UNDERCUT di Mirko Addessa

Le donne hanno sempre due vantaggi. Saper fingere. E saper fingere un orgasmo. E sono cose che imparano in fretta. Come uccidere. O fare finta di uccidere. Senza studio, se non osservando la vita.
Sono pregi di cui avrei dovuto tener conto.
Madame Cordier la sapeva lunga. E aveva deciso che io dovessi guardare il mondo coi suoi occhi.
Ma non avevo calcolato i filtri, con cui ne avrebbe evidenziati o rimossi i colori.
A suo piacere.

Avevo trovato una seppur minima fortuna in questa città di provincia. Medio sud o medio centro. Non saprei come definirne i confini. A sentirne le voci, gli accenti e i dialetti, pareva di stare nel meridione. A carpirne le variabili climatiche, appariva come una montagna, sulla quale ed intorno, avessero costruito, un po’ alla rinfusa, un’accozzaglia di case, palazzi, strade. Il clima era freddo. Credo lo sia ancora. Io non ci sono più. Nel senso che non vivo più lì. Non che abbia lasciato questa terra in anticipo.

Il fatto stesso che fossi una ragazza dell’Est Europa e non facessi la puttana, deponeva a mio favore.

Ed era difficile osservare l’arte del manipolare chiome altrui. In quel preciso istante della mia vita, avrei voluto imparare, che qualcuno mi insegnasse a farlo. Ero racchiusa a pelle nel mio camice rosso, il colore del salone, intenta a raccogliere pelurie varie dal pavimento. A volte, di rado, mi lasciavano lo spazio del lavabo, a propinare miscugli su teste silenziose e piegate allo strofinio delle mie mani. Le donne restano mute al cospetto delle schiume. Diventano loquaci sotto l’impulso di forbici e rasoi, come a voler rallentare la paura delle lame, ad esorcizzare il velato terrore di un eventuale errore di valutazione. Ma una brava coiffeur non sbaglia mai. Quasi mai. Anche se volesse, non lo farebbe. È pagata per abbellire e per farsi scoppiare le palle da discorsi inutili, dal blaterare di donnine del nulla. Quelle che si fanno belle al martedì o al mercoledì. Quelle che lo fanno per gli amanti. Se fosse per i mariti, lo farebbero di sabato.

Non che vivessi di invidia. Ma qualche piccola punta la provavo, soprattutto nei confronti di quelle che spendevano capitali per pieghe, stirature, arricciamenti vari e creme ad abbellire il cuoio capelluto. Succedeva anche di odiarle. Di solito, erano ricche signore o fanciulle della borghesia cittadina, scevre da preoccupazioni, con lo scopo di lasciarsi desiderare, ammirare, possibilmente amare da qualcuno, o da chiunque. Quelle del martedì e del mercoledì.

La Cordier veniva quando voleva. Il salone era la sua piazza, il suo teatro. L’ingresso era il sipario da oltrepassare, per fare mostra del suo essere. E donarsi, amabilmente, alle occhiate della nutrita platea di varia ed eventuale umanità femminile. I suoi tacchi a spillo erano il primo, visibile argomento di visione e fantasticherie varie. Ed avevano una forma diversa, unica direi.

Appuntiti da far terrore a qualunque pavimento, ma capaci di donare un’andatura felpata e silenziosa, quasi a non voler distrarre dal suo insieme, che era assolutamente entusiasmante. Anche e soprattutto agli occhi delle donne, la qual cosa ne accresceva il fascino misterioso, rendendola obliquamente e spudoratamente desiderabile, a chiunque fosse in grado di percepirne il potere.

Quando decideva di stupire chiunque, le bastava raccogliere i capelli in un piccolo, quasi minuscolo toupet. Non capivo come facesse a rinchiudere la sua folta capigliatura in un batuffolo. Eppure ci riusciva. Aveva una scatola cranica meravigliosa, perfetta come i suoi abiti di chiffon. Era impossibile evitarla, ogni cosa era al suo posto. Era come se il Padreterno le avesse offerto il fascino in una mano e la bellezza in un’altra. E lei avesse avuto la fortuna di non dover scegliere. Ma di poter prendere una buona dose di entrambe le cose. 
Era una delle poche donne, destinate a dover resistere, a chi non avrebbe mai potuto resistere a loro.

Succedeva anche che fumasse. Non sempre. Aveva solo una sigaretta. Ogni giorno una sigaretta. Aveva pattuito con un tabaccaio sotto casa, che gli desse una sigaretta, ogni mattina. Lei comprava il pacchetto e lui avrebbe dovuto custodirlo. Dopo i venti giorni, ne avrebbe comprato uno nuovo. O avrebbe smesso.
Brigitte Cordier non smise mai di fumare.
E il tabaccaio ne era felice. Non solo per l’incessante guadagno, seppur limitato, ma soprattutto per poter godere della sua vista mattutina. Perché, anche al primo mattino, era bellissima.
Le donne, all’alba, sono più belle che di notte. Il trucco del mattino dura a lungo. Nessun uomo, alle prime ore del giorno, storpierebbe il maquillage di una femmina. Passato il risveglio, l’eccitazione passa. Una minzione faticosa toglie energie. E fa incazzare. E gli uomini fanno una cosa alla volta: o pisciano, o scopano…

Ma fra me e la Cordier esisteva una bella differenza.
Lei era parigina. Io di Praga.
E quando si pensa ad una donna, che passeggi sotto la Torre Eiffel, si immaginano baci, carezze, effusioni.
Pensando ad una femmina, in Vacklavski Namesti, a voler stare leggeri, la si immagina comunque in ginocchio. E con gli occhi all’altezza dell’inguine di qualcuno.

Il vento gelido lambiva le mie labbra. Fino a scorticarle. Creando sottili canali paralleli, in cui scorrevano calde gocce di saliva, a dare un sollievo temporaneo. Forse neanche un bacio profondo avrebbe alleviato il fastidio dello screpolio, provocato dal freddo. L’inverno molisano, di quel Molise che pare e che dicano non esista, era solido e feroce, come sempre, come ogni anno. Stando a quanto mi raccontavano gli autoctoni. Nei bar, gli uomini entravano e ne uscivano, per fumare. A testa bassa, chiusi a chiave nei cappotti neri, andavano dritti verso l’altrove. E non guardavano i culi delle donne. Riuscivano ad immaginarli, sotto le piume d’oca dei giubboni lunghi alle caviglie.

