Luce del Nord, di Gianluigi Bruni (Rubbettino)

Recensione di Raffaella Tamba

Tre voci, lontane come stelle appartenenti a galassie diverse, cominciano a raccontarsi, senza pudore, senza filtri d’immagine, senza convenzioni sociali, assolutamente trasparenti, se stesse dal più profondo, il gergo stesso spontaneo, privo di rivestimenti formali. Sono le voci dei tre protagonisti di questo romanzo di Gianluigi Bruni candidato al Premio Strega tra i 54 autori proposti dagli Amici della Domenica: il vecchio Frank, stuntman del cinema italiano rovinato da un incidente e senza lavoro da anni, Eva, cinquantenne sola, eterna studentessa per non essere mai riuscita a trovare il coraggio di concludere qualcosa giudicando un’utopia il solo desiderarlo e Cristian, ragazzo oligofrenico uscito dalla propria famiglia che lo faceva sentire un errore dell’esistenza e catapultato in un mondo che è impreparato ad affrontare. Tre prospettive radicalmente diverse, tre background culturali e caratteriali a prima vista