1 maggio

di Eleonora Papp

Il Primo Maggio è la data simbolica scelta per celebrare la Festa del Lavoro. Per poter lavorare, per ricevere un compenso adeguato alla prestazione lavorativa, per rivendicare i propri diritti e per essere considerata “libera” (non pensiamo antifrasticamente all’orribile scritta di Auschwitz) l’umanità ha lottato. In passato il lavoro, soprattutto manuale, ma anche intellettuale (ricordiamo i pedagoghi del mondo antico!) era svolto dagli schiavi.

Gli antichi Greci e Romani disprezzavano l’attività manuale e l’affidavano agli schiavi. Mentre il Cilindro di Ciro, imperatore persiano, aveva abolito la schiavitù, le culture greca e romana erano società fortemente schiavistiche e anche per questo soprattutto i Greci temevano i Barbari.

Il disprezzo per le attività manuali e pratiche è evidente nei termini greci ponos, ergasia, techne, banausia, cheirotecnia, praxis, polesis, ecc e nella contrapposizione tra i termini latini negotium ed otium. Secondo la maggior parte delle fonti, il termine schiavo, sopravvissuto ancora nelle forme di interiezione “Ciao” e simile per questo verso all’esclamazione “Servus” (in ungherese Szervusz), deriverebbe dal termine latino medioevale sclavusslavus indicante il prigioniero di guerra slavo. Esistono diverse forme di schiavismo, la definizione della parola non è univoca.

La servitù della gleba medioevale differisce per esempio dalla schiavitù vera e propria. Nell’antichità la schiavitù era un fenomeno molto comune: si diventava schiavi per eredità, perché i nonni o i genitori a loro volta erano schiavi. Si diventava schiavi perché si era prigionieri di guerra. Si era poi schiavi anche per i debiti: i cittadini avevano contratto un debito e, non potendolo saldare, rinunciavano alla propria libertà personale e alla cittadinanza. Il proprietario di uno schiavo aveva diritto di vita e di morte su di esso e sulla sua famiglia, poteva disporre di tutti in ugual modo, garantendo solo la sopravvivenza e non offrendo nulla come compenso. L’abolizione della schiavitù è stato un processo secolare. Sebbene si siano verificati in passato alcuni episodi di opposizione alla schiavitù e di liberazioni di schiavi, anche durante le guerre persiane, la schiavitù fu messa efficacemente in discussione in Europa nell’Alto Medioevo dai re cristiani, poi dall’Illuminismo. Oggi la schiavitù è una condizione giuridicamente e formalmente illegale in tutto il mondo e questo principio è riconosciuto da tutti i paesi che hanno condiviso e adottato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. Tuttavia, nonostante ciò, sia in alcuni paesi in via di sviluppo, sia in alcuni paesi industrializzati persistono comunque forme di schiavismo. L’associazione umanitaria internazionale Terre des hommes (2006) ritiene che, a livello mondiale, il numero delle persone schiavizzate sia di dodici milioni. Pensiamo anche alle lotte del piccolo Iqbal Masih (1983-1995), simbolo della lotta contro il lavoro minorile, una vera e propria forma di schiavismo.

Quindi per poter lavorare, ricevere un adeguato compenso, essere dichiarati liberi, avere diritti e non semplicemente solo doveri, sono state intraprese e condotte battaglie, lotte, manifestazioni e scioperi.

Studiare le etimologie e le corrispondenze del termine «lavoro» in tutte le lingue del mondo ci svela particolari interessanti sull’idea che oggi abbiamo di questa attività fondamentale nelle nostre vite.

Nelle lingue romanze (quelle derivate dal latino) il termine lavoro rimanda all’idea di fatica, come in italiano, o addirittura di sofferenza e tortura, come nel caso del francese travaille» spiega Silvia Luraghi, professoressa di Linguistica storica all’Università di Pavia.

Il termine lavoro in italiano deriva dal latino labor con il significato di fatica. Nella letteratura classica troviamo le espressioni durar fatica e operar faticando. Il legame con il concetto di fatica diventa molto più evidente in alcuni dialetti italiani, fra cui il marchigiano. Nelle Marche i dialettofoni invece di dire lavorare dicono infatti faticare. Ancora oggi in alcuni dialetti regionali si usano i termini faticareandare a faticare (per dire lavorare, andare a lavorare).

