“Scrivimi” di Paolo Longarini (HarperColllins)

Risultato immagini per "Scrivimi" di Paolo Longarini (HarperCollins)Recensione di Raffaella Tamba

Siamo tutti convinti dell’apporto fondamentale in termini di comodità e rapidità della comunicazione elettronica: mail, messaggi whatsapp, call e videoconversazioni sono strumenti indispensabili del nostro quotidiano ed è giusto che sia così. Ma chi proviene dall’antica esperienza epistolare delle lettere cartacee, sa che c’è qualcosa che i nuovi sistemi hanno perduto: profumi, impronte e paralinguaggio grafico. Sono elementi che arricchiscono il dialogo remoto di qualcosa di personale e contingente, sul cui valore l’autore ha costruito questo suo romanzo: “Scrivere una lettera è un gesto rivoluzionario, (…) è una carezza a distanza, un bacio di grafite o di inchiostro (…). Una lettera si immagina, significa che lontano da te c’è qualcuno che ha creato un mondo di fantasia dove tu sei il re, un regno formato solo da due persone”.

Paolo Longarini (nella foto sotto), scrittore romano con già vari romanzi all’attivo, si premura di specificare nel sottotitolo del suo nuovo libro che vi si parlerà sì d’amore, ma anche di fughe, che spesso preparano all’amore spolverando la vita dei protagonisti da un passato che l’aveva appesantita, e di casali. Per un italiano, la parola casale è evocativa di respiro, pausa da una vita lavorativa convulsa, campagna, luce, tepore, riflessioni e nuove prospettive.

Un sottotitolo che invita a prendersi una giornata per leggere questa storia, che da Boston si sposta a Milano e poi a San Gimignano, toccando tre tappe emblematiche di tre stili di vita diversi: colti e raffinati nella metropoli americana, frenetici e carrieristici nella capitale lombarda, poetici e delicati nella piccola città toscana. Ma se ne può anche distillare la lettura nel tempo, perchè sarà sempre un gradito ritorno ad appaganti momenti per sè.

Conosciamo Caterina, la frizzante protagonista americana, in un giorno fatidico che la travolge con la fine di un rapporto sentimentale e la morte della madre. Due eventi rovinosi dai quali non viene schiacciata solo grazie ad abbracci significativi di persone che la conoscono da sempre e che sono pronti ad accoglierla nel momento del crollo. Sulla terrazza della facoltà dove ha ricevuto telefonicamente la dichiarazione di rottura dal fidanzato, arriva il settantenne inserviente della facoltà. Lo stato di confusione emotiva nel quale Caterina si trova le fa percepire come un sollievo il tocco dell’uomo sulle sue spalle. Un tocco che sembra volerla sorreggere nella delusione amorosa, ma che in realtà la sta preparando ad un colpo ben più violento: “Professoressa, corra a casa: sua madre sta morendo”.

Le pagine struggenti del dialogo fra Caterina e la madre Theresa rivelano un rapporto quasi magico fra le due. Poche in realtà sono le parole che la madre le rivolge: solo una predisposizione alla separazione e soprattutto una consegna, una scatola di lettere, con la quale trasmette alla figlia il proprio passato e la propria verità, entrambi tenuti nascosti come a proteggerla da un dolore che fino a quel momento aveva voluto assorbire interamente.

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La violenza del colpo travolge la ragazza, che non è certo pronta ad aprire la porta sul suo passato, di fronte alla quale l’ha messa la madre consegnandole la scatola delle lettere. Ma quando padre Connelly, amico da sempre di entrambe, imbarazzato, pronuncia la fatidica frase: “Cate…tuo padre non era tuo padre”, è come se le mettesse in mano la chiave di quella porta. A quel punto non può non entrarvi. E da quelle lettere scopre che quel padre che lei non ha mai conosciuto e dal quale non è mai stata vista, non ha smesso un solo giorno, nei quarantanni trascorsi, di pensare alla figlia, immaginandola e seminando lettere da tutto il mondo, nella speranza che un giorno, seguendo quelle tracce, lei arrivasse a lui, a conoscerlo, magari ad amarlo. Caterina sente che deve partire, deve compiere quel viaggio reale e simbolico verso un padre di cui deve riappropriarsi colmando una lacuna dolente che il patrigno, autoritario e distaccato, non aveva mai saputo né voluto riempire. Un patrigno imposto dal nonno materno, esponente di quella Boston puritana e affaristica che rifiutava l’homo novus che una sua rampolla aveva scelto, un giovane italiano conosciuto in Toscana, figlio di agricoltori, aspirante artista e libero, al contrario di lei, da qualsiasi imposizione di costume.

Caterina prende un anno sabbatico e vola in Italia. Ha l’indirizzo del padre, una villa in Toscana, ma non vi si dirige subito. Decide che, come il padre le ha tracciato con le sue lettere una strada da percorrere per conoscerlo, anche lei si farà conoscere allo stesso modo. Per tre mesi viaggia in tutta la penisola e da ogni luogo in cui si ferma gli scrive una lettera. Lettere che vengono recapitate all’indirizzo della residenza del padre, in un casale a San Gimignano, dove però lui, pittore affermato e ricercato nel mondo, preso da un viaggio dopo l’altro, non mette piede da molto tempo.