Anche io ne frequentavo, di bar. Di solito con una buona birra, da sorseggiare con calma, le scarpe da tennis a far fronte a qualsivoglia istinto mascolino.
Eppure, qualcuno mi si avvicinava. I capelli lunghi, tenuti in una disordinata coda equina, non erano da ostacolo al vivace e grezzo dialogo con qualche sfigato, speranzoso di trovare amore spiccio in una slavata biondina ceca. Da presentare agli amici, ancor prima che alla famiglia. Questo era desiderio di troppe rumene, badanti a tempo determinato, vogliose di accoppiamento legale, a tempo indeterminato. Noi ceche godiamo ancora della facoltà di poter scegliere, o almeno della propensione a non diventare oggetto da mostrare in lungo e in largo. Il mio essere quasi sciampista era già un buon gradino, da cui cominciare a scalare la società: avrei, sinceramente, mirato a qualcosa di meglio. Sapevo ancora riconoscere un uomo da un maschio arrapato. E di questo ultimo tipo, non ne sentivo affatto il bisogno. Ero lì per imparare a far belle le femmine. La mia eccitazione era il denaro e un qualunque fallo avrebbe dovuto mettersi in fila, come negli uffici postali, ma senza biglietto.

Il bisogno aguzza la creazione. E dona forma alle idee. Al momento, non avevo altre possibilità, oltre a quella di dover raccogliere capelli moribondi, farne mucchietti e lucidare pavimenti. Pensai che anziché buttarli nella spazzatura, avrei potuto conservarli, farne un buon peso e rivenderli. Cazzo, a qualcuno sarebbero pur tornati utili, a farne parrucche o, quanto meno, extensions.
La mia datr
ice di lavoro non avrebbe battuto ciglio, in proposito. Certo, mi sembrò alquanto strano, che qualcuno non ci avesse pensato prima.
Non ebbi il tempo di porre in essere quel mio tentativo di rapina non autorizzata, ma neppure fin troppo audace. La Cordier si stava insinuando nella mia vita, con occhiate profonde e sanguigne. Mi osservava, mi studiava, ogni mia mossa era bersaglio delle sue pupille.

Ritrovai spesso, sempre più spesso, soldi nelle tasche del mio piumino. Ero sicura che fosse stata lei, a metterceli. A volte 10, altre 50 euro. Lo faceva di nascosto, affinché non mi accorgessi dei suoi gesti. Dei quali, avevo comunque la certezza.

Aveva occhio clinico. Le sarebbe bastato guardare il modo in cui erano sfatte le lenzuola, per capire se ci avessero dormito o scopato.
Brigitte Cordier aveva talmente tanti difetti, che finivano col sembrare pregi. Nel senso che, anche se avesse fatto la puttana, l’avrebbero etichettata come donna di classe.
Aveva avuto molte fortune, la Cordier. Come quella di essersi fatta mezza Parigi, mezza
 Marsiglia e mezza Nizza. E farsi sposare da un ricco italiano di provincia, del sud. Innamorato e invidiato da tutti i maschi accalorati della zona. La cui vanità, non si era mai spinta verso l’invenzione di profonde notti luciferine, in compagnia della francese.

In pratica, Brigitte Cordier era sempre stata una donna fedele. In teoria, avrebbe sconfinato nei sogni a due piazze di chiunque l’avesse sfiorata col pensiero.

Io e lei, invece, ci sfiorammo le mani. Avrebbe potuto essere un segno. Per chiunque. Non per lei. Non fra noi. Almeno, non era un segno di desiderio. Era un segno di intesa. Avrei ascoltato quello che aveva deciso di confidarmi. E avrei voluto che lei lo capisse. Non so quali segnali utilizzino le lesbiche, per far comprendere le rispettive volontà. Io non lo ero e credo che nemmeno lei lo fosse. Ne ebbi la certezza, quando provai ad avvicinarmi alle sue labbra e lei si scostò, con eleganza.
Una semplice prova, per capire. Se il suo scopo fosse stato di avermi, avrebbe risposto con un bacio caldo e appassionato. Avrebbe stuzzicato il mio piercing linguale, facendone possesso.
Non successe. Ma questo non significava che non avrei voluto. Non ho mai fatto né paragoni, né confronti fra uomo e donna. Sono due fuochi diversi. Da accendere o da spegnere. A seconda dei casi.

Molti vivono della convinzione che i ragni lavorino sempre. Di continuo, a fare tele. Eppure, quando le mosche sono stanche di volare, i ragni riposano. A dire il vero, fingono. In realtà attendono. E si muovono al terzo, quarto ronzio che ascoltano.
Convinti che sia la colonna sonora dell’ultimo volo. O del primo appetito.
Io la chiamo: l’apatia del ragno.

La Cordier era il mio ragno ed io la sua mosca. Stava tessendo una tela, fatta di denaro facile, alla quale sapeva che mi sarei aggrappata, senza alcuna ombra di dubbio.

Era certa che avrei fatto di necessità, virtù. L’unico appiglio a cui avrei potuto appendere la mia vita, era il filo sottile che fuoriusciva dalla sua gonnina a balze. Che, ad essere sincera, non le donava affatto. Ma fortuna volle, che non avesse indossato una longuette. Si sarebbe accorta del difetto e io sarei rimasta fregata. Era talmente vanitosa e perfetta, la Cordier, che avrebbe cambiato, sovente, anche marca di sigarette. Per via del colore del pacchetto, affinché fosse in tinta con le sue vesti da signora bene. Qualora fosse stata una fumatrice normale. Ma una che lasciava il pacchetto dal tabaccaio non lo era di certo.
Era viziosa. Ma solo per il sottile vezzo di tenere qualcosa fra le labbra. A tempo più che determinato. E che non fosse troppo impegnativo.

Così come, non presi per vizio la sua proposta. Accettabile, almeno nei principi. Tagliare i miei capelli, seguendo una logica di sforbiciate e colpi di rasoio, che avrebbero messa a nudo la mia nuca. Cambiare colore, dal mio biondo di natura ad un nero corvino e, infine, utilizzare un trucco vistoso, ma non troppo puttanesco, a dare colore al mio viso pallido.

Supervisionò tutte le fasi del mio cambiamento. Mise a punto ogni piccolo dettaglio, come una professionista del glamour. Mi rese diversa, totalmente. Ero diventata figa, eccitante, calda. Ma, nel contempo mi tenne all’oscuro di cosa avrei dovuto farne, di quella trasformazione. E del come avrei dovuto o potuto utilizzarla.

Non per molto, come ovvio che fosse. Prima o poi, avrebbe dovuto concedermi, almeno una qualche delucidazione in merito.

Lo fece, utilizzando un teorema alquanto insolito, ma efficace. Almeno per me, lo era. E fu l’inizio del tentativo, che attuò per scatenare la mia curiosità ed accedere alla mia convinzione.

Gli uomini conoscono due modi per guardare una donna.
Di fronte si fermano, solitamente, al viso. Restano fugaci sul seno.
È alle spalle di una femmina, che danno il meglio.
Dal collo al culo è osservazione. Dal culo in giù è bramosia.
Di occhi, immaginando che un tocco si trasformi in passaggio multiplo di dita.
Eppure, conosco maschi che trovano la nuca di una donna altamente eccitante.
A molti
 piace scoprirla, scostare i capelli e perderci le labbra.
Ad alcuni piace nuda, di suo. Sono quelle le mie vittime. E saranno le tue. A patto che non tocchino. Potendo solo sospirarci intorno. A debita distanza.
La lontananza li eccita. La vicinanza di una figa, non potrebbe sortire lo stesso effetto.

