“STAZIONE CENTRALE AMMAZZARE SUBITO” di GIORGIO SCERBANENCO (LA NAVE DI TESEO)

#Grandangolo

Recensione di Marco Valenti

Con Scerbanenco si vince facile, sempre.

Non è la prima e non sarà questa, l’ultima recensione che decicherò a Giorgio Scrbanenco. L’opera di recupero e di diffusione dei suoi romanzi pare infatti [per la mia gioia personale] non conoscere sosta. È vero che di lui è stato ormai detto tutto ed il contrario di tutto, ma è sempre una grande soddisfazione quando entro in libreria e vedo sugli scaffali le ristampe dei suoi grandi classici.

Non fa eccezione il breve ma intenso e crudele “Stazione Centrale ammazzare subito” recentemente ripubblicato in una nuova veste con l’aggiunta del racconto breve “Bravi ragazzi bang bang” da La Nave di Teseo.

L’incipit del romanzo [originariamente dato alle stampe nel 1969 da Garzanti] è stato ripreso alcuni anni dopo da Fernando Di Leo per la scena iniziale del suo “Milano Calibro 9”, primo [riuscitissimo] episodio della trilogia che il regista pugliese dedicò alla penna di Scerbanenco tra il 1972 e il 1973. Prima di addentrarci in una, peraltro meritatissima ode alla figura e all’importanza di Fernando Di Leo all’interno della storia del cinema noir non solo italiana ma mondiale, torniamo al libro. Non è detto che un giorno non si possa per una volta stravolgere il copione e dedicare un “grandangolo” speciale al cinema noir di Di Leo.

Il racconto parla del traffico di preziosi che avviene tra Milano e la Svizzera e che ha la stazione centrale di Milano come luogo di scambio. Tutto si svolge all’interno della caffetteria, come da copione consolidato. Senza grosse complicazioni. Un uomo scende dal treno proveniente da Ginevra, scambia la sua valigetta con il suo corrispettivo italiano che lo attende al bancone del bar e poi risale sul primo treno in partenza per la Svizzera. Nessuna confidenza, nessuna conversazione, niente di più che il freddo scambio di valori. Tutto si complica nel momento in cui i mandanti recapitano al trafficante milanese un biglietto che recita testualmente “Stazione Centrale ammazzare subito”. Segno che è il momento di alzare la posta e passare alle maniere forti.

Il secondo racconto, anch’esso contenuto nella raccolta del 1969, è invece un altro ottimo esempio di come Scerbanenco riesca a raccontare il crimine con una naturalezza quasi disarmante. Tutto ruota intorno al tentativo di rapina che un gruppo di ragazzi sta per mettere in atto. È la fidanzata di uno di loro che sta raccontando tutto alla Polizia, raccomandandosi di non usare il pugno troppo duro con loro, perchè in fondo “sono bravi ragazzi, non farebbero mai del male a nessuno”.

È come sempre Milano la protagonista principale dei romanzi di Scerbanenco. Una metropoli che già nel finire degli anni sessanta si ergeva a simbolo del paese, sotto ogni aspetto, non ultimi quelli legati alla micro e macro criminalità. Sono passati oltre cinquant’anni ma tutto pare immutato. È ancora lì, nella Milano da bere sopravvissuta agli anni ottanta che si decidono le sorti del malaffare. Sono cambiati i protagonisti, è cambiata anche e soprattutto l’etica di chi delinque, ma non è cambiato il ruolo centrale del capoluogo lombardo, da sempre centro nevralgico del potere economico del paese.

Scerbanenco racconta il crimine con crudo e freddo distacco. Senza incedere in sentimentalismi. In modo quasi didattico. E non sbaglia un colpo. I suoi personaggi sono sempre il fedele specchio della società italiana di quegli anni, con i pregi e i [tanti] difetti che ci caratterizzavano. Nei suoi racconti non c’è pietà per i poveri ed i diseredati. Non si cerca compasione. Si raccontano storie, quanto mai reali. Spesso sono racconti che non lasciano intravedere speranza alcuna per il futuro e che strizzano l’occhio al nichilismo. Ma è proprio per questo che nonostante il passare degli anni il suo ruolo ed il suo fascino si mantengono immutati ed indiscussi.

È uno dei pochi autori che riesco a rileggere anche più volte. Mosso dalla curiosità di voler andare a cercare quel dettaglio, quella frase che in una prima lettura possa essermi sfuggita. Non voglio fare un confronto con gli scrittori noir di ora, non fraintendetemi, non è questo il senso del mio tributo alla sua figura. Cerco solo di raccontare il perchè della mia sconfinata ammirazione per uno scrittore che ha lasciato un segno indelebile nella letteratura italiana, di genere e non.

E mi sento di poter aggiungere un’ultima cosa. Sono certo che la totalità degli scrittori che si cimentano [peraltro con ottimi risultati, vista la mole di recensioni che dedico loro su queste pagine] con il noir saranno d’accordo con me nel riconoscere in Scerbanenco il padre di quel genere che tanto amiamo. Non si può scrivere noir senza aver letto ed amato Scerbanenco. Sono solitamente contrario ad ogni dogmatismo, ma in questo caso mi sento di poter fare una giusta e dovuta eccezione. Siamo tutti figli di Scerbanenco.

Questa voce è stata pubblicata in recensioni: Grandangolo e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...