Grandangolo: “SOMMERSIONE” di SANDRO FRIZZIERO (FAZI)

Sommersione | Sandro Frizziero | Fazi EditoreRecensione di Marco Valenti

Non siamo alle prese con il pescatore di De André e con la redenzione religiosa del vecchio che, assopitosi al sole, vede l’estraneo come “persona” anziché come “criminale”, e gli rende omaggio spezzando appunto pane e vino come durante la celebrazione eucaristica. Qui il pescatore di Frizziero è tutt’altra cosa. È un uomo che giunto ad un’età avanzata inizia a fare i conti con se stesso, e si rende conto, ancora una volta, di non aver seminato nulla nella propria esistenza. Eccezion fatta per odio e disprezzo. Soprattutto per la propria famiglia.

Il taglio può ricordare quello della descrizione della giornata di Ivan Denisovic, dell’omonimo romanzo di Aleksandr Solzenicyn. Non solo per la struttura del narrato, che descrive lo svolgersi di una giornata qualunque, esattamente identica alle altre, ma anche per via dell’isolamento e della condanna, che se per uno sono rappresentati dal gulag nel quale è stato rinchiuso, dall’altro si evidenziano nell’auto-isolamento cui si è costretto volontariamente su quella striscia di terra che guarda verso Venezia.

L’isola viene descritta come un frammento di terra filiforme che separa il mare aperto dalla laguna, un microcosmo da cui tracimano passioni brutali e primarie, ipocrisia, maldicenza, invidia e avidità. “Una succursale dell’inferno, una filiale dell’Ade per gente di mare”.

Il pescatore è una figura miserabile di cui non ci viene mai fatto sapere il nome. Il suo comportamento e i suoi ragionamenti sono abbastanza. Non serve aggiungere altro. Immerso nei suoi pensieri e nei suoi gesti ormai automatici passa le sue giornate in modo assolutamente identico. Pesca e poi torna a casa. In attesa di poter tornare il mattino dopo a pescare. E così a seguire. Giornate infinitamente monotone in cui ci racconta i propri tormenti vomitando livore e sdegno. Senza risparmiare nessuno. Nemmeno la moglie morta prematuramente o la figlia che vive sulla terraferma che a suo dire è interessata solo alla casa da ereditare.

Il suo incedere quotidiano rappresenta una sorta di memoria storica dell’isola. È lui infatti che ci racconta come si svolge la vita sull’isola. Tra preti dementi ricoverati all’ospizio, assassini e prostitute e tutti quei frequentatori abituali della taverna che immergono la loro disperazione nell’alcol.

La sua prigionia rivela un’insoddisfazione per una vita vissuta al di sotto delle aspettative. Una vita che si può sovrapporre al degrado della laguna e della stessa Venezia, ormai solo l’ombra della città che fu. Anche il mare, ormai ridotto ad un cimitero della plastica, esce ridimensionato dai pensieri del vecchio. Non c’è speranza per niente e per nessuno. Nemmeno i pesci che quotidianamente cattura escono indenni dalle sue amare riflessioni. Quei pesci che non sono degni nemmeno della sua pena, perché “quando muoiono non urlano, non piangono e non si lamentano.”

Tra lancette inesorabilmente immobili che sembrano aver perso la voglia di scandire il tempo, è la noia ciò che tiene insieme tutti i protagonisti del romanzo. Noia che porta verso una drammatica ma vera constatazione: è facile perdere tutto quando non si ha mai avuto niente. Sono quindi i ricordi che ci fanno maggiormente male, soprattutto quelli che ci dipingono esattamente come siamo, che non ci permettono di fingere di essere diversi, di nascondere il nostro io più squallido. Non è possibile mentire a noi stessi. Meglio quindi nasconderci in un’isola come quella del libro, dove possiamo lenire il dolore del nostro vissuto e sentire meno il peso dei nostri errori.

La sommersione del titolo è quindi a mio avviso ricercabile sì nel mare che si mangia la laguna, ma anche e soprattutto, nei sentimenti di cui siamo pervasi. È lì che rischiamo di annegare davvero se non prendiamo coscienza di noi stessi e dei nostri momenti più bui. Di quei momenti e di quei gesti di cui non siamo certo orgogliosi che vengono a galla rischiando di trascinarci a fondo.

Siamo refrattari ad un certo tipo di analisi. Così come l’isola del romanzo pare esserlo nei confronti del mondo esterno. Le sue regole non valgono sulla terraferma. Lì dove tutto è impervio ed inaccessibile vige un’altra legge. Quella dell’emarginazione e del peso dell’esistenza cui siamo condannati dai nostri gesti.

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