Mi disse dell’esistenza di giri strani, ambigui. Gente ricca, annoiata, alla perenne ricerca di nuovi stimoli. Persone che avevano superato l’andare a puttane. Uomini che non si eccitavano più, di fronte all’abbondanza, ma attratti dal manchevole, da tutto ciò che non si potrebbe avere, toccare, stringere, nemmeno pagando.

E in tutto ciò, io non avrei dovuto fare assolutamente niente: sarei stata pagata per il nulla.

Ero sola. La stanza mi appariva vuota. Avevo freddo. Le uniche cose che emanassero calore, erano le candele, in fila indiana circolare. Le vedevo consumarsi piano, troppo piano. Compresi che scandivano il tempo della mia performance silenziosa e nuda.
Dietro di me sentivo il respiro. Ma era difficile intuire se fosse di un uomo o di una donna. Era respiro, e mi stava soffocando. Nonostante fosse l
ontano. Eppure ne sentivo i battiti d’aria, di chiuso, ritmici come una grancassa di banda paesana. Ero sola, nuda di fronte a quello specchio. Un piccolo retrovisore di auto, che trasmetteva solo i miei occhi, a me stessa. In una stanza povera di tutto. Piena di nulla.
Per uno stralcio di secondo, pensai ad una presenza demoniaca. O ad una assenza ancor peggiore e falsamente invisibile. Quel respiro, quel fottuto andirivieni di ansia e liberazione, mi tamponava l’udito, mi straziava l’anima, mi amplificava i pensieri.

Avevo paura. Sperai che l’accumulo della cera delle candele, potesse metter fine alla mia agonia mentale. A cui ero, oramai ed inevitabilmente, sottomessa. Così come confidai che, quei mille euro che avevo nascosto fra mutande di pizzo e reggiseni a balconcino, non fossero l’equivalente, in carta moneta, della mia vita. O della mia morte.

Forse avevo appena fatto qualcosa di sporco. Eppure mi sentivo come una foglia appena velata dal vento. Non mi ero donata in alcun modo. Avevo lasciato che qualcuno vedesse il mio corpo nudo, perfezionato da tacchi molto alti. Facevo fatica a starci sopra. Ma non avevo camminato. Ferma, ero stata immobile. Seduta elegantemente su una seggiola quasi trasparente, leggera di alluminio, senza nulla a coprire il visibile.
Ero come una puttana. Senza essermi prostituita. O, almeno, senza aver lasciato che fossero le mie aperture a vendersi. Ma solo il mio corpo. In prima visione.
1.000 euro non furono pochi.
Sarebbe bastato molto meno, a convincermi di eventuali visioni successive.
Lui, o lei, aveva fissato la mia nuca. Ma non mi sarei offesa, se avesse osservato, attentamente, anche il mio culo.

La cosa continuò, senza alcun ostacolo. Non le contai, ma quella seggiola aveva preso la forma del mio didietro. Ritmicamente e a giorni alterni, una macchina dai vetri scuri mi prendeva sotto casa, indossavo un cappuccio fino al luogo, salivo delle scale, mi spogliavo, mi accomodavo, facevo mostra di me stessa e mi riportavano indietro. Avevo, oramai, presa l’abitudine di lasciare anche il denaro, del pagamento anticipato, a casa. Non mi sarebbe servito a nulla. D’altronde, ai ritocchi alla nuca, al ciuffo spiovente, detto alla francese, plongeant, pensava la Cordier. Di certo, immaginai, il suo guadagno dovesse essere alquanto grasso e corposo. Pur non riuscendo a capire quale e quanto fosse il giro di affari che, con malizia e intelligenza, aveva messo in piedi. Di fatto, durante il giorno, continuavo a fare la sguattera nel locale. Con molte meno punte di invidia verso le fanciulle: se avessero saputo che guadagnavo più soldi, di quanti ne ottenessero con smancerie verso i paparini, probabilmente, sarebbero state loro a dover soffrire di rancore e di improvvisi attacchi di bile.

L’ennesima occasione, la più costosa, dal punto di vista economico, giunse come farebbe un tassista di notte: puntuale e rumorosa.

Nella solita stanza, avevo aspettato a lungo nella mia immobile performance. Il consumarsi delle candele a farmi corona, fu il segno che, di tempo, doveva esserne passato fin troppo. Il silenzio assordante mi spaventava, ancor più di quanto avrebbe potuto un frastuono clamoroso. Ero indecisa su come muovermi, su cosa fare, su dove poter puntare i miei occhi. Non sentivo più alcun respiro affannoso, nulla di nulla. Cominciai ad avere freddo. Decisi di voltarmi, cosa che non avrei mai dovuto fare, secondo i dettami della mia adescatrice, ma lo feci, d’istinto e di ragione, insieme.

Nonostante il buio, ravvivato solo dalle luci fioche provenienti da fuori, che attraversavano una minuscola fessura nel muro, vidi il corpo di un uomo, anziano a prima vista, adagiato su una volgare poltrona beige, sangue ovunque, una pozza rossa a fare da specchio alla morte. Mi avvicinai, curiosa e impaurita. Un tacco a spillo era incastrato nella gola della vittima, ma non potevo vedere quanti colpi, quanti buchi aveva provocato. Di certo, c’era che io non mi ero accorta di nulla.

Raccolsi, afferrai, per dirla meglio, le mie poche cose, la mia unica cosa, un cappotto nero, di pelle. Lo indossai e andai, di corsa. Presi le scale, di slancio ne saltai diverse. Avevo paura. Un uomo morto alle spalle era pur sempre un fardello piuttosto pesante da tenere addosso, persino solo nei pensieri.
Non conoscevo quell’androne. Ci ero arrivata bendata ed ora, ero custode muta e non più cieca di quello ch
e sembrava, o forse, era un fottuto omicidio. Di cui non avevo udito il rumore. E del quale, ero all’oscuro di ogni sottile o robusto motivo. Cercare la Cordier era la prima cosa da fare. Lei mi aveva cacciata in questo pasticcio. E lei, avrebbe dovuto tirarmene fuori. Era quello che speravo, almeno.

