“Tifose” di Marta Elena Casanova (Odoya)

Recensione di Nuela Celli

Marta Elena Casanova (nella foto) è giornalista freelance e speaker radiofonica, conduttrice sia di una trasmissione settimanale che parla di letteratura, cultura e attualità (per la web radio RockRollradio), che della rubrica di recensioni ‘Letto a letto’ (Tgcom 24 Mediaset), ma, soprattutto, è una grande appassionata di calcio, e lo scopriamo proprio in questo libro. ‘Tifose’ viene pubblicato nel 2018 per i tipi della Odoya, un saggio pieno di amore per il pallone, di perizia giornalistica e di agilità espressiva.

Come ci illustra Simonetta Sciandivasci, nella prefazione:

Grazie all’amore che ha per le storie (del calcio, dello sport, dei libri, delle persone) e al talento cha la dispone a trovarne, Marta Elena Casanova, in questo libro di levità tascabile e ordine enciclopedico, ha risolto l’inghippo: ha raccolto quelle storie che, da una parte, mostrano che football is football, e, dall’altra, che esiste uno specifico femminile anche nel modo di giocare e, soprattutto, amare il pallone e che è di quello specifico che il calcio, adesso, ha abbondantemente bisogno per farsi inclusivo, universale, sicuro.”

Il libro, diviso in sezioni che illustrano la passione calcistica al femminile con precise coordinate temporali e geografiche, è arricchito di foto che ci fanno conoscere diverse generazioni di tifose, di arbitri, allenatrici, calciatrici e giornaliste sportive, in una carrellata di ritratti che danno volti e sorrisi a una storia tutta da conoscere.

Come ci racconta da subito, fu la stessa autrice a chiedere al padre, che non era un accanito seguace del pallone, di portarla allo stadio insieme alla sorella, perché si era innamorata della maglia, proprio quella, della Sampdoria. Il perché non lo si può spiegare: ‘una sorta di richiamo, un’attrazione’ ci dice. Lo stesso modo in cui rispondeva Paolo Mantovani, petroliere romano, che nel 1979 decise di acquistare la piccola squadra genovese, a chi gliene chiedeva la motivazione: «Perché proprio la Sampdoria? Nessuno mi ha mai chiesto perché ho scelto mia moglie tra le tante».

In Italia, ci informa l’autrice, esiste un’Associazione nazionale per le ragazze che tifano attivamente le proprie squadre, si chiama anfissc (Associazione nazionale sostenitrici squadre di calcio), ed è presieduta da Nella Grossi, classe 1940, tifosa storica del Milan, per un colpo di fulmine, e del Pescara, tanto da aver fondato, quarant’anni fa, il Club Donne Biancazzurre.

Il tifo femminile è fatto di tante storie che l’autrice ci racconta con estrema cura ed esattezza, ma è principalmente, come ci spiega, appartenenza, aggregazione, passione ed emozioni da condividere, pazzie fatte per seguire le trasferte, viaggi e nuove amicizie. E forse mai come adesso il calcio ha bisogno di tutta questa positività. Con un’ampia panoramica sul territorio nazionale, apprendiamo che a causa dello scandalo di Calciopoli, della pay tv, del calcio ‘spezzatino’ e degli orari delle partite, spesso impossibili, i tifosi in generale sono scesi numericamente negli ultimi anni, mentre sono aumentati i “tifosi caldi”, quelli per cui i propri colori sono irrinunciabili e valgono abbonamenti e trasferte per tutto lo stivale.

Per quanto invece riguarda il tifo al femminile, uno studio del 2013, condotto da Gfk Eurisko e Indesit, ha rilevato le percentuali relative alle donne che esultano per la propria squadra. Con il 62% di appassionate, la Turchia, all’epoca, batteva tutti gli altri paesi, seguivano l’Inghilterra e, subito dopo, l’Italia, con il 25%.

Ma questi numeri, già superati, sono aumentati considerevolmente e le donne sono diventate in tutto il mondo sempre più interessate e partecipi delle vicende calcistiche. In questo libro, una vera enciclopedia del calcio dal punto di vista femminile, si ripercorrono le vicende di coloro che hanno anticipato i tempi e lottato per essere accettate, senza pregiudizi e limitazioni, negli stadi. Le prime tessere al femminile che si possono ancora visionare sono quelle delle “Sociopatronesse”, come venivano definite le tifose juventine. Tra queste vi è quella di Mary Dalmazzo, risalente al 1921-22. Al tempo, quello sì che era un atto rivoluzionario! E fu nel 1990 che tale eredità venne rinnovata, con la nascita delle First Ladies, cioè del club di tifo juventino tutto al femminile. Tante sono le storie di donne pioniere delle curve, come la signora Fernanda, che nel 2015, a 85 anni, fu invitata nel centro sportivo della Fiorentina per la sua fede decennale e Nella Grossi, già citata, appassionata sostenitrice del Milan e del Pescara. Nel 1971, sempre grazie a delle coraggiose pioniere, nacque il Milan Club Femminile Stella di Saronno, nel 1981 il club Le Galline Padovane (perché la gallina padovana è una specie molto importante in Italia e conosciuta in tutto il mondo). Dopo il Pescara Club Donne Biancazzurre, fu il turno di Le Zebre dell’Udinese (1985), il quarto per anzianità. E a seguire tanti altri club, tra cui, impossibile non citarlo, il Sampdoria Club Las Chicas, fondato nel 1999, o le Ladies di Napoli, composto per lo più da professoresse e appassionate dei colori partenopei da molto prima che Diego Armando Maradona arrivasse in squadra per diventare leggenda. Sempre le tifose napoletane hanno creato diversi club a distanza, per chi, residente altrove, ha comunque la sua squadra nel cuore, e club virtuali su Facebook, dove ci si conosce, ci si organizza e si svolgono anche attività di beneficienza e di volontariato, una galassia a parte piena di condivisione e di belle storie.

