IL MONDO ALLA FINE DEL MONDO di Luis Sepulveda

Recensione di Piera Carroli

Attraverso continenti, generi, lingue e culture,

alla ricerca di occultate sopraffazioni,

in difesa della natura

LUIS SEPULVEDA (1989) EL MUNDO DEL FIN DEL MUNDO. Tusquets Editores S.A.

(1994 Guanda; 2003, TEADUE) IL MONDO ALLA FINE DEL MONDO. Milano: TEA. Trad. di Ilide Carmignani

La straordinaria vita di Luis Sepúlveda - RomaDailyNews

Inizio con l’amatissimo Sepùlveda, da poco scomparso – troppo giovane – in Spagna, del Covid

“Una splendida storia di mare,

il grido della natura ferita,

un intenso romanzo di passioni politiche,

ritorni, navi e terre lontane”

Sarà che ci sono stata di recente in quelle terre in fondo al mondo le quali passano da un oceano all’altro, sarà che mi hanno impressionato come pochi altri mondi per le terre estreme e sconfinate, la natura selvaggia, i fantasmi dei suoi giganti trucidati dai conquistatori e la bizzarria del tempo (“Four seasons in one day” dei neozelandesi Crowded House). E al ritorno da questo viaggio fuori dal mondo, ho sentito che Sepùlveda non c’era più e che era arrivato il Covid in Italia.

Ho cercato subito in biblioteca questo libro, online, e l’ho trovato. Sono immensamente grata ai ragazzi del Rione Giallo di Faenza i quali me l’hanno consegnato davanti al cancello insieme a tanti altri! Che ammirevole servizio volontario. I ragazzi sono rimasti così sorpresi dalla mia calda accoglienza tanto che hanno voluto riprendere il mio entusiasmo per un futuro video sul loro operato ai tempi del COVID a Faenza. Beh, ho pensato, anche questo fa parte dello straniamento del nuovo e dell’inaspettato. Non si ringrazia mai abbastanza chi è altruista e svolge volontariato, e non si dimostra a sufficienza l’amore per i libri e per chi li ha scritti.

Con profondo rispetto per Luis Sepùlveda mi accingo a scrivere di questa novela, libro conciso ma denso di argomenti cruciali per la salvezza di tutti gli esseri e del pianeta.

Erano gli anni 80. Nell’emisfero australe c’erano ancora tante feste e tanto idealismo. All’università c’erano ancora gli Hare Krishna, si studiava di giorno e si passavano le serate a feste, al pub, andando a proteste o a serate per tirar su fondi per Timor Este o altri luoghi in rivolta. Non troppo lontano, i battelli di Green Peace continuavano la loro lotta contro le baleniere giapponesi. Nel 1984 la Rainbow Warrior, la nave ammiraglia di Greenpeace venne distrutta da agenti francesi mentre si trovava nel porto di Auckland in Nuova Zelanda. Il vascello si trovava nell’Oceano Pacifico per manifestare contro i test nucleari condotti dalla Francia nell’atollo di Mururoa. Le autorità neozelandesi fecero causa al governo francese e ai suoi servizi segreti per l’affondamento della nave e l’uccisione di un attivista nonché violazione delle acque territoriali. E il protagonista giovane di Sepùlveda, dieci anni prima circa, aveva deciso di andarsene in giro per il sud del sud america.

Se nel primo viaggio da adolescente, il protagonista, prima di partire era stato influenzato dal libro di Melville, Moby Dick, letto a scuola, le sue motivazioni per tornare nel sud del Chile da grande sono molto diverse. Questo grazie ai marinai di Chiloé con i quali aveva navigato per i mari della Terra del Fuoco. In particolare fu il Basco a colpirlo con le sue parole:

«Senta. Non è come nel romanzo?» Volevo rispondere qualcosa, ma il Basco mi prese per il braccio e mi guardò con molto affetto.

«Sa, giovanotto, sono contento che la caccia non le sia piaciuta. Ci sono sempre meno balene. Forse siamo gli ultimi balenieri di queste acque, ed è un bene. È ora di lasciarle in pace. Il mio bisnonno, mio nonno, , mio padre, sono stati tutti balenieri. Se io avessi un figlio come lei gli consiglerei di seguire un’altra rotta» (p. 38-39)

Tour Letterari: Patagonia Express

Il protagonista maturo di Sepùlveda, ora reporter, si trova ad Amburgo in Germania quando arriva l’inquietante fax di un’agenzia giornalistica. Secondo l’agenzia, molto impegnata in campo ecologico, la nave officina Nishin Maru è stata rimorchiata in un porto del Cile dopo esser stata distrutta in un misterioso incidente nel quale avrebbero perso la vita anche diversi membri dell’equipaggio. Uno dei giornalisti s’incuriosisce, indaga e scopre che la nave non esisterebbe più. Difatti sarebbe stata demolita a Timor, diversi anni prima. Timor in quegli anni era una specie di cimitero non proprio lecito di navi vecchie dove venivano anche riciclate navi ‘pericolose’ o nei guai.

Il protagonista da ragazzo era stato in in Patagonia anni prima ed era rimasto colpito dalla tremenda verità celata dai libri di storia sui giganti e gli altri indigeni della Tierra del Fuego, sulla furia crudele dei colonizzatori in scozzesi, inglesi, gallesi ed europei verso gli indigeni, la fauna e la flora di quei luoghi mozzafiato. In seguito a quel viaggio intrapreso a 16 anni in una baleniera tra fiordi labirintici, isole spazzate dal vento, mari neri e cieli lividi e racconti di stermini, che il giovane svilupperà una nuova consapevolezza, una passione sviscerata per l’ecologia che lo spinge ad investigare fatti sospetti per scoprire atroci verità dettate dall’ingordigia che, allora come ora.

«Non so se scriverò qualcosa. Ma a te, a quelli di Greenpeace e ai miei soci racconterò una storia, una volta sola, e voi deciderete se crederci o no. E quanto a essere di laggiù, non ne sono mai stato più sicuro. Ripenso a certe parole del capitano Nilssen. Quando mi ha parlato della sua vita, si è riferito a una barca che ormai non esiste più come alla cosa per lui più vicina all’idea di patria…» (p. 127).

In questo secondo viaggio il protagonista è accompagnato dal capitano Nilssen, un vecchio lupo di mare norvegese, schivo ma generoso e ‘giusto’. Con lui viaggia attraverso mari insidiosi per scoprire traffici loschi, navi fantasma (o no), deturpazioni compiute da uomini a danno di altri uomini, animali in pericolo di estinzione degne del peggior film horror.

Insomma, in poco più di100 pagine, l’autore è riuscito a mezclare autobiografia e romanzo di formazione in un ecothriller pieno di suspense, un formidale crescendo che alla fine ci riporta all’inizio (Chissà se i ragazzi ingenui leggono ancora Moby Dick?), e ci insegna a imparare e a cambiare

Infine, la prodiga dedica dello scrittore:

Ai miei amici cileni e argentini che

combattono in difesa della Patagonia

e della Terra del Fuoco. Alla loro

generosa ospitalità.

All’equipaggio del nuovo Rainbow Warrior,

nave bandiera di Greenpeace.

A Radio Ventisquero di Coyhaique,

la voce del mondo alla fine del mondo.

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