GRANDANGOLO: “IL TEMPO UMANO” di GIORGIO NISINI (HARPER COLLINS)

Recensione di Marco Valenti

Il tempo non è un concetto statico per natura e definizione. Su questo credo non ci siano dubbi. Ciò su cui ci invita a riflettere Giorgio Nisini con il suo ultimo “Il tempo umano” (Harper Collins) invece è un concetto che alza il livello del ragionamento e lo sposta su un piano solo apparentemente diverso. Il tempo, per come lo conosciamo, quello che si compone di successioni di intervalli [minuti, ore, giorni] è un qualcosa di lineare che è uguale per tutti quanti. Ben diverso invece è quello interiore, caratterizzato dalla personalizzazione delle emozioni e da una percezione della sua durata completamente diversa. Scollata dalla razionale progressione delle lancette sugli orologi.

Giorgio Nisini, in uscita l'ultimo romanzo “Il tempo umano”,quello ...

Nisini lo dice in modo chiarissimo: “non guardare più le ore in sé, come intervalli tutti uguali e ripetibili, simili a cassetti in cui incastrare a forza i nostri impegni quotidiani, ma attraversare quelle ore così in apparenza identiche come infinite possibilità del nostro destino”.

L’essenza stessa delle nostre vite risiede quindi nella prima o nella seconda idea di tempo? Ed ancora: è possibile immaginare un mondo in cui siamo noi a determinare la durata non solo degli intervalli temporali ma anche delle nostre emozioni?

Queste sono le prime domande che mi sono posto non appena ho terminato le 432 pagine del romanzo. Ma ce ne sono tante altre che mi stanno girando in testa e che a breve chideranno udienza. Il libro infatti è un turbinio di ragionamenti che i protagonisti fanno con loro stessi cercando di venire a capo delle loro situazioni sentimentali, affettive e lavorative che inevitabilmente ricadono su di noi mentre leggiamo e che ci portano sul loro stesso piano di analisi.

“Il tempo umano” si muove su più piani temporali differenti, ma riconducibili ai medesimi interpreti. Alfredo, imprenditore a capo di un’azienda di orologi di lusso. Le sue due figlie, Beatrice e Maria, profondamente diverse sul piano caratteriale ma entrambe attratte dallo stesso uomo. Quel Tommaso, professore universitario di Bianca, che enterà nella vita della famiglia causando un autentico terremoto. Il tutto mente il capofamiglia cerca di dare un senso alla propria esistenza rincorrendo i ricordi sbiaditi della sua infanzia legati ad un misterioso orologio, con i due tempi, quello del racconto e quello del ricordo che si scambiano il ruolo giocando sulla labilità dei confini che li separano.

Non c’è però spazio esclusivo solo per il tempo. C’è un altro grande argomento che anima il romanzo. La ricerca del significato più profondo di ciò che intendiamo quando parliamo di “amore” ed “innamoramento” in tutte le sue manifestazioni, temporali e non. È evidente, pagina dopo pagina, come le cicatrici che le nostre storie d’amore ci hanno lasciato sulla pelle e nell’anima non possano e non debbano più essere nascoste. È il momento di guardarle con occhio critico, cercando di trarre ogni insegnamento possibile dai nostri trascorsi amorosi. L’amore muta, ma è sempre riconducibile ad uno schema predefinito del passato cui siamo involontariamente legati. È qui, nel ricordo di ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato che il tempo si ferma, lasciando che le lancette dell’orologio proseguano in modo autonomo. Con un ticchettio che sentiamo sempre più flebile e sempre più distante. Anche perchè “il passato e il futuro non esistono, siamo tutti immersi in un unico grande tempo che non ha capo né coda”.

Allargando il discorso possiamo vedere “Il tempo umano” come una saga famigliare. È la casata dei Del Nord, con a capo Alfredo, che si racconta attraverso gli eventi. Pescando elementi nel passato più remoto per cercare di spiegare il quotidiano. E dare un senso a quel futuro sempre più vicino, sgombrandolo da quele nuvole che incombono all’orizzonte. È un pensiero che ovviamente vale anche per noi. Nessuno è immune al ragionamento per fortuna. Basta avere la voglia di voler guardare verso l’orizzonte e provare a capire cosa siamo diventati. L’analisi è bene chiarirlo deve essere spietata e sincera. E i risultati possono non sempre possono esser quelli desiderati. Nisini ce lo dice molto chiaramente: “mi sentivo deluso e impotente, attraversato dalla sgradevole convinzione di aver riempito di significati qualcosa che invece non aveva senso” anche perchè “i sentimenti non sono prevedibili, né controllabili”.

La mia visone del libro però vira in chiusura anche verso l’idea che si tratti di un romanzo che racconta sì l’amore ma che tanto deve anche alla solitudine. Non sono pochi i momenti in cui ho pensato che i protagonisti siano fondamentalmente persone sole in lotta contro l’idea di restare soli. Chiusi tra l’illusione e la dura realtà dei fatti.

Ed è così anche per noi che leggiamo. In primis per il sottoscritto. Siamo pieni di ferite nascoste, di cicatrici più o meno evidenti, totalmente insicuri di noi stessi e del nostro rapporto con gli altri. Ma in fondo consapevoli che la natura dell’uomo è questa. Ed è forse immutabile.

 

 

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