Non sono un eroe

Di Marco Valenti

Sono un infermiere. No, non sono un eroe. Non lo sono mai stato. E nemmeno voglio diventarlo.

E non perché quando Guccini cantava che “gli eroi son tutti giovani e belli” definendone involontariamente i caratteri, finiva per limitarli a qualità di cui sono privo. No, non è questo. Il motivo purtroppo è molto più serio. Non si tratta di stereotipi abusati.

L’eroe presuppone un comportamento che esuli dall’ordinario, mentre io sono un professionista che svolge il proprio lavoro. Lo faccio oggi, in condizioni di emergenza, come l’ho fatto ieri e lo farò domani. Con lo stesso approccio e la stessa serietà.

Senza contare che storicamente parlando l’eroe ha anche vita breve. Appare dal nulla, stravolge tutto ma finisce per essere dimenticato e messo da parte piuttosto velocemente, non appena la sua figura non serve più. Io voglio continuare a fare il mio lavoro. Come l’ho sempre fatto e se possibile domani ancora meglio. Non voglio toccare la notorietà per essere poi subito dopo riposto dove sono stato preso e dove mi attende la polvere dell’oblio.

L’eroe è capace di gesta straordinarie, imprevedibili, geniali.

Tutto questo è ciò che si configura come il più lontano possibile da quelle che sono le azioni che io e i miei colleghi siamo soliti porre in essere. Il nostro è un campo in cui l’improvvisazione non è ammessa. Occorrone certezze e protocolli specifici periodicamente revisionati per garantirne l’efficacia. Il gesto eroico che sbaraglia tutto non è previsto.

Men che meno mi sento un “angelo” come altri ci definiscono. E già che ci siamo, se vogliamo dirla tutta, la nostra non è affatto una “missione”. I missionari sono un’altra cosa, non c’entrano niente con noi e con quello che facciamo ogni giorno. Noi siamo professionisti e come tali vogliamo essere considerati. Né più né meno.

Non fraintendetemi. Il mio non è e non vuole essere un intervento polemico.

Siamo in un momento in cui non passa giorno in cui io non intervenga per abbassare i toni, a qualunque livello. La tensione è già abbastanza alta. Non incrementiamola ulteriormente. Se sono qui a scrivere i miei pensieri è solo per cercare di far capire a chi è alieno alle nostre dinamiche quella che è la nostra vita e che esistevamo anche prima quando eravamo quasi invisibili.

Sono una persona come tutte quante voi. Faccio solo un lavoro che per certi versi possiamo inquadrare come più impegnativo, più faticoso e in parte anche più difficile. Ma lo faccio con le vostre stesse debolezze e le vostre stesse virtù. Non vi nascondo che mi capita di sentirmi un privilegiato quando riesco nel mio compito. Quando riesco a lenire le difficoltà delle persone con cui entro in contatto e che mi chiedono a loro modo aiuto. Privilegiato per l’accrescimento interiore che mi rafforza ogni qual volta riesco a tappare le falle che il fato in modo troppo spesso casuale insinua in vite che non chiedevano altro che serenità. Ma da qui a sentirmi eroe ce ne passa.

Logico quindi che mi senta di poter affermare che il dolore serve.

Datemi il tempo di spiegare e non crociggetemi prematuramente.

Non sto augurando niente di male a nessuno. Ma vorrei farvi capire quanto la sofferenza possa oggi [e sottolineo oggi, duemilaventi] aiutare a capire che nella rincorsa sociale a status symbol privi di spessore ed eticamente svuotati di significato, le priorità sono altre. Basta aggirarsi per una qualunque corsia di ospedale per riuscire a capire – citando il Dirigente della Squadra Mobile di Pistoia nonché scrittore Antonio Fusco – che occorre tracciare “un solco tra l’essenziale ed il superficiale”. Non è un discorso facile e nemmeno privo di tranelli, me ne rendo conto, ma credo che siate in grado di capirne perfettamente il senso. Magari non si percepisce facilmente perché la nostra mente in questi giorni è traditrice e ci porta e pensare nella maniera più viscerale, ma se provate a seguirmi converrete che la mia non è un’affermazione delirante. Siamo andati “oltre” con la nostra rincorsa al progresso. Potrebbe essere il momento di fermarci, anche solo per un attimo.