Altro termine di parlate italiane per “lavoro” è travaglio, che deriva dal latino tripalium (strumento di tortura), ad esempio in siciliano “lavorare” si dice travagghiari e in piemontese travajè e così via. Questi due dialetti sono molto più vicini al francese travaille (lavoro) e travailler (lavorare). In portoghese lavoro si dice trabalho e in spagnolo trabajo, come in francese. Possiamo notare che per indicare l’attività del lavoro in alcune lingue romanze si usano espressioni simili all’italiano guadagnare o buscarsi il pane. La parola guadagnare è di origine germanica, viene da un termine ricostruito dai filologi che è *waidanjan “pascolare”. Questo lessema ha dato in francese come esito gagner che vuol dire anche vincere. In russo guadagnare si scrive Заработать (iarabotat’) e significa lavorare per vivere, nell’ungherese guadagnare si dice keresni, prevale l’idea della ricerca, dello sforzo condotto per vivere.

Δουλεία è il vocabolo per indicare in greco moderno il lavoro, inteso come una forma moderna di schiavitù. In alcuni paesi extraeuropei questo concetto di servitù è piuttosto ricorrente. In altri paesi extraeuropei per indicare il lavoro prevalgono invece i campi di significati della fatica, della mancanza e della necessità. Come dice la professoressa dell’Università di Pavia che cita anche Mauro Tosco, professore di linguistica africana all’Università di Torino: «[…] Nel mondo arabo, in tutta l’area che va dal Marocco alla Libia, (si usano) i derivati della radice XDM che significa appunto “servire” in arabo. Più vicina a noi forse l’etimologia di un’altra parola araba per “lavorare”, shaqâ, “avere problemi, essere in difficoltà”, e che, usata soprattutto nello Yemen, ha passato il Mar Rosso ed è entrata ad esempio in somalo. E in Africa, là dove per anni il lavoro è stato solo quello legato alla terra, proprio l’attività agricola passa a indicare il lavoro tout court in molte lingue».

Ma a questo punto potremmo chiederci: è considerato più «lavoro» quello manuale o quello intellettuale? Quello dell’operaio o quello dell’architetto? La storia delle lingue romanze ci propone apparentemente un’idea di lavoro come qualcosa di negativo.

Ma non è sempre stato così. Anche perché il concetto di lavoro come lo conosciamo oggi è di origine recente ed è conseguenza della Rivoluzione industriale. Nell’antichità classica, buona parte delle attività produttive, manuali erano affidate agli schiavi, anche se molti contadini possedevano e lavoravano le proprie terre. Esistevano comunque già nel diritto romano la locatio operarum: un individuo cedeva i propri servizi a un’altra persona dietro compenso in denaro.

In latino lavoro, oltre alle parole “negotium”, “labor”, “labora”, “res” si diceva anche opus, opera. Da qui il vocabolo operare, cioè agire, riferito anche alle procedure mediche. Ma le altre lingue indoeuropee che cosa ci suggeriscono? Fra le altre famiglie linguistiche presenti in Europa, c’è quella slava. Fanno parte di questo gruppo, ad esempio, il russo, il polacco e il bulgaro, ma anche il croato, il serbo, lo sloveno, ecc. Come scrive sempre la professoressa Silvia Luraghi nel bellissimo contributo “Work, travaille, robota: il «lavoro» in tutte le lingue del mondo”: “Sono interessanti i termini russo rabota e il polacco robota, che risalgono alla radice indoeuropea (la lingua da cui deriva il latino) *orbh- che in italiano si ritrova in orfano; questa radice poteva significare mancanza, necessità. In ceco, la parola robota indica soprattutto un lavoro servile. Da questo nome, lo scrittore e drammaturgo ceco Karel Čapek coniò nel 1921 il termine robot, con il quale in un dramma fantascientifico indicava una specie di replicanti. Il termine ebbe poi una grande fortuna nella letteratura fantascientifica e non solo, e indica oggi un meccanismo elettronico che svolge per conto nostro una parte del nostro lavoro”.

