“SUL LATO SELVAGGIO” di Tiffany McDaniel (Atlantide)

Tiffany McDanielRubriCate

Recensione di Caterina Falconi

In un panorama editoriale, non solo italiano, che tende a livellare le voci potando originalità e tematiche ardue, pullulante di autori ossessionati dal compiacere un fantomatico lettore medio e di editori preoccupati dalla vendibilità del prodotto, come un canto nitido, potente e a tratti ultraumano, i libri di Tiffany McDaniel si impongono per le storie ustionanti, la lingua magnifica e poetica, il coraggio di osare tematiche imprescindibili e generi considerati di nicchia ma necessari. Chi conosca questa giovane autrice statunitense dall’ultimo romanzo “Sul lato selvaggio”, pubblicato in Italia da Edizioni di Atlantide e magistralmente tradotto da Luca Briasco, dopo qualche pagina è afferrato dalla curiosità di guardare le sue foto e dare una scorsa alla precedente produzione. Una simile vis narrativa è necessariamente esito di mestiere e talento, perciò si resta sorpresi davanti ai ritratti di una ragazza dalla pelle di porcellana, gli occhi di profondità oceanica e l’aria grave di chi ha sondato il male per riemergere dai suoi fondali refrattaria alla banalità della consolazione.

Sul lato selvaggio” è una saga familiare al femminile. Un’epopea di eroinomani dalle ascendenze stregonesche in cui il tema del raddoppiamento, del doppio tanto caro alla psicoanalisi, è il paradigma della narrazione. I personaggi, prevalentemente femminili, sono raggruppati in diadi. La madre e la zia, e le figlie gemelle, sono le coppie speculari di una genitorialità-figliolanza irrisolte, vissute sotto il segno della deprivazione affettiva e dell’omessa tutela che vanificheranno i tentativi delle gemelle Arc e Daffy di sottrarsi a un destino di ripetizione e tossicodipendenza, risucchiandole ed espellendole dalla casa della loro infanzia, metafora cardiaca di disfunzionalità sul filo precario della vita.

Tiffany McDaniel racconta il bene e il male che albergano in ...

La scissione nel bambino è esito di traumi inaccettabili. Ogni abuso provoca ulteriori fratture e frane. Ma le piccole Arc e Daffy, i cui veri nomi sono Arcade e Farren, riescono a conferire al lato selvaggio della loro esistenza un imprinting poetico che lo trasfigura nella fantasia. Non a caso Daffy è il diminutivo di poetessa Daffodil, soprannome coniato dalla nonna Keith per la nipotina che ha il dono di parlare in rima.

Il nome di mia sorella alla nascita era Farren Doggs. Ma la chiamavamo tutti poetessa Daffodil per il modo in cui, in primavera, se ne stava immobile in mezzo ai gigli. I fiori bianchi e gialli le arrivavano alle ginocchia e lei restava lì, ferma, nel suo splendore di bambina. E trovava sempre due parole che rimassero. Tanto bastava perché nonna battesse le mani e chiamasse Farren “poetessa Daffodil”

Sempre nonna Keith, l’unica caregiver della famiglia, depositaria della storia e dell’identità matrilineari, insegnerà alle gemelle il modo di sopportare il lato selvaggio delle cose, quando la sofferenza supera il limite. Come a dire che è dall’amore che viene mutuata una sorta di immunità al male. Un’immunità relativa e destinata ad andare in frantumi nell’impatto con la dipendenza. Dipendenza identificata con la tossicodipendenza, intesa come interruttore del dolore insito nella condizione umana e pertanto irrinunciabile.

Arc e Daffy, nonostante la riluttanza a imboccare una strada preparata dalle adulte, sono destinate alla sconfitta, come prima di loro la mamma Adelyn e la zia Jo. Tuttavia, resteranno molto di più che due tossiche, anche dopo la morte, proprio in virtù della taumaturgica attitudine poetica e dell’amore che, seppur carsico e flebile, ha innervato le relazioni familiari.

In una simile ottica, il dimezzamento e la frantumazione sono il corrispettivo del raddoppiamento. E le gemelle si sosterranno nell’ardua discesa ad inferos, proteggendosi come la zia Jo ha protetto la sorella Adelyn.

In questo universo selvaggio e scabro, raccontato da Arc che sdrucciola, di sconfitta in sconfitta, in una dimensione allucinatoria e onirica resa dalla McDaniel con una prosa di scuotente bellezza e alto profilo letterario, le figure degli uomini sono omologate nella predazione sessuale perpetrata sulle ragazze. Come i clienti della madre e della zia, prostitute nella casa costellata dei disegni delle bambine, anche quelli delle ragazze saranno denominati con il più comune e insignificante dei nomi. Saranno tutti dei John, a malapena aggettivati, per consentire una sommaria identificazione che ne quantifichi la pericolosità.

L’ultimo della McDaniel è un romanzo toccante, dal duplice finale. Il primo, “sul lato bello”, per parafrasare le gemelle, sorprende e commuove nel disvelamento dell’oggetto perduto e ossessivamente cercato dalla piccola Arc. Mentre il secondo, “sul lato selvaggio” della storia, svela in un’epifania orrorifica l’identità dell’uomo del fiume, killer delle giovani e patetiche prostitute.

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