“I cani buoni non arrivano al Polo Sud” di Hans-Olav Thyvold (Solferino)

I cani buoni non arrivano al Polo Sud eBook: Thyvold, Hans-Olav ...Sul comodino della Rambaldi

Hans-Olav Thyvold norvegese – saggista e giornalista – ha lavorato come conduttore radiofonico e televisivo. Dopo le biografie di Roald Amundsen e di Fridtjof Nansen, questo è il suo primo romanzo.

Quando il cane Tassen entra nella stanza del Maggiore sente odore di morte. Ha sempre temuto che se ne sarebbe andata prima la fragile signora Thorkildsen, e invece. Così corre a svegliarla. Un ultimo balzo sul letto e una leccata ed è di nuovo vicino al padrone per l’ultima volta.

È il cane in prima persona a raccontare la storia, e comincia dal cucciolo che nessuno voleva per via di una dannata macchia bianca sul naso. Era nato da una cucciolata di sei, i fratellini erano morti e lui, unico sopravvissuto, era del colore sbagliato per via di quella chiazza sul muso che lo aveva trasformato in un cane di seconda scelta. Un animale non adatto alle competizioni. Una nullità. Un emarginato.

E si era sentito tale fino a quando il Maggiore non lo aveva comprato a metà prezzo per portarlo a casa.

Da lì era cominciato il suo periodo più felice.

I padroni si erano presi cura di lui e si era sentito parte integrante di una famiglia. Erano diventati indivisibili e quando andavano a caccia e a pesca non tornavano mai a mani vuote.

Peccato che la felicità fosse durata poco.

Dopo la morte del Maggiore le cose erano precipitate e la padrona aveva cominciato a bere, aveva smesso di guidare, guardava troppa tv e dormiva troppo.

Alla morte del Maggiore, Tassen aveva solo 6 anni e la signora 75.

A volte lei lo trattava male perché era infelice, anche se il cane faceva di tutto per consolarla. Era capace di legarlo a un palo abbandonandolo in strada per ore, urlando “Rimani qui Tassen!”

Un’esperienza terribile.

Ma nei rari momenti di lucidità frequentavano la biblioteca dedicandosi alla storia della corsa al Polo Sud del 1911, che vide protagonisti l’esploratore norvegese Roald Amundsen, l’inglese Robert Scott e le loro mute di cani.

Hans-Olav Thyvold, autore di una biografia su Roald Amundsen ha qui modo di riformulare la storia attraverso gli occhi di Tassen. Ripassando la meticolosa preparazione dei cani da slitta che gli consentirono di vincere la corsa al Polo tra mille difficoltà. Su 52 cani partiti ne tornarono 16. L’alto numero di animali garantì velocità alla spedizione, nonostante il peso del trasporto di alimenti per i cani stessi. E per vincere probabilmente preventivò da subito di sbarazzarsi di parte della muta. Un crudele calcolo che gli garantì la vittoria.

Anche Tassen conserva ancora dentro l’istinto di quei lupi, ma quando non ci sarà più la signora Thorkildsen che ne sarà di lui?

La signora Thorkildsen non mangia. Invece di cucinarsi qualcosa dopo avermi servito in ritardo la colazione, si versa un bicchiere di acqua del drago, cosa che non credo di averle mai visto fare così presto. Ma che ne posso sapere io? Magari è così che si fa quando ti nuore un marito. Non lo beve. Non ancora. Rimane lì seduta sullo sgabello della cucina a fare oscillare il bicchiere. La signora Thorkildsen mi guarda e io la guardo, e forse stiamo pensando la stessa cosa: chi dei due se ne andrà prima?”

Un romanzo a tratti commovente che ti fa parteggiare per il cane e che ti riporta alla mente tutte le volte che hai pianto per film come: Torna a casa Lassie, Io & Marley, Hachiko, Belle e Sebastien, Zanna bianca, Il richiamo della foresta… perché è più forte di te, davanti a un cane che soffre, piangi, e Hans-Olav Thyvold ti spinge a tifare per il suo Tassen.

Paola Rambaldi

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