L’isola delle madri, di Maria Rosa Cutrufelli (Mondadori)

Recensione di Raffaella Tamba

È un desiderio comune a tutti, credo: scoprire perché si esiste invece di non esistere, sapere se si è nati per caso, per scelta o per chissà quale strana combinazione. E, per saperlo, tutti devono attraversare uno spazio vasto e sconosciuto, lo spazio delle memorie e dei segreti familiari”. Un delicato richiamo a qualcosa di intimo e primigenio, che fa parte della nostra natura più profonda e intoccabile, la nostra umanità e l’istinto alla prosecuzione della vita con quello che è l’atto primordiale di ogni specie animale, la maternità. Costruendo una storia articolata nell’ambientazione e nelle caratteristiche dei personaggi, Maria Rosa Cutrufelli, siciliana, laureata in Lettere all’Università di Bologna, scrittrice e saggista prolifica e versatile, getta un seme alla nostra riflessione, un invito al rispetto per ciò che ci appartiene da sempre e al quale noi intrinsecamente apparteniamo, il nostro habitat naturale nei suoi elementi primordiali, l’aria, l’acqua, la terra. Elementi che solo recentemente abbiamo preso a cuore nella loro salvaguardia, con interventi normati o volontari volti a tutelarli. Perché è in questo habitat che nasce la vita. E l’autrice, il cui padre è stato un precursore delle allerte ecologiste negli anni ’70, pone l’accento proprio sul rischio che l’inquinamento comporta per l’origine della vita stessa, la maternità.

Il romanzo presenta una trama fine ma resistente di fili di storie che hanno il loro capo in luoghi fra loro lontani, le cui protagoniste, guidate da un’esperienza diversa per ciascuna ma sempre connessa con l’istinto alla maternità e alla sopravvivenza, convergono in un punto centrale, l’isola delle madri.

C’è una voce narrante dal suono giovanile, ancora tinta dai colori pastello dell’infanzia. È la voce di una figlia dell’isola, che chiede di essere ascoltata nella sua storia che è poi la storia delle sue madri.

Non si ha il tempo di insospettirsi da questo plurale, perché ci ritroviamo subito nella storia di Sara, medico specializzato in logistica sanitaria, in viaggio su un convoglio di volontari nell’Europa del Sud, in un contesto di abbandono e siccità, dove sembra che sia passata una devastazione bellica, che ha lasciato come rovine, rifiuti di ogni tipo. La meta di Sara è un presidio sanitario di cui va ad assumere la direzione.

Cambio di scena. La voce narrante parla ora di Kateryna, nata nelle “grandi pianure dell’Europa orientale, un territorio immenso dai confini incerti e sempre rosicchiati da questo o da quel gruppo di separatisti” in continuo scontro fra loro, in uno dei quali ha perduto la vita il marito lasciandola, dopo pochi mesi di matrimonio, con un figlio. La voce narrante omette parole di commiserazione e sofferenza, preferendo la visione forte e coraggiosa di Kateryna, che si è rimboccata le maniche, ha studiato infermieristica e trovato lavoro in un centro all’avanguardia nella procreazione assistita, che ormai è il mezzo più diffuso e sicuro per diventare madri. Perché i bambini naturali sono sempre più rari. Perché nel presente di Kateryna la sua terra non è più il granaio d’Europa, è secca e sterile. Ed “è solo l’inizio. La terra ha la memoria lunga: noi inquiniamo oggi e lei si vendica domani. Noi la nutriamo col veleno e lei lo infiltra nei geni, lo regala a chi non è ancora nato”. Coinvolta casualmente in un attentato terroristico, decide di lasciarsi alle spalle il passato di luogo e tempo, accettando l’incarico che le è stato proposto in una struttura medica associata all’attuale, ma molto più lontana, in un’isola di un altro continente.

Maria Rosa Cutrufelli: "Che impressione questa Sicilia isolata" | Rep

Ancora un cambio di scena per parlare di Livia, italiana, professoressa di letteratura greca nell’università di una città “dove i secoli convergono” (è istintivo immaginarsi Roma), profondamente innamorata del suo lavoro, forse anche “perché le permette di spostarsi e di aggirare il muro del presente”, un presente traumatizzato da un aborto naturale cui aveva fatto seguito l’asportazione di ovaie ed utero, privando lei e il marito della possibilità di avere un figlio; un trauma che l’aveva segnata profondamente, e che ogni giorno l’ossessiona con l’imbarazzo e la vergogna di sentirsi impotente, inutile, peggio, colpevole di non poter realizzare il sogno di genitorialità di entrambi. Ed è quasi tentata, nella sua rassegnazione, di rifiutare l’invito di una collega a partecipare ad un convegno su un tema di cui si era occupata anni prima, quello delle Grandi Madri, le divinità femminili del Mediterraneo, convegno che si sarebbe tenuto proprio su quell’isola, dove già erano approdate, dalle loro storie, Kateryna e Sara.