L’ungherese non fa parte delle famiglie linguistiche indoeuropee, ma è stato in parte condizionato da esse. In ungherese lavorare si dice genericamente “dolgozni”: fare delle cose, mentre il sostantivo astratto “munka” (inteso come lavoro fisico, ma anche intellettuale) deriva dalla lingua slava, in particolare dallo slovacco, dal serbo croato e dallo sloveno “muka” che significa “sofferenza, tormento, passione”. Quindi per quanto riguarda il sostantivo astratto “lavoro” in ungherese e in alcune lingue slave si rimanda ancora all’idea della fatica e del patimento, più che al concetto della mancanza, come invece è attestato nelle parole che derivano dalla radice “orbh” (rabota, robota, ecc).

In tedesco, idioma derivato dal gruppo linguistico germanico dell’indoeuropeo, per indicare il lavoro si usano invece i termini Arbeit, Beruf o Berufung e Job (parola ripresa dall’inglese, altra lingua germanica). Come ha spiegato Max Weber (1864-1920), in Etica protestante e lo spirito del capitalismo (1905), Beruf e Berufung indicano anche la vocazione, la chiamata, la missione. Nella traduzione luterana della Bibbia compare per la prima volta, in un passo del Gesù di Sirac, il termine tedesco di Beruf. “Non si può ignorare che nella parola tedesca Beruf, come, in maniera forse ancor più evidente, in quella inglese calling, almeno echeggi una rappresentazione religiosa – quella di un compito assegnato da Dio – e che diventi tanto più percettibile quanto più accentuiamo la parola nel caso concreto. E se seguiamo la parola, attraverso le lingue colte, in primo luogo risulta che ciascuno dei popoli prevalentemente cattolici – così come l’antichità classica – non conosce un’espressione di tonalità analoga, per indicare quello che noi chiamiamo Beruf (nel senso di una posizione occupata nella vita, di un ambito di lavoro preciso e circoscritto, insomma di una professione), mentre esiste in tutti i popoli prevalentemente protestanti” [L’etica protestante, pag. 101.] Mentre, secondo il filosofo tedesco, l’esistenza monacale non solo è priva di alcun valore, ma è anche il prodotto di un atteggiamento egoista e profittatore, il lavoro professionale svolto nel mondo appare invece come espressione esterna dell’amore per il prossimo: la divisione del lavoro “costringe” ogni individuo a lavorare per gli altri. Nel concetto di Beruf trova quindi espressione quel dogma centrale di tutte le chiese protestanti che vede nel lavoro mondano, secolare, laico, nell’adempiere cioè con cura ai doveri della propria professione/vocazione, l’unico modo per essere graditi a Dio.

Anche nell’ungherese c’è la parola corrispondente “hivatás” che è collegato anche al vocabolo “hivatal”, “ufficio”. In italiano una parola simile al tedesco Beruf è professione. Il vocabolo “professione” deriva dal latino: professus cioè, propriamente, che ha dichiarato apertamente, da profiteri, composto di pro davanti e fateri intensivo di fari parlare. La professione è un mestiere, una dichiarazione delle proprie idee.

Perché si festeggia il 1 maggio? L'avete chiesto a Google ...

Come si comporta invece l’inglese? Mentre nell’italiano utilizziamo un solo termine per fare riferimento al lavoro, sia inteso come mestiere o professione, che come pratica di un’attività, in inglese le due parole work- e job si differiscono per vari aspetti. In primo luogo, work è anche un verbo, che quindi può essere declinato nella forma -I work-, ossia -Io lavoro- ecc… Il termine job invece è solo ed esclusivamente un sostantivo. Entrambi i termini significano lavoro, ma mentre work si utilizza per fare riferimento al lavoro inteso come attività pratica, job si utilizza quando si vuole fare riferimento al lavoro inteso come professione di vita.

Il vocabolo job viene impiegato per indicare la professione dalla quale si ricava un’entrata economica, un reddito, uno stipendio, un salario (dal latino “salarium”, razione di sale, indennità dei soldati e degli impiegati civili nell’antica Roma: vedasi anche l’etimologia del vocabolo “soldi”) mentre invece work viene utilizzato per indicare delle attività che si praticano quotidianamente e non necessariamente remunerate.