Mi ritrovai in strada, un vicolo. Ho paura dei vicoli stretti. Paura di passarci dentro. E ora, avevo anche paura di poterci morire.
Se proprio dovesse accadere che qualcuno mi spari o mi accoltelli alle spalle, spero che succeda in una piazza. L’ultimo respiro, l’estremo sputo di aria vorrei buttarlo fuori a cielo aperto. Sdraiata, guardando le nuvole, l’azzurro o il grigio, non importa.
Non in un cazzo di lembo minuscolo di cemento. Non appoggiata ad un muro.
Sarà per questo che, quando ho paura e passo per un vico, mi prende di correre. A perdifiato, per uscirne, il più in fretta possibile. Pioveva, di quelle pioggerelline leggere e fluttuanti, a rendere più angosciosa la mia fuga. Non incrociai anima, non avevo idea di che ora fosse, di certo era tardi. Lessi il nome della via su una targhetta alla fine del vicolo: via Ziccardi. Era quasi terminata quella galera di mura, di sampietrini infidi e scivolosi, che oltrepassai un piccolo arco e vidi almeno uno spazio, che non fosse racchiuso da accozzaglie di pietra. Ero a Porta Mancina. Una delle sei antiche porte per entrare nella città vecchia. Ero fuori, ero finalmente uscita da quell’incubo. O almeno, dal suo primo capitolo.

Era stato come sentire addosso quei sampietrini, che avevo calpestato veloce, correndo, costretta dalla paura. Non avrei dimenticato quel vicolo, adattato a strada carrabile. Via Ziccardi, marchiata a fuoco nei pensieri. Come uno stadio vuoto, teatro di un omicidio, efferato e sottile, crudele e silenzioso.
Un assassinio nascosto agli occhi di chiunque. Chi vuol far rumore uccide nelle piazze. Nessuno tenterebbe un attentato in un vicolo.
Ed io ero stata l’unica ad aver visto. Io sola, non prima di chi avesse strozzato la vita di quell’uomo, con quel fottuto stiletto nella gola.

Ero fuggita da un delitto, che non avevo commesso, di cui non ero stata nemmeno complice, né spettatrice e mi ritrovai, finalmente, a respirare. Quella Porta Mancina sapeva di demoniaco.

Dovevo cercare la Cordier: mi aveva messa lei in questo piatto ben servito. Il cui unico ingrediente era stato il sangue.
Provai a chiamarla. Nulla e poi nulla.
Non esiste cosa più triste e insieme terrorizzante, che cercare qualcuno ad un telefono. E trovarlo spento. Soprattutto, quando sei sicura che quel qualcuno, col telefono, ci vive e ci muore.

Restai due lunghi giorni a cercare una voce, la sua voce, all’altro capo della linea. Nulla di nulla. Finalmente, fu lei a cercare me. La sua voce era stanca e flebile: <<E’ scomparso mio marito. Non si trova da due giorni. Ne ho perse le tracce>>. Avrei voluto rispondere, ma non me ne diede il tempo. Continuò: << Al momento non credo sia opportuno continuare i tuoi incontri, almeno fin quando non si risolve questa storia. Mi faccio viva io>>.

Nel giro di pochi minuti, i miei pensieri fecero a coltellate gli uni con gli altri. Il marito della Cordier svanito nel nulla. Il cadavere che avevo intravisto nel buio. I miei incontri con lo o gli sconosciuti, che organizzava la stessa Cordier. Fare due calcoli approssimati sarebbe stato fin troppo semplice. E se il cadavere, quel maledetto cadavere, altro non fosse stato di suo marito, Damiano Palladino, ricco uomo di affari campobassano, con intrecci in ogni dove si poteva trovare qualcosa da unire, in maniera legale o illegale che fosse?

Damiano Palladino, un uomo non proprio eccitante, basso, tarchiato, immerso nei suoi doppiopetto demodé, che ne esaltavano la assoluta mancanza di fascino. Insomma, uno che mal si accompagnava alla inebriante bellezza della consorte. Lei sì, ammirata per la sua classe. Lui solo invidiato per ciò che riusciva a trattenere nel suo portafogli, nelle banche e intorno: Brigitte Cordier.

Lo avevo intravisto poche volte, forse in una sola occasione, mentre aspettava, comodamente svaccato in una grossa Mercedes, che uscisse la messa in piega della moglie, in attesa di una delle prerogative che lo avevano reso oggetto di concorrenza, malcelata da chiunque lo conoscesse, seppur solo di vista.

Il fatto che tutti si chiedessero, in città, quale oscuro motivo avesse spinto la splendida francese, non a legarsi, il che era facilmente immaginabile, ma a continuare a stare attaccata come con una catena invisibile a quest’uomo, faceva il paio con la mancanza assoluta di notizie, in merito ad eventuali tradimenti della stessa nei suoi confronti. Anzi, era di dominio semi pubblico che fosse lui ad intersecare una qualche fuga, al di fuori del vincolo coniugale.

E, qualora fosse stato lui, come stavo cominciando ad immaginare, la vittima dello stiletto, anche adombrato da pessime perversioni. Ma, di questo piccolo dettaglio, saremmo state a conoscenza solo io e la Cordier. Sempre che fosse stato il suo, il corpo esanime che avevo intravisto, in quella fottutissima e maledetta notte di pioggia.

Il caso della scomparsa di Palladino divenne facilmente ed irrimediabilmente cronaca. Era innegabile che cotanta fama non potesse passare inosservata. Soprattutto a giornalai di provincia, avvezzi a latrocini di polli, ora davanti ad una situazione in cui sguazzare, che mai avrebbero saputo immaginare.

Il locale ed indigeno chiacchiericcio ci affogava, come un gatto monco in una vasca da bagno. Soprattutto la questione sentimentale, mai messa in dubbio nel passato, cominciava ad incrinarsi. Le supposizioni erano notevoli e di ampio respiro: la Cordier appariva come un bocconcino da condire con le salse più strane, colorate e colorite.

La presunta sparizione di Damiano Palladino si nutriva di fin troppe declinazioni. Una fuga volontaria, un’altra donna, un probabile crack finanziario. Ogni cosa avrebbe potuto spingere il nostro a cambiare lidi in cui spiaggiarsi.

Si sparse la voce che la stessa Cordier era stata fuori città, nei giorni precedenti. Le sue numerose carte di credito, strisciate in ogni dove, erano la testimonianza, che sarebbe servita a poco per le indagini degli inquirenti, ma che, almeno in apparenza, l’avrebbero scagionata ai miei occhi, come esecutrice materiale del delitto, a cui avevo assistito.

Perché del delitto, pareva ne fossi al corrente solo io. Immaginai quel corpo già sotto qualche metro di terra o bruciato in qualche forno per la produzione di calce.

Perché non era possibile che si trovasse ancora nella casa e che nessuno se ne fosse accorto. Un cadavere non parla, ma emette odori nauseanti e la via Ziccardi, per quanto fosse stretta e lugubre, era fin troppo popolata, di giorno.