Nel capitolo ‘Le tifose all’estero’, si viaggia nel tempo e in giro per il mondo, per analizzare la partecipazione delle donne al mondo del calcio in modo globale. Molto emozionante la storia inglese del primo campionato di calcio tutto al femminile. La fondatrice fu Nettie Honeyball (in realtà una ragazza che si chiamava Jessie Allen), innamorata del gioco del pallone. Stupende le foto con le divise dell’epoca. Le squadre londinesi erano due, una del Nord (con le maglie rosse) e una del Sud (con le maglie blu). Il 25 marzo 1895 ci fu il primo scontro ufficiale, ne seguirono altri con grande affluenza di pubblico, anche 8000 spettatori. Questa avventura durò due anni ma poi la stampa e la pubblica opinione ne decretarono la fine, non accettando, con il passare del tempo, che una singolare novità diventasse routine. Il precedente, però, fu molto importante anche se il problema culturale dell’accettazione, sia del tifo che della partecipazione femminile ai campionati calcistici, è sempre rimasto latente in Inghilterra, nonostante, e molti episodi lo dimostrano, può essere considerato uno dei paesi più aperti e moderni in tal senso. Anche in Francia, al pari della Premier League, il calcio è amatissimo. Nel 2016 la Federcalcio francese contava più di centomila calciatrici. Anche qui, però, le tifose sono state spesso osteggiate, sia negli stadi che fuori. Per quanto riguarda il soccer, il calcio americano, pur non riscuotendo lo stesso successo che ha nel resto del mondo, la partecipazione femminile è molto rilevante e le calciatrici americane hanno spesso fatto sentire forte la loro voce.

La panoramica sul tifo femminile continua, in tutto il mondo, dal Brasile (inutile dire che lì il tifo è fortissimo), all’India, dove le Lady Mariners (sostenitrici del Mohun Bagan Athletic Club di Calcutta) si stanno impegnando per creare una nuova cultura nel mondo del calcio, guidate da una supertifosa di ben ottant’anni. E mentre in Arabia Saudita le donne hanno da poco conquistato, oltre alla patente di guida, la possibilità di entrare come spettatrici nelle strutture sportive, ci sono ancora paesi, come l’Iran, per fare un esempio, dove bisogna attendere per questo traguardo.

Nella sezione ‘Studi e sondaggi’ l’autrice ci ricorda il particolarissimo caso della Turchia dove, a causa delle continue violenze negli stadi da parte dei tifosi di sesso maschile, dal 2011 e per ben tre stagioni, l’ingresso fu riservato soltanto a donne e bambini.

Naturalmente, oltre al loro numero e alla distribuzione geografica, l’autrice analizza anche, con un’ironia che non leva nulla alla realtà delle cose, le diverse categorie di tifose, dall’esperta, che potrebbe tranquillamente mettersi in panchina e guidare la squadra, alla fanatica, che non vede le partite, le vive, e sa tutto di ogni giocatore, alla patriottica, che ammette tranquillamente di tifare soltanto quando in gioco c’è il tricolore, fino all’inesistente, che esiste eccome, ma per far valere la propria passione deve lottare molto, giorno per giorno.

E se è dura tifare, per le donne, figuriamoci fare del calcio un lavoro vero e proprio. Poche ma agguerrite, le donne che si occupano di pallone hanno grinta da vendere, l’autrice ce ne presenta alcune, tra arbitri, quote rosa nelle società sportive, medici di campo, giocatrici e allenatrici. Molto belle le interviste ad alcune di loro, da cui trapelano determinazione, senso dell’abnegazione e anche tanta consapevolezza delle difficoltà. A chiudere questo intenso viaggio, tra gli stadi di tutti i continenti, un capitolo dal titolo esaustivo: ‘Cosa non si fa per la squadra: le gesta delle tifose’, dove possiamo leggere brevi testimonianze della alzate di testa e delle follie che le ultrà compiono al pari dei tifosi dell’altro sesso.

Concluderei con le parole della stessa autrice, che fanno riflettere e danno il senso dell’intero libro e del suo perché:

Quello sul tifo e il calcio al femminile può sembrare un discorso racchiuso in un rettangolo d’erba, eppure non è così. Il calcio è una questione sociale, un mezzo di aggregazione da una parte e di separazione dall’altra. Non si tratta solo dei colori di una maglia e di una “battaglia” di novanta minuti, ma di qualcosa di culturale, a volte un discorso politico. L’importanza del calcio è mondiale, che piaccia o meno, e le donne fanno parte di tutto ciò, di più, spesso ne sono proprio al centro, volenti o nolenti.”

Ecco, io credo che queste considerazioni siano illuminanti e, pur non essendo una tifosa, se non in occasioni limitate, vorrei che in tutto il mondo, in qualsiasi latitudine, le donne avessero pari opportunità di tifare, di giocare, di arbitrare e commentare una partita, senza ricevere trattamenti di sfavore o sfottò, con pari dignità e pari trattamento economico rispetto agli uomini. Ha ragione Marta Elena Casanova, può sembrare, ma non è un discorso racchiuso in un rettangolo d’erba, è molto di più, e questo libro, indubbiamente, è un piccolo passo avanti nella giusta direzione.

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