Ma che cosa dice la Costituzione repubblicana del lavoro?

Come si legge su Wikipedia, il lavoro è il pilastro fondamentale su cui si basano le nazioni e le società. In Italia la Carta fondamentale tutela una serie di diritti dei lavoratori garantendo in particolare quelli delle fasce più deboli come le donne, infatti l’articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana recita:

«L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.»


L’art. 4 sancisce che ” La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.Il legislatore nell’enucleare l’articolo dunque ha voluto dar grande risalto al concetto di lavoro quale elemento fondante dello Stato. Altre importanti disposizioni costituzionali sono:

L’art. 31 La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

L’art. 35 tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni curandone anche la formazione e l’elevazione professionale.

L’art. 36 sancisce il diritto del lavoratore ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

L’art. 37 estende alla donna gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Il codice civile all’art. 2110 tutela anche il periodo di gravidanza e di puerperio.

L’art. 38 tutela l’assistenza sociale e le forme di previdenza.

Il diritto di sciopero è garantito dall’art. 40 ed è regolato dalle leggi.

Con una normativa organica è entrato in vigore il cosiddetto Statuto dei lavoratori con la legge n. 300 del 1970.

Legge n.1204 del 30 dicembre 1971sancisce la “Tutela delle lavoratrici madri

La legge n. 125 del 10 aprile 1991 stabilisce le “azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro”. (art.1, co.1)

Sono stati presi anche provvedimenti che introducono una disciplina speciale per il lavoro a distanza, detto telelavoro o anche smart working (espressione che in realtà in inglese non esiste).

Con l’entrata in vigore della cosiddetta legge Biagi sono stati disciplinati i lavori atipici e la flessibilità nel lavoro. In realtà la legge è impropriamente così definita in quanto si tratta solo di una legge delega al governo, il D. Lgs. n. 276 del 2003.

Il lavoro subordinato è anche denominato impiego, da cui discende il termine impiegato. Quest’ultimo termine, tuttavia è spesso utilizzato per indicare una specifica categoria di lavoratore che generalmente include lavori d’ufficio, spesso in contrapposizione a quella di operaio (lavori quasi sempre legati alla manualità).

Una vecchia consuetudine, che prevedeva la trascrizione nel libretto di lavoro, distingueva l’impiegato di concetto dall’impiegato di complemento. Un’altra consuetudine, tipica di ambienti industriali, distingue il lavoro intellettuale, dove prevale la capacità mentale, dal lavoro fisico, dove prevale la capacità fisica. Ancora nella terminologia industriale, quando ci si riferisce al lavoro come tempo e costo impiegato dai lavoratori per le attività produttive si utilizza il termine manodopera. Nella moderna terminologia aziendale, in ottica di gestione per processi in cui si contrappongono le risorse in entrata, con i risultati in uscita, per riferirsi ai lavoratori, si utilizza il termine risorse umane (pur restando in auge l’altisonante termine “maestranze” utilizzato spesso nelle comunicazioni dalle aziende alla totalità dei lavoratori). In tal modo si distinguono dalle risorse materiali e immateriali.

Il lavoro nell’arte cinematografica

Mi piace lavorare (Mobbing) (2004) - MYmovies.itPer quanto riguarda l’arte possiamo citare le opere del pittore britannico settecentesco William Hogarth (1697-1764) che nelle sue opere ha dato molto spazio con funzione di critica sociale alle dure e precarie condizioni di vita degli operai.

Ma passiamo alla cinematografia!

Ricordiamo che il regista Ken Loach si è occupato molto nei suoi film della dignità del lavoro, soprattutto in Bread and Roses del 2000. Per quanto riguarda il panorama soprattutto italiano, con riferimento ai lavori precari segnalerei i seguenti film:

Santa Maradona di Marco Ponti (2001), Mi piace lavorare (Mobbing) di Francesca Comencini (2003), Lavorare con lentezza di Guido Chiesa (2004), Tutta la vita davanti di Paolo Virzì (2008), Figli delle stelle di Lucio Pellegrini (2010), Generazione Mille euro di Massimo Venier (2012), L’Intrepido di Gianni Amelio (2013), Scusate se esisto di Riccardo Milani (2014), Smetto quando voglio di Sydney Sibilia (2014), Sempre meglio che lavorare di Luca Vecchi (2016), Quo vado? di Gennario Nunziante (2016), Addio fottuti musi verdi di Francesco Capalbo (2017), Sono tornato di Luca Miniero (2018).

