevano giocando tra la gente assiepata, di assistere allo strangolamento che precedeva il rogo.” Caterina de’ Medici, che con questo nome figura nel riassunto degli atti del suo processo, – fortunosamente sfuggito al rogo di tutti i documenti milanesi dell’inquisizione dal 1314 fino al 1764, imposto nel 1788 dall’illuminista e tollerante imperatore Giuseppe II (figlio di Maria Teresa) – viene ricordata più comunemente come Caterina da Broni, suo paese di nascita.

Il riassunto degli Atti del suo processo, ritrovato negli anni 80, stuzzicò l’attenzione del grande Leonardo Sciascia che le dedicò, La strega e il capitano, una scrupolosa ricostruzione che smonta una dopo l’altra le accuse dell’atroce caso, evidenziandone i tanti interrogativi e le pieghe d’ombra. Sciascia, tra i primi a rendersi conto che Caterina si considerava davvero una strega, scrisse un eccellente racconto lungo o un romanzo breve. Un saggio romanzato che con ritmo e montaggio da thriller provava a sbrogliare quel perverso e inquietante «pasticciaccio» alla milanese. Ma qual è il confine tra giustizia e delitto? Sulle fertili orme di Sciascia, Marina Marazza coglie l’occasione per creare una splendida epopea rocambolesca con il suo nuovo romanzo. Una bella storia tramandata dall’alternarsi delle due voci narranti, i due veri, grandi protagonisti: Caterina la strega e Salem, il boia. Caterina da Broni, primogenita di una famiglia piccolo borghese, è una bambina strana, all’avanguardia per il suo tempo, perché sa addirittura leggere grazie al padre maestro. Ma la morte della moglie ha reso suo padre schiavo del bere e l’ha costretto a sopravvivere fabbricando inchiostro che sua figlia, Caterina va a vendere per lui. Violentata proprio durante una consegna dal nobile del luogo, incinta a tredici anni partorirà, ma dovrà dare il bambino in adozione a un’agiata famiglia che vuole un maschio. In seguito, trovato un lavoro da servente di un’ osteria malfamata accetterà di sposare un uomo, che non è chi dice di essere, e diventerà la giovanissima moglie di uno scialacquatore al gioco, un violento, che intende solo sfruttarla, facendola prostituire a Pavia. Ma lei che non vuole e non può accettare un destino di sordida schiavitù, riesce a scappare dal marito e a raggiungere Casale Monferrato. Da quel momento la sua vita si trasformerà in una continua fuga alla vana ricerca di un proprio posto nel mondo. Abbastanza colta, sensibile e molto curiosa cercherà comunque sempre di ricavare il meglio da ogni incontro che la sua difficile esistenza itinerante le offrirà. Sarà una brava serva e contabile tuttofare, riuscirà a improvvisarsi tipografa in una raffinata bottega di Trino Vercellese, città, cuore vitale degli stampatori, uno dei pochi posti nei quali agli ebrei, veniva concessa una qualche libertà. Ma la notizia che suo marito, lo sfruttatore, la sta cercando, la costringerà a fuggire un’altra volta. La sua strada la porterà a Occimiano, alla corte di un capitano di ventura, Ne diventerà la concubina, gli darà due figlie, destinate a entrare in un convento, come monache sposine. Figlie, che sarà costretta ad abbandonare, per proseguire tristemente la sua peregrinazione, fino ad arrivare a Milano, la grande città dominata dagli spagnoli, teatro di grandi intrighi e lotte per il potere. Là, ritroverà Fabio da Varese, famosissimo poeta dialettale, antesignano del Maggi e del Porta, già suo amante quando era uno studente a Pavia, conoscerà con lui famosi attori della compagnia dei Gelosi, saprà diventare una cuoca sopraffina per una grassissima nobildonna che vive solo per il piacere di mangiare, incantandola con ricette del Messisbugo, del Platina e dello Scappi, ed entrerà in contatto con Fede Galizia raffinata pittrice conosciuta soprattutto per le sue celebri nature morte. Poi su raccomandazione della nobildonna golosa costretta a lasciare Milano, andrà a vivere a due passi del ricovero delle convertite di Santa Valeria, dove è rinchiusa Marianna di Levya, la Monaca di Monza. E crederà di aver trovato la tranquillità come badante di un anziano signore che si è invaghito di lei… Ma capiterà qui l’inciampo, una disgraziata malattia, poi l’accusa di stregoneria e non dico oltre per non spoilerare.

Sensuale, inquieta, spietata, tenera e decisa, Caterina da Broni è l’autentica protagonista di uno dei più famosi processi alle streghe. In questo romanzo, felice compendio di ricerca storica, ricostruzione d’epoca con una trama densa di avventure, Caterina risorge come fulgido esempio di una modernissima ma leggendaria eroina. E su di lei nasce spontanea una domanda. Sappiamo che Caterina era convinta di essere una strega. Al processo non lo negò: anzi l’ammise, ma perché lo fece? Non possiamo dimenticare che quelli erano tempi contraddistinti da una religiosità densa di superstizione e di soprannaturale. Tempi in cui molte povere donne versavano in disumane condizione di vita ai limiti del sopportabile. Spesso per riuscire almeno a sopravvivere dovevano provare di tutto e quando non funzionavano le suppliche rivolte alla bontà dei santi… non restava loro che far ricorso ai diavoli. E poi… crederci. 

Come s’incrocia alla vicenda la figura di Salem, un boia speciale, diverso, tanto bravo e bello da essere diventato quasi una “star” dell’epoca, il tormentato, colto e affascinante Salem, sicuro di eseguire col suo spaventoso lavoro solo un nobile compito di giustizia? Intrecciata abilmente tra verità e finzione la commovente tragedia di una donna, pedina di interessi, intrighi di potere, sullo sfondo di una Milano, bagnata dai Navigli, ricca e operosa, prima della fatale pestilenza del 1630, quando i suoi splendidi tessuti damascati erano richiesti in tutta Europa e le sue lame persino più quotate di quelle di Toledo. Una città dove fiorivano ovunque ville e palazzi, con la Fabbrica del Duomo in fervida attività, con il quartiere di san Nazario, come Brera di oggi, che traboccava di artisti.  

Marina Marazza, studi classici, laureata in storia, ex manager editoriale, scrittrice, giornalista, divulgatrice, è specializzata in tematiche di storia, di società e di costume. Collabora con riviste, radio e giornali. È autrice di romanzi, saggi e narrative non fiction, tra cui i recenti Il segreto della Monaca di Monza (Fabbri 2014), Leonardo, il genio che inventò Milano (Garzanti 2015), Il Bambino di carta (Libromania De Agostini, 2017) e L’ombra di Caterina (Solferino 2019).

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