L’istinto di femmina, ma credo comune a chiunque si fosse trovato nella mia stessa condizione, mi spinse a tornare sul luogo del fatto. Anche se, inconfutabilmente, non ero di certo l’assassino di turno. Ritrovai la casa, la porta era serrata, fin troppo. Facendo finta di nulla, cercai di aprirla, senza riuscirci. Così chiesi a qualcuno dei passanti cosa fosse, chi ci abitasse, chi ne era il proprietario. Sbagliai, evidentemente. Se fino ad allora, nessuno avrebbe potuto darmi un volto, stavolta, con le mie domande, avevo concesso, inevitabilmente, un motivo a che qualcuno potesse arrivare fino a me. E senza aver ottenuto risposte efficaci alla mia polverosa e stramba indagine personale. La casa, a quanto pareva, era disabitata da anni, da quando un vecchio vi ci era morto dentro, da solo e in povertà. Camuffai la mia curiosità con il fatto che quella casa fosse di mio gradimento, nella sua posizione laterale alla chiesa di San Leonardo, fingendomi donna timorata di Dio ed avvezza alla preghiera. Alibi pessimo, ma per qualche popolano del centro storico, fin troppo credibile. Almeno lo sperai.

Intanto, la Cordier, pareva essersi raccolta nelle sue lussuose stanze, che avevo sempre pensato fatue di broccati lussuosi e mobili d’epoca, a fare pendant con la sua innegabile eleganza antica, di donna d’altri tempi, aggiornatasi appena allo stampo della modernità.

Le chiacchiere affannose della città, delle mura e dei vicoli, come delle piazze e dei quartieri borghesi non le pervenivano. Ma sarebbe riuscita a farne una stima, più o meno affidabile. Sapeva bene che il posto si reggeva abilmente sulla cruda rappresentazione fittizia, sulla menzogna costruita ad arte, sul fatto che tutti fossero in trepida attesa di un suo passo falso. E quantunque non avesse mosso neanche un centimetro di se stessa, era cosciente che, in quel passeggio, tutti pensavano ci fossero anche le sue impronte.

Le sarebbe bastato un giro sui famigerati social network, i gironi infernali dei nostri tempi, dei quali non aveva mai ambito ad esserne protagonista, per capire che la tenue e sottile ammirazione nei suoi confronti, stava veleggiando verso i canali della perversione violenta dei moralizzatori del nulla. Qui la chiamano “ciantellizia”. La professione o il passatempo di chi trova i cazzi altrui, più appetibili dei propri.

Avevo perso ogni speranza di un suo contatto. Mi sbagliavo. Si fece viva con un messaggio, un sms debole ma limpido: devo vederti, parlarti. Ora sono io, ad aver bisogno di te. Vieni a casa mia. Appena puoi.

Ci andai. In fretta. La Cordier mi aveva lanciato una chiara richiesta di aiuto. O una leggera mossa, a dare dondolio allo statico quadro, apparentemente ben inchiodato al muro.

La sua casa era ancor più meravigliosa di quanto avrei potuto pensare. Ci entrai, dribblando qualche giornalista e un paio di telecamere, che ancora resistevano, imperterriti, nell’attesa che qualche notizia potesse trapelare e farne scoop.

Mi sarei aspettata una corposa confessione, come un fiume in piena. Lei che mi raccontasse tutto, il mistero e la soluzione. Nulla di tutto ciò. Nonostante credessi di essere diventata l’unico drappo di veste, seppur umile, a cui poteva ancora sperare di aggrapparsi, prima di crollare nel burrone. Mi chiese della serata, l’ultima di cui ero stata protagonista muta, come se non ne sapesse nulla. Celai, nel nascondiglio dei miei pensieri, ogni cosa. Nulla di quanto avevo visto, riuscì a venir fuori dalle mie labbra. Ero convinta che lei sapesse tutto e stavo incamminandomi sulla strada, le cui linee di mezzeria, mi raccontavano che il corpo morto fosse proprio di suo marito.

Sapeva mentire, la Cordier. Di più, era brava a far finta di nulla. Era il suo modo di cavarmi una qualche notizia che le potesse tornare utile. In fondo, stavamo fingendo entrambe, nel rincorrersi della mancanza di fiducia reciproca. Tutte e due rinchiuse nel fortino della bugia. Che aspettava di essere distrutto a sassate. E su quelle pietre sarebbe stata scritta la verità.

Stavo per andar via, quando mi disse: <<Sai, è stata la prima volta, in cui il cliente non mi ha richiamata. Né per ringraziarmi e tanto meno per avanzare qualche critica. Strano.>>

Le risposi con garbo <<Non saprei. Di solito resto in silenzio e non so cosa accade alle mie spalle.>>

<<Hai ragione. I comprimari sono sempre all’oscuro o, almeno, non conoscono mai tutte le tracce del copione.>> ribadì, stizzita.

<<Qualora esista, un copione.>>. Così chiusi il discorso, restando incompleta nelle mie presunte certezze ma certa che anche lei si sarebbe poste delle domande, a fronte della mia ultima, fortificante affermazione.

Era come se ci fossimo dichiarate guerra. E tregua temporanea. Ognuna aveva issate le proprie barricate. E l’attesa degli eventi avrebbe deciso quali fossero più robuste, quali di pietre, da innalzare e quali di sabbia, da bagnare e lasciar indurire.

Ne uscii fredda, come il vento gelido che mi soffiava fra le palpebre, negli occhi, e mi torturava la punta del naso. Erano stati giorni rivoltati come calzini sporchi. Ritornai al lavoro, cercando di rientrare dalla finestra. Ci provai. Dovevo avere un aspetto pessimo. Mi guardavano tutte, come se fossi un cadavere resuscitato per caso. Ero in disordine totale, mentale, fisico ed estetico. Dovevo ridare un senso al mio undercut. Il guaio di avere capelli corti sta nella bestemmia di doverli sempre tenere sotto controllo. Pochi giorni di distrazione e se ne perde l’essenza. Che sta nella precisione, nel dettaglio, nella cura quotidiana.
Barattai un taglio perfetto con una giornata di lavoro. Avevo guadagnato bei soldi e non troppo puliti, ma la mia perspicacia mi convinse a non farne troppa propaganda. Mi ritrovai di nuovo sguattera. Ma molto più bella. Questo sì, almeno.

Cercai di lavorare, facendo finta di far finta di niente. Nonostante, nella mia mente, accadessero incontri di vari pensieri. Era innegabile che fossi compressa nelle numerose congetture che affannavano le ultime ore della mia esistenza. Le notizie che provenivano dalla villa della Cordier erano sempre le stesse. E lentamente si stava affievolendo la possibilità che ci potesse essere un botto, a svegliare il torpore medio della città e farne campo di battaglia di pettegole.

La notte mi parve potesse essere il tempo migliore, per tornare sul luogo del delitto. Non so cosa mi stesse spingendo a raccogliere brividi di freddo e, insieme, di paura. Avevo la vaga sensazione che dovesse succedere qualcosa. Non riuscivo ad immaginare come e quando avrebbero potuto spostare il corpo senza vita di un uomo, per di più corpulento e pesante. E invece, magari era ancora lì dentro, a divenire cibo poer avvoltoi, qualora qui vedevo svolazzare solo piccioni, nemmeno tanto affamati, all’apparenza.