Il destino sta preparando quel casale come fulcro di un giro di vite per tutti i protagonisti. Per Alfredo, per Caterina e per Fabrizio, rampollo di un’illustre casata milanese che da generazioni crea prestigiosi e potenti notai. Suo padre, avido e calcolatore, pur tentando di inculcargli nella mente fin da bambino i propri valori (“Non devi certo aver bisogno della mia presenza per vincere. I bisogni sono debolezze,i legami sono debolezze”), pur conscio di rappresentare per lui un idolo in terra, tanto freddo e lontano quanto venerato, pur formandolo come notaio ed inserendolo nel proprio studio, è ben consapevole della distanza morale che li separa. Il giorno in cui Fabrizio scopre una trama di espropriazione indebita perseguita dallo studio paterno, per la prima volta lo vede per quello che è realmente e si sente improvvisamente prosciugato di ogni sentimento: “Anni di sacrifici fatti per senso del dovere, senza neppure pensare che esistesse un’alternativa, nutrendo la segreta speranza che qualche mano consapevole si poggiasse sulla sua spalla, ma con la convinzione che non sarebbe mai successo”. È fuori dallo studio, dalla famiglia, dalla vita dei suoi primi quarant’anni.

Ma ha una grande fortuna. Ha due persone speciali al suo fianco. Saverio, l’amico-contrappasso, brillante, spavaldo, spensierato, verbalmente disinibito, lo accoglie e lo avvia verso quel cambiamento, che lui stesso aveva attuato: “Un matematico romantico in una famiglia di banchieri. In pratica, incarnava il loro peggiore incubo dalla crisi del ’29”. A differenza, però, di Theresa e di Fabrizio, i cui padri non erano disposti ad alcun compromesso, i genitori di Saverio, “con la discrezione che da sempre caratterizza i rapporti delle grandi dinastie con i figli non allineati”, lo sono stati. Così predispone all’amico una una vita nuova, affittando per lui un casale in Toscana, con il suggerimento di farne un agriturismo.

Dopo Saverio è Loris il sostegno psicologico ed emotivo di Fabrizio. Ex criminale, assunto dal padre come maggiordomo proprio per la sua mancanza di scrupoli ed efferatezza, da “pitbull di casa era caduto nel più madornale degli errori: si era affezionato” a quel bambino solitario, disperatamente alla ricerca di un consenso paterno che non sarebbe mai arrivato. Per anni aveva dominato qualsiasi emozione, soffocando affetto e pietà, ma il giorno in cui è perfidamente costretto a compiere lui il gesto di estrometterlo dalla casa e dalla famiglia, consegnandogli la valigia, la sua lotta interiore esplode con violenza: “credeva di aver mantenuto le giuste distanze, di non averlo preso a cuore. Sbagliava. Se ne rese conto in quel preciso istante, mentre piangeva di rabbia, dilaniato dal primo conflittto in una vita segnata da un senso deviato dell’onore”. Colpito dalle parole di saluto di Fabrizio, “Sei il padre che avrei dovuto avere. Quello che avrei scelto”, prende una decisione che cambia completamente la sua vita.

Se il sottotitolo avvertiva che la storia avrebbe parlato di fughe, di casali e di amore, ha lasciato alla scoperta del lettore un altro tema fondamentale, quello del contrasto socio-culturale fra il mondo degli affari e del successo impersonato simbolicamente da padri padroni – che sembrano quasi non avere umanità, tanto sono elevati a simbolo di una visione di puro interesse – e il mondo di scelte alternative, di personalità fragili, di bisogno di libertà. Longarini esamina, con un’implacabilità introspettiva alla Conrad, i suoi protagonisti nel doloroso percorso di rottura di legami che li umiliavano e li inibivano: ne illumina le anime in ogni anfratto, ne rivela gli impulsi più compressi. Da questo processo, scaturisce necessariamente anche un altro tema, quello del perdono reciproco, perché, come in tutti i rapporti di dare e avere, anche e ancor più quando l’oggetto è un sentimento, si creano debiti e crediti che non sempre vengono saldati alla loro scadenza.

I suoi personaggi comunicano calore e fiducia, voglia di sorridere, di dimenticare ciò che fa soffrire, di condividere pensieri, desideri, momenti, di creare famiglia. È un messaggio reso col suo stile particolare: una prosa perfetta, aulica nell’espressione di emozioni intense e difficili da rivelare, colloquiale nei rapporti amichevoli; un ritmo capace di adattarsi alla placidità della contemplazione così come al turbinìo di emozioni forti; un tono umoristico che, come un basso continuo, accompagna ogni evento della storia, ma che non toglie nulla, anzi valorizza, le deviazioni forti nel tono drammatico, quando necessarie. Sono indimenticabili le descrizioni di immagini e ricordi, e altrettanto lo sono quelle della rabbia e dello sfogo. Ma le più belle, le più originali e impattanti sono quelle di incontri e abbracci, di lacrime che si confondono, di impulsi affettivi sbrigliati e lasciati liberi di esprimersi.

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Una risposta a “Scrivimi” di Paolo Longarini (HarperColllins)

  1. patrizia debicke ha detto:

    ok

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