Il Primo Maggio nelle canzoni

Il 1° Maggio si celebra la Festa del Lavoro per ricordare le battaglie operaie volte all’affermazione dei diritti dei lavoratori e al miglioramento delle condizioni lavorative.

Ricordiamo una canzone storica: Se otto ore vi sembrano poche. Se otto ore vi sembran poche è un canto popolare di lavoro italiano, di autore anonimo, originario dei primi anni del XX secolo. Nasce come canto di protesta delle mondine, teso a rivendicare “le otto ore” come massimo orario di lavoro giornaliero ed è riferibile all’iniziativa del deputato socialista Modesto Cugnolio, che presentò un progetto di legge in tal senso (1906). Divenne popolare nel periodo del biennio rosso (1919-1920). È stato riproposto da Giovanna Daffini, da Giovanna MariniAnna Identici e Maria Carta.

Venne anche cantata nel secondo dopoguerra dagli operai e dai lavoratori in generale legati al Partito Comunista Italiano in una versione leggermente modificata, e indirizzata contro la politica di Mario Scelba. Venne nuovamente cantata durante le contestazioni del 1968 e 1977. La canzone è conosciuta anche con titoli diversi come Se otto ore son troppo pocheSe otto ore o Le otto ore.

Altre canzoni che vengono intonate durante la Festa dei Lavoratori sono le seguenti:

Rosie -Dall’archivio Lomax 1948

Black Brown and White -Big Bill Broonzy 1951

Working in the Coal Mine – Lee Dorsey 1966

Contessa– Paolo Pietrangeli 1966

Working Man blues -Merle Haggard 1969

Working Class Hero – John Lennon 1970

Canzone del Maggio – Fabrizio De André 1973

Lavorare con lentezza- Enzo del Re 1974

L’operaio della fiat (la 1100) – Rino Gaetano 1974

Sciur padrun da li béli braghi bianchi di Giovanna Daffini 1974 (originariamente una canzone di risaia del 1794)

Smokey Factory Blues -Johnny Cash 1975

Andare camminare lavorare. Piero Ciampi 1975

Vincenzina e la fabbrica – Enzo Jannacci 1975

Goin’ to work in Tall Buildings -John Hartford 1976

9 to 5 – Dolly Parton 1981

Out of Work- Gary U.S. Bonds 1982

Bella ciao -Giovanna Marini e Francesco De Gregori 1984

Roco Roço Rosso – CCCP 1989

Youngstown -Bruce Springsteen 1995

Primo maggio – Marlene Kuntz 2000

Inno del primo maggio Les Anarchistes 2008

Eroe (Storia Di Luigi Delle Bicocche) – Caparezza 2008

Workin’ Woman Blues -Valerie June 2012

Complesso del Primo Maggio – Elio e le Storie Tese 2013

Inno dei lavoratori Fonola Band 2019

Come potete vedere queste canzoni di protesta sono anche indirizzate contro la guerra!

Ricordiamo una canzone molto famosa “Ciao Turin” (titolo originale: Ciao Torino di Lampo – C. Prato, tradotta in dialetto da Gipo Farassino nel 1963)

Ciau Turin, mi vadu via,

vad luntan a travaié.

Mi sai nen cosa ca sia,

sentu `l cor a tramulé.

Ciau Turin, mia bela tera,

che tristessa, che pensé.

A ma smia nianca vera

a duveite abandune.

I vedrai pi’ nen la Mole,

né i so’ giardin.

I purterai pi’

nen le bele cite al Valentin.

Ciau Turin, mi vadu via,

vad luntan a travaié,

ma darai la vida mia

per pudei prest riturné.

Stamatin sun riva’ dele carte,

la purtamie riand al pustin.

O mia bela citá, devu parte

e lasete, mia bela Turin.

I vedrai pi’ nen la Mole,

né i so’ giardin.

I purterai pi’

nen le bele cite al Valentin.