Il freddo punzecchiava la mia nuca, che tenevo scoperta. D’altronde, era diventato il mio segno distintivo: ne ebbi prova dal fatto che, in diverse, chiedevano alla mia titolare proprio quel taglio. Che era sexy, ma anche pericoloso.

Me ne accorsi quando sentii qualcosa di freddo e rotondo spingerle contro. Nella piazzetta, appoggiata ad un muro, mentre osservavo il niente, sperando si evolvesse in qualcosa. La canna spingeva e mi invitava a non voltarmi. Era destino crudele che non dovessi vedere mai cosa succedesse alle mie spalle.

Avrei voluto delle risposte, almeno. Lo fece una mano guantata di nero, che mi piantò un foglietto bianco davanti agli occhi. Lo scritto era inequivocabile: fatti i cazzi tuoi.

Captai che quanto avessi di dietro stava andando via, e non feci alcun cenno o prova a capire chi fosse o dove andasse. Me ne guardai bene. Nonostante il gelo, la mia nuca stava leggermente, acquistando calore. Per via del contrasto. A volte capita, la chimica ha sempre in serbo sorprese.

Avevo avuto paura. Una paura diversa. Perché c’è differenza fra restare terrorizzati dopo qualcosa ed esserlo durante qualcosa. Ora, ero sul punto di aver paura ancor prima che qualcosa accadesse.
E cominciai a credere che, dei timori che avevo attraversato, fosse quello peggiore.

E, peggio,non conoscevo un punto a cui aggrapparmi. Mi sentivo in pericolo. Ora, qualcuno era a conoscenza che io sapessi e che avessi visto qualcosa. E quel qualcuno aveva mani troppo grandi, per essere una donna. E l’unica donna era rinchiusa nelle sue stanze. In questo andirivieni di pessime emozioni, qualcun altro si stava facendo strada. Ma chi?

Respirai a pieni polmoni il freddo, raccolsi la mia figura, provai a dormire. Ma feci ghirigori virtuali sul soffitto e buttai sospiri affannosi sul cuscino.

Avevo una sola via di uscita o, per lo meno, avrei raggiunto un bivio, da cui provare a prendere una strada, una interpoderale, un tratturo. Qualcosa che mi conducesse altrove, verso una corazza o un’armatura che potesse proteggermi.

E tutto ciò aveva sempre lo stesso nome: Brigitte Cordier.

Quando la cercai ebbi la sensazione che non aspettasse altro, che fosse lì, ad attendermi, come un’amante infedele aspetta il suo partner, sapendo di dover mordere ogni attimo, ogni sussurro, ogni sospiro.

Le raccontai quanto mi era successo, degli ultimi avvenimenti, tenendola ancora all’oscuro di quanto accadde nella stanza dei giochi. Ero convinta che anche lei mi nascondesse qualcosa, ma non negai la mia paura e la conseguente richiesta di protezione.

<<Un uomo ti avrebbe minacciata?>> esordì.

<<Si. Qualcuno che sa, che conosce…>>

<<Di quello che facevi, lo sapevamo solo io e te. E loro. Ma non credo che ne farebbero vanto, a raccontarlo in giro>>

<<Eppure, quella mano e quella canna di pistola alla nuca, io non l’ho sognata>>

<<Hai bisogno di sparire, per un po’. Dammi qualche ora, troverò una soluzione>>.

La soluzione era un certo Darko Ilievîc. Già il fatto in sé che fosse slavo, non mi piaceva affatto. Aveva sul viso la cattiveria dei serbi cattivi, di quelli orfani della guerra, non di guerra, che odiano il mondo, convinti e felici di esserne ricambiati. Mi disse che sarebbe stato l’unico disposto ad aiutarmi. Darko si offrì di ospitarmi, intanto, in una villa fuori città. Aveva case dappertutto e ne comprava ovunque, alla bisogna.
Pensò che sarebbe stato meglio se fossi restata in zona, senza allontanarmi troppo. Per un attimo, mi sentii al sicuro. Il serbo non mi avrebbe toccata. Di donne ne comprava, come faceva per ogni cosa. E il fatto che non fossi in saldo, non lo avrebbe eccitato. Dava sfogo alla sua sessualità rinchiuso in una stanza con porte di acciaio, chiuse a mandate multiple. Era più che sesso sicuro, era blindato.
E doveva avere qualche debito sospeso con la Cordier. Quelli come lui, sono a credito col mondo. E a debito solo con i cadaveri. E la Cordier, per quanto scossa, era fin troppo viva. La prima sera cenammo in un grande salone,anche lei, tovagliato in seta e posate d’argento. Ilievîc non amava ascoltare. Era un pessimo narratore, ma avremmo fatto finta che fosse un attore consumato. Ci avrebbe fatto comodo non contraddirlo. Raccontava di guerra, della guerra che lo aveva arricchito. Di eccidi e violenza. Come se fosse una favola per bambini, in cui era il lupo cattivo, e fiero di esserlo. Si era circondato di uomini infidi nell’anima e fedeli nelle mani. Armate da contante a cadenza mensile. Impiegati con mitra e automatiche, a parargli il prezioso culo.
Si diceva anche che dormisse con gli occhi aperti e una pistola fra le palle. Che fosse più facile e tempestiva da impugnare, che non da sotto un cuscino, in caso di necessità.
Questo ci rassicurò. Avrebbero avuto più motivi per tagliare la sua gola, che le nostre teste, nel mondo.

Quando la Cordier mi salutò, le chiesi: <<Signora, siamo ad un punto di arrivo, o di partenza, ora?>>.

<< Mia cara, Non esistono punti. Solo rette. Su cui fermarsi e poi ripartire. O da cui saltare su altre, che siano, almeno apparentemente, infinite. O almeno, per il tempo che ci serve>>

Brigitte Cordier, nonostante tutto, sapeva sempre come sorprendermi. Le bastava una frase ad effetto e cadevo ai suoi piedi. Ero sempre lì, a strisciarle attorno, come un verme in cerca di cibo. E lei sapeva sempre come nutrirmi.

Così tornai dentro, feci per tornare dentro, in quella che sarebbe stata la mia prigione dorata e sicura. Mi voltai per guardarla ancora. Non la ricordavo così bella, non la vedevo così splendida da giorni. Le si avvicinò Ilievic, la guardò, accennò una carezza al suo viso. Ebbi la sensazione che avrebbe voluto fare altro, andare oltre, le labbra della donna erano come ciliegie mature da cogliere, prima che cadessero al suolo. Era troppo invitante, ma lui si trattenne. Ma bastò perché notassi un gesto di intesa, di complicità. Che sembrava fra amanti. Ma forse, nascondeva qualcosa di ancor più profondo.

