“Bassa marea” di Enrico Franceschini (Mondadori)

Bassa marea - Rizzoli LibriRecensione di Piera Carroli

“Un grande Lebowsky in Romagna.

Il lato oscuro della California italiana.”

Così si legge sulla copertina di questo NeroRizzoli ambientato a Borgomarina (Cervia). Le vicissitudini di Mura, giornalista in pensione improvvisatosi investigatore, si svolgono nella striscia di riviera romagnola che va da Cervia a Gabicce e nelle colline tra Romagna, San Marino e Marche.

Enrico Franceschini, prima di diventare scrittore di saggi e romanzi (L’uomo della Città Vecchia, Vinca il peggiore, Vivere per scrivere), ha girato il mondo lavorando come corrispondente estero di un grande quotidiano. Nato a Bologna nel ’56, non ha mai perso il legame con la località balneare in cui trascorreva le vacanze estive con la madre e gli amici.

In Bassa marea i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza trovano forti riscontri in una narrativa all’amarcord , marcata anche dall’uso del dialetto romagnolo. Anche se romagnoli non lo sono, gli amici andavano al liceo insieme a Bologna. Andrea Muratori, detto Mura, e i suoi tre vecchi amici: Baroncini detto il Barone, Gabrielli detto il Professore, Baldazzi detto l’Ingegnere, si autodefiniscono i 4 moschettieri. E, dal punto di visto delle ‘donne’ o scopamiche o ‘fighe’ (!), non sono mai cresciuti.

Il linguaggio sessista degli anni Sessanta-Settanta in bocca ai personaggi sessantenni è a dir poco patetico, come sottolinea più volte uno dei quattro amici: «Ma volete smetterla di chiamare fighe le donne”» s’arrabbia il Prof. «Non siete più in prima liceo. Non è il 1971! Il mondo è cambiato!» Pur essendo pienamente d’accordo con il Prof., purtroppo devo ammettere che il mondo non è cambiato, e che i giovani, persino gli adolescenti usano lo stesso linguaggio, nelle conversazioni quotidiane e anche per comicità, e ciò è molto più triste, e pericoloso. Tale linguaggio incita a considerare la donna solo un buco degna di disprezzo, violenza, e non rispetto e stima.

La forzata ‘pensionatura’ di Mura (alias Franceschini?) lo riporta, squattrinato, a vivere in un capanno del paesino della villeggiatura infantile. Da un lato il narratore ingigantisce la geografia attorno a sé, “è l’America d’Italia che scimmiotta Los Angeles e Las Vegas” (p. 18), “per metà West Coast all’italiana e per metà irredimibile provincia dei vitelloni, malelingue e brava gente” (Terza). Dall’altro lato, i pensieri di Mura si rivolgono alla sua delusione per il modo in cui è stato mandato in pensione e sulla sua carriera che gli permetteva la bella vita. L’ironia rassegnata tinge il continuo alternarsi dell’ora e dell’allora. Questo ritmo è scandito dai pranzetti e dalle cene con gli amici e le amiche e dalle rare visite della sua giovane ‘scopamica’ – una capace giornalista di guerra, dalle corse mattiniere sulla spiaggia:

Corre, Andrea Muratori: Corre dentro lo spettacolo del nuovo giorno che comincia. (p.18) […] Ma quello là spiaggiato sulla riva che pesce è? […] Ciò burdel, come dicono i romagnoli: i sessanta saranno i nuovi quaranta, però si vedeva meglio a quaranta! […] non è un pesce.

È un corpo.

Di donna (19).

E così viene stravolta la routine di Mura e comincia l’avventura. La commedia tra passato e presente, infanzia, pensione e mangiate con gli amici, si trasforma in un giallo impastato di colpi di scena che mettono in risalto la perversione degli uomini, la cattiveria e l’ingordigia che trasforma gli esseri umani, donne comprese, in crudeli sfruttatrici.

Si sa ormai che la riviera è una grande fabbrica di soldi, e dove ci sono i soldi ci sono anche le mafie (calabrese, russa) e gli onesti immigrati cinesi – onesti con i loro negozietti sul litorale, i cui figli ‘italiani’ però, sono farabutti pigri e maleducati. Ma i più viziati sono altri, e i calabresi ne approfittano per i loro loschi traffici: carne umana e droga.

Il pregio maggiore del romanzo, a mio parere, sono le descrizioni meditative sui grandi cambiamenti avvenuti nella riviera romagnola dal dopoguerra. Queste ribadite esposizioni costituiscono una vera e propria geografia e topografia della riviera romagnola e del suo entroterra. Un’attenta storia culturale dalla quale si odono echi dei suoi poeti, dei colori, degli odori, dei sapori della Romagna.

Lo stile delicato dello scrittore evita però di cadere nel tranello dell’era meglio allora (quando magari si moriva di fame!) di cui si prende gioco. Contemporaneamente l’autore rimarca lo squallore, il clamore, il colore accecante dell’architettura e della volgare massa che travolge l’unica lunga striscia di mare della nostra penisola. Massa che ha sostituito in gran parte la “fauna locale: “Smargiassi, esagerati, coloriti: è il DNA della fauna locale (p.36), rivelando una profonda simpatia per il luogo e i suoi vecchi abitanti. Un altro pregio del romanzo è la caratterizzazione dei personaggi femminili, tutte donne forti, a loro modo.

La geografia storico-culturale è spezzata dall’inserimento dei temi d’attualità: lo sfruttamento dell’immigrazione e il traffico umano. Questi temi vengono inseriti in modo ‘naturalistico’ nella narrazione, fanno ormai parte del paesaggio – purtroppo. Chissà che l’Adriatico, pochi vecchi locals e forti donne del nord, non riescano ad aver la meglio sul peggio della globalizzazione?

Infine, non vedo l’ora di visitare i luoghi più nascosti dell’entroterra, e anche Borgomarina!

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