Ciau Turin, mi vadu via,

vad luntan a travaié,

ma darai la vida mia

per pudei prest riturné.

==========

Ciao Torino, io vado via,

vado lontano a lavorare.

Io non so né cosa sia,

sento il cuore tremolare.

Ciao Torino, mia bella terra,

che tristezza, che pensieri.

Non mi sembra neanche vero

di doverti abbandonare.

E non vedrò più né la Mole,

né i suoi giardini.

E non porterò più

né le belle ragazze al Valentino.

Ciao Torino, io vado via,

vado lontano a lavorare,

ma darei la vita mia

per poter presto ritornare.

Stamattina sono arrivate delle lettere,

le ha portate ridendo il postino.

O mia bella città, devo partire

e lasciarti, mia bella Torino.

E non vedrò più né la Mole,

né i suoi giardini.

E non porterò più

né le belle ragazze al Valentino.

Ciao Torino, io vado via,

vado lontano a lavorare,

ma darei la vita mia

per poter presto ritornare.

Per concludere e per ricordare che anche il lavoro delle madri (e costituzionalmente adesso anche dei padri) è un’occupazione molto impegnativa, faticosa e a tutto tondo vi lascerei con la canzone di Joan Beaz “Las madres cansadas”:

LAS MADRES CANSADAS [titolo in inglese: All The Weary Mothers Of The Earth]
(J. Baez)

Cada madre agobiada ya descansara,
Y en nuestros brazos sus criaturas reposaran,
Cuando el sol se pone, sobre el campo,
Amor y musica les brindaremos,
Y las madres cansadas ya descansaran.

Y el campesino con su arado y su tractor
En la frente la extrana frescura sentira
De las lagrimas de pena
Derramadas por los comerciantes
Y los agricultores ya descansaran

Los trabajadores dolientes de la tierra,
Otra vez el himno tan resonante cantaran,
!Ya no seremos los pobres!
!Ya no viviremos en esclavitud!
Y los trabajadores luego cantaran.

Cuando los soldados sus garitas dejaran,
Y en las trincheras sus uniformes quemaran,
O mi general, tus fieles tropas,
Ya se habran olvidado de ti,
!Y la gente del mundo ya descansara!

Versione italiana di Riccardo Venturi

TUTTE LE MADRI CHE AL MONDO

Tutte le madri che al mondo son stanche, alfine riposeranno
Prenderemo i loro bimbi in braccio e faremo del nostro meglio
Quando il sole è basso sui campi
Cederanno alla musica e all’amore
E le madri che al mondo son stanche, riposeranno

E il contadino sul trattore o accanto all’aratro
resterà là, confuso, mentre gli bagniamo la fronte
con le lacrime di tutti gli uomini d’affari
Che vedono cosa gli hanno fatto
E i contadini che al mondo son stanchi, riposeranno

E i lavoratori che al mondo stan male, canteranno di nuovo
E porteranno a tutti queste parole con cori potenti:
“Non saremo più poveri
perché non apparteniamo più a nessuno”
E i lavoratori che al mondo stan male, canteranno di nuovo.

E quando i soldati bruceranno le uniformi in ogni paese
i posti di guardia scavati alle frontiere resteranno vuoti
E tu, generale, quando verrai in rivista
le truppe ti avranno dimenticato
E gli uomini e le donne di tutto il mondo riposeranno.

ALL THE WEARY MOTHERS OF THE EARTH

All the weary mothers of the earth will finally rest
We will take their babies in our arms and do our best
When the sun is low upon the field
To love and music they will yield
And the weary mothers of the earth shall rest

And the farmer on his tractor and beside his plow
Will stand there in confusion as we wet his brow
With the tears of all the businessmen
Who see what they have done to him
And the weary farmers of the earth shall rest

And the aching workers of the world again shall sing
These words in mighty choruses to all will bring
“We shall no longer be the poor
For no one owns us anymore”
And the workers of the world again shall sing

And when the soldiers burn their uniforms in every land
The foxholes at the borders will be left unmanned
General, when you come for the review
The troops will have forgotten you
And the men and women of the earth shall rest.

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Una risposta a 1 maggio

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Un excursus davvero prezioso. Complimenti e grazie

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