Nei giorni a venire, Ilievic mi sembrò gentile. Lasciava che girassi nella sua villa, nel giardino e che restassi a lungo nel lussuoso androne. Non era affatto kitsch. Non avrei mai pensato che gli slavi potessero avere gusto nelle cose. Ma, forse, Darko ne aveva acquistato anche lo stile preesistente. In fondo il denaro renderebbe migliore chiunque. Agli occhi del mondo, ancor più che alle anime del vicinato.
La Cordier non si fece né vedere, né sentire, in quei primi giorni, nei quali feci bivacco, a vitto e alloggio a cinque stelle, nella villa.
Ilievic non mi diede molta retta. Ma mi osservava, non da presso. Lo intuivo. Una donna sentirebbe lo sguardo di un uomo addosso, anche se ci fosse un muro di cinta a fare barriera, fra gli occhi di lui ed il culo di lei.

Per qualche oscuro motivo, immaginai di poter diventare la sua donna. E l’idea non mi dispiaceva. Si è soliti dire che un vero uomo sia quello che tocchi il posteriore di una femmina, magari mentre sale le scale di casa.
Quando era successo di stargli vicino, Darko lo aveva tastato con gli occhi, con lo
 sguardo lo aveva sfiorato, ci aveva girato intorno, fin quasi a ridisegnarlo. Gli slavi trattano le donne, tirandone fuori la femmina che vi si cela dentro.
Perché amano la femmina. La donna resta sempre un’opzione, da accarezzare col pensiero. Ma la sua opzione doveva essere la Cordier. E come alternativa, era alquanto sconveniente, per le mie grazie.

Intanto, il tempo diventava come una voragine soffocante. Erano passati pochi giorni, ma pareva fossero stati cento o più. Cominciai almeno a sperare di poter fare la sua amante.Sarei stata come quelle donne felici a tratti, che convivono col tradimento altrui e trovano sempre la scusa della condivisione del talamo notturno.
Abbandonai l’idea. Mi avrebbe usata per qualche scopata. La femmina di rappresentanza l’avrebbe
 fatta meglio la Cordier. Questi serbi del cazzo avranno anche fatto la guerra, staranno anche sempre in guerra, ma le donne, da tenere di fianco, le scelgono sempre bene.
Ma la Cordier non si sarebbe mai accontentata di fare il soprammobile movente.
La Cordier amava essere. Non apparire.

Accadde che, finalmente, Darko mi rivolse la parola. Mi aspettavo una qualche proposta sentimentale o, quanto meno, sessuale. Mi sbagliavo. Si limitò a chiedermi cosa sapessi fare. <<Avrei voluto imparare a fare la coiffeur. Al momento, so spazzare i pavimenti. Ma lo faccio bene>> risposi. Lui annuì. Pensai avesse bisogno di una governante, una badante giovane che tenesse a freno eventuali accumuli di polvere.

Di fatto, non ne vedevo di donne delle pulizie in giro, fra uomini in abiti scuri, persino eleganti, che riuscivo a fantasticare armati fino ai denti. Invece mi domandò se sapessi sparare. A me, che non sapevo neanche che suono avesse un colpo di pistola. Da bambina, avevo giocato con bambole di pezza, non con armi da fuoco di plastica. Alla mia risposta negativa, come era solito fare, prese a dire: <<La prima volta che sparai non ebbi paura. Feci molti buchi ad un barattolo. Poi, ad una bottiglia. Ma quando sparai ad un uomo, avevo le gambe tremule. E gli occhi troppo aperti. Lo mancai tre volte. Alla quarta lo presi, male. Alla quinta riuscii a stenderlo. Fu così che ripresi a far fori a barattoli di coca. Per farne buchi al primo colpo. Imparai. Ci volle tempo. Ma imparai. Oggi sono preciso. Solo gli occhi di una donna mi farebbero esitare. Forse. Sarà per questo, che sono gli unici bersagli che preferirei colpire alle spalle.>>.
Non mi insegnò a sparare. E le sue parole erano state fin troppo esplicite. Chiunque dovrebbe poter sbagliare. È dagli errori peggiori che si impara a migliorarsi. Voleva dirmi questo. Fu così che mi piazzò, davanti al viso, una foto. Una faccia, un corpo, un cane di fianco. 
<<Chi è?>> domandai.
<<Uno. Mi interessa il suo cane>>. Fu la sua risposta, inaspettata e fuorviante.
<<Quella razza di cane le piace?>>
<<No. Proprio quel cane. Ho provato ad offrirgli molto denaro. Ma nulla
. Per cui, dovremo ucciderlo>>
<<Ucciderlo? Per un cane che non vuole venderle>>
<<Non lui. Il cane. E sarai tu a farlo. Mi devi qualcosa, o sbaglio? La mia protezione e la tua serenità hanno un prezzo.>>

Il lavoro era all’indomani. Mi avrebbe accompagnata in auto un suo uomo. Avrei incrociato il tizio, appena fosse uscito di casa, in una stradina di periferia. E avrei fatto fuoco. Sul cane.

Tutto come previsto. Avevo preso la rivoltella dalle stesse mani di Darko, senza nemmeno guardarla. Ne avevo timore anche se, in fondo, non dovevo far altro che premere il grilletto e tutto sarebbe venuto naturale. Scesi dall’auto, mi avvicinai all’uomo, non lo guardai, non volevo incontrare il suo sguardo. Puntai il cane, di grossa taglia, per mia fortuna: pensai ad un bersaglio semplice, per via della mole. Tirai fuori l’arma e scaricai tutto, sentii i giri di tamburo, secchi e sordi. Nessun botto, nulla, solo click a ripetizione. Scarica, la mia pistola era scarica e l’uomo mi fissò in una mistura di stupore e paura scampata. Il cane ringhiava. Scappai, scappai, scappai, mi infilai nell’auto, ero incazzata, cazzo. Avevo vinto ogni remora, avevo scavalcato, in tempo, qualunque virgola o punto a frenare una frase compiuta. E quella fottuta rivoltella non aveva un colpo in canna, il tamburo vuoto, come un giocattolo per bambini, peggio ancora di quelle a salve. Che almeno, un cazzo di rumore lo tirano fuori.

Rientrammo alla villa, Darko mi aspettava nel grande cortile. Zittì sul nascere ogni mia imprecazione che avrei voluto sputargli addosso, col classico gesto del dito indice perpendicolare alle labbra. <<Brava, sei stata brava>> disse con fare compiaciuto.