Non sono un eroe. E questo lo abbiamo detto, ma non sono nemmeno un fannullone come fino a ieri si pensava. Quella stessa “cattiva maestra” televisione che oggi ci eleva al ruolo angelico di eroi, è la stessa che ieri ci tacciava di malasanità. Ma noi non siamo cambiati. Siamo gli stessi. E lavoriamo oggi come allora, nello stesso identico modo. Con la stessa coscienza e professionalità.

Eravamo un bersaglio facile. Questo è vero. Siamo serviti solo per creare sensazionalismi giornalistici con cui riempire i tempi morti dei telegiornali o le pagine di quei pochi quotidiani che ancora si vendono. E non vi nascondo che quelli che oggi ci osannano [peraltro per lo stesso identico motivo per cui ieri ci infamavano] hanno contribuito in modo determinante alla nascita di associazioni di legali che si occupano esclusivamente di cause contro il personale sanitario offrendo consulenze legali gratuite. Capirete bene che essere gli eroi di chi fino a ieri ci ha dileggiato inneggiando alla “malasanità” non è una cosa che possa far piacere.

E restando sul pezzo non vi nascondo che a volte ci sentiamo come gli utili idioti di un mondo che sta cambiando e che ha bisogno di sensazionalismi. Per questo rifiuto ancora una volta di più l’idea dell’Eroe. E rimando al mittente ogni leccata di culo di chi fa informazione guardando al trend topic senza ricordarsi che fino a ieri nemmeno sapeva della nostra esistenza. E che continua ad ignorare il fatto che sono 13 anni che non ci viene rinnovato il contratto di lavoro del comparto della sanità privata/accreditata.

Ad emergenza conclusa cambierà qualcosa per noi?

No. sicuramente no. Ci daranno una pacca sulla spalla e con quello ci congederanno.

Ma come detto non voglio fare della polemica. Per cui mi fermo qui. Nella speranza di sbagliarmi. Fermiamoci tutti e cerchiamo di darci una mano. Siamo tutti quanti coinvolti, tutti allo stesso modo. Ed ognuno deve fare la sua parte per provare ad uscirne con il danno minore possibile. Lasciando da parte chi specula su questa situazione. Certe persone [e sappiamo tutti chi sono] non meritano alcun tipo di risalto. E non lo avranno, almeno da me. Non possiamo scendere ad un livello così squallido. Libroguerriero è un blog letterario. Spetta a noi quindi per primi elevare il discorso, alzando il livello della conversazione. Non possiamo scendere a patti con il demonio, ma solo continuare a fronteggiarlo come abbiamo fatto finora. Combattiamolo dunque, ma facciamolo con le armi che abbiamo a disposizione. Quei libri a cui tanto teniamo e che rappresentano la vita di moltissimi di voi che condividete con me la redazione di Libroguerriero.

Leggere aiuta.

Leggere serve a tenere lontano quel qualunquismo che trabocca dalle labbra dei soliti [tristemente] noti.

Leggere è crescita.

Lasciamo che gli avvoltoi che volano sulle nostre teste in questo periodo proseguano nel loro percorso di regressione. Arriveremo ad un domani in cui non ci accorgeremo nemmeno della loro assenza. Solo allora potremmo sederci ad un tavolo e riflettere su tutto ciò che non ha funzionato, in primis per noi “in prima linea”, individuando le falle di un sistema che ha mostrato la sua inadeguatezza se messo sotto pressione. Ma non è ancora il tempo dell’analisi. Quello verrà.

Oggi è il tempo di riscorprire la bellezza.

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Una risposta a Non sono un eroe

  1. patrizia debicke ha detto:

    Grazie

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