Alla voce narrante resta ora da raccontare quella di Mariama, africana, proveniente da un villaggio dove permangono ancora condizioni di vita e di cultura primitive, dove ancora parlano gli spiriti degli alberi e della notte, dove la maternità era condizione necessaria e naturale, tanto che “nessuno chiedeva alle donne ‘se’ avevano figli, era ovvio che ne avessero, (…) ma ‘quanti’ ne avevano, perché un figlio solo era inimmaginabile, una disgrazia per la famiglia”. Ma all’improvviso, anche in quel villaggio, aveva cominciato a profilarsi, sembre più oscura e incombente, la nube della sterilità: prima con gli espropri da parte del governo che aveva più convenienza a dare quelle terre a stranieri che le sfruttavano con attività estrattive. Poi, con l’arrivo dei Cinesi e delle loro industrie altamente inquinanti. Mariama coglie allora l’occasione di un’offerta di lavoro della cugina, che apre un ristorante in città, per lasciarsi il passato alle spalle, perché è nel pieno vigore della sua giovinezza e “brucia d’impazienza. Il mondo le appare colmo di opportunità, di occasioni imprevedibili e sorprendenti. Non è più, se mai lo è stato, uno scenario troppo grande per lei. È soddisfatta, è orgogliosa di essere Mariama”. L’identità di sé è la sua risorsa più grande, l’unica che si terrà stretta, sempre, soprattutto quando deve abbandonare anche la città, invasa da guerriglieri ribelli e violenti. La fuga la porta su un’isola del Mediterraneo, sempre quell’isola.

L’Isola delle Madri: “Le hanno dato questo nome per via della sua Casa di maternità, che è conosciuta ovunque e che per tanti rappresenta una meta, il compimento di un desiderio (…). Comunque, benché l’appellativo sia recente, questa è sempre stata l’isola delle madri. O della madre. Infatti, in epoche lontane, lontanissime, in ere arcaiche, quando ancora si parlava la lingua del mito, era conosciuta come l’isola di Demetra, la Grande Madre”. Un abbraccio di antico e moderno, di nord, sud, est e ovest, di ricchezza e povertà, di donne che hanno studiato e donne che esprimono la genuinità e freschezza di culture ancestrali.

Su quell’isola, come se l’antico culto vi mantenesse una sorta di influsso benefico, si era andati alla ricerca di un rimedio al Grande Vuoto, l’arido, venefico marciume di un inquinamento irresponsabile che aveva portato quella che un tempo era una condizione sporadica di poche donne sfortunate, a diventare la malattia del secolo, per curare la quale “erano intervenuti scienziati di ogni grado e formazione, bioingegneri, biologi, embriologi, e chi più ne ha più ne metta. Così i confini della natura si erano spostati, era subentrata la biotecnologia e mentre una volta, per generare, ci volevano due corpi, adesso è sufficiente qualche cellula. Qualche cellula e un micromanipolatore”. Su quell’isola, dove agiva ormai da anni la scienza, arrivava, con quel convegno interdisciplinare, anche la storia. Futuro e passato uniti in una missione di speranza “impegnare tutte le discipline, moltiplicare i punti di vista, farli incontrare e scontrare fra di loro. Usare tutte le facoltà immaginative di cui si può disporre. Abbattere gli steccati fra la percezione e la conoscenza. Attraversare il mito per raggiungere la concretezza del presente…”.

È l’unico modo per reagire all’impasse che una gestione scriteriata delle risorse naturali ha imposto al ciclo naturale della vita, violandone il primo e assoluto dei principi, il diritto alla gravidanza, a quell’esperienza assoluta, che non è soltanto un lavoro del corpo, qualcosa che si può quantificare. Non è solo fatica e travaglio, è molto, molto più di questo. È ansia ed euforia, è condivisione profonda e segreta di sé”.

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Una risposta a L’isola delle madri, di Maria Rosa Cutrufelli (Mondadori)

  1. patrizia debicke ha detto:

    bene

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