<<A far cosa? Nulla?>>

<<No, non nulla.>>

<<Chi era, chi è quell’uomo?>>

<<Nessuno. Uno stronzo qualsiasi. Non conosco neppure il suo nome>>

<<E quindi, il senso di tutto questo?>>

<<Dovevo capire se tu avessi le palle. Chi ha il fegato di sparare ad un cane, potrebbe sparare a chiunque. E tu hai avuto coraggio.>>

<<Ho solo paura di te. Ecco tutto, non è coraggio.>>

<< Lascia che ti spieghi. Noi non siamo come quelli che suonano jazz. Sembra che suonino a cazzo, senza un filo logico, improvvisando. Colpiscono chiunque, che comprendano o meno, come quelli che piantano le bombe. Che fanno saltare in aria chi gli sta sul cazzo e chi non c’entra nulla.
Di contro, per prendere davvero qualcuno, per farne bersaglio, in musica, devi creare una melodia, che sia solo per lui, o per lei.
E noi non spariamo alla cieca. Abbiamo una pallottola, non che sia una a mancare chiunque, ma che diventi letale per qualcuno. E appaia melodia, per noi. Noi non possiamo permetterci di improvvisare.>>

<< E allora? Ora cosa succede?>>

<<Lo saprai presto. Ora vai a riposare.>>

Eppure mi sentii come se avessi ucciso qualcuno. Nonostante non fosse successo. E ne godevo al pensiero, al ricordo. Un po’ come quando ti rimane in bocca il sapore del caffè. Fra i denti, le gengive ed il cavo orale. Ti guardi allo specchio, a denti stretti, e noti il leggero e temporaneo nero, intorno al bianco. Una piccola macchia a sparire, in fretta.
Non ti piace. Eppure, di quel caffè, ne hai goduto ogni cosa. E lo rifaresti ancora.

Restai con le mie domande irrisolte.
Un lavoro non portato a termine, o eseguito fin troppo bene?
E il fatto che, il tizio col cane, somigliasse a Palladino, avrebbe potuto essere solo una coincidenza banale.
E se fosse stato lui? Di chi cazzo era quel cadavere, nella casa in Via Ziccardi?
Ma soprattutto, chi ero io? E quale era stato il mio ruolo in questa maledetta ed intricata storia?
Invece, il mio compito era ancora a divenire.
Ilievic mi aspettava nel grande salone. Lo sguardo fiero, come di un fabbro che avesse appena forgiato la chiave dei suoi sogni. Quegli spari mancati erano stati il segno che aveva plasmato l’ombra di se stesso.
Non mi doveva delle spiegazioni. Ma voleva che io sapessi la verità. E me ne diede atto.

<<Domani ucciderai>> esordì.

<<Chi dovrò uccidere?>>

<<La Cordier.>>

Restai senza parole, senza fiato, ad essere precisi. Avevo finanche immaginato una storia fra questi due. Ed ora, avrei dovuto eliminare la francese? Anche solo dover far fuori qualcuno mi sarebbe sembrato assurdo. Ma addirittura la Cordier.

Darko notò il mio stupore, mi lasciò comoda sul divano e, con un cenno, mi fece capire che avrei dovuto ascoltare, in silenzio.

<<Conosco Brigitte da tempo. Faceva la puttana a Parigi. Il caso ha voluto che ci incontrassimo in questo lembo di terra molisana, che pare abbandonato da Dio e dal demonio. Lei sposata a Palladino, io alla ricerca di nuove idee, di forme criminali sconosciute a questo territorio. Le terre vergini mi eccitano, tutto è da costruire e creare dal nulla è una cosa che mi piace. Brigitte Cordier ha sempre vissuto di specchi e rossetti, di lacca e rimmel: le sarebbe bastato. Palladino le ha consentito tutto questo, ad un patto: che restasse limpida, pulita, immacolata agli occhi del mondo, senza storie, amanti e puttane a condividere. Ma una donna, prima o poi, si stanca. Anela di libertà, di voglie represse, di nuovo. Ha saputo di me e mi ha chiesto di far sparire il marito, per sempre. E senza che qualcuno potesse trovarlo. >>

<<E così hai ucciso Palladino, in quella casa a Via Ziccardi>>

<<Beh, sfruttare le sue perversioni, questo sfrenato amore per le nuche giovani, l’eccitazione che ne derivava. Sarebbe bastato questo. E tu eri perfetta. Lei ti ha creata, ti ha fatta diventare ciò che lui, esattamente, cercava. Quella casa è della Cordier e di suo marito. Solo lei ne ha le chiavi. Un gioco da ragazzi. Due, tre volte ad amplificare le sue voglie e poi toglierlo dal mondo.>>

<<Avevo sempre pensato fosse il suo, quel cadavere con quel tacco nella gola.>>

<<Ma no. Palladino è vivo e vegeto. Una finzione, un colpo di teatro che fosse talmente forte da intimorirti. Non è morto nessuno. Lo ha creduto la Cordier e lo hai creduto tu. Avete finto di non sapere, l’una verso l’altra. Lei ti ha portata da me non perché ti proteggessi, ma per capire se tu sapessi o meno. Non ne avevo bisogno. Ero lì dentro. E tu avevi visto.>>

<<Tutto finto. Come gli spari al cane. È Palladino quello col cane, vero?>>

<<Già. Palladino fa affari con me. La Cordier avrebbe voluto sedurmi. Ma lei è solo ciò che sembra, della ricchezza. E a me, del denaro, piace la sostanza, non l’apparenza. Non rischierei mai di perdere un buon affare e un discreto compagno di merende, per una donna. Poi, abbiamo messo in scena il finto tentativo di assassinio del cane, insieme a lui. Era una zona periferica e chiunque altro si sarebbe fatte delle domande, di fronte a quanto successo. Eravamo d’accordo. Ora sai tutto. E, come immagini, Palladino non è stato molto felice, quando ha saputo che la moglie lo avrebbe voluto cadavere. Per cui, preferirebbe vederla sdraiata e senza respiro. E lei si fida di te, non potrebbe mai immaginare.>>

<<Credo sia giusto. Domani, dove?>>

<<La incontrerai sui Monti, davanti al Castello. Avrai la rivoltella, la stessa. Sei colpi, sparali tutti, per sicurezza.>>

Il giorno dopo arrivò. Era freddo, pioveva. Di una pioggia fine e difettosa, di quelle che non bagnano, ma fanno umido. E il che, è anche peggio. I Monti, il posto più alto della città, il castello, la piazza. Già, la piazza, non un vicolo. E se ci fosse stato qualcuno, avrebbe visto. Volevano questo da me, che una macchia restasse impressa a fuoco sulla mia pelle. Una femmina killer, probante e affascinante. Certo.

Guardai la Cordier negli occhi. Le puntai contro il revolver. La sua bellezza mi parve effimera, senza vita, monca. Ma il suo sguardo era vivo, le palpebre frettolose, le labbra tremule. Si sarebbe sentito un botto fragoroso. O un altro, asettico click. Stavolta, la rivoltella l’avevo guardata, toccata più volte, compresa ed ammirata. E magari, quei sei stupidi proiettili sarebbero scivolati nella mia borsa di pelle nera.

Che la borsa di una donna, si sa, resta sempre il miglior nascondiglio per tutto. Anche per un segreto.

***

Mirko Addessa (sopra) ha 56 anni (portati bene). Di Campobasso, lavora come                                       pubblicitario. Collabora con una rivista gratuita #Cambuhashtag.                        Scrive, legge e ha un grande senso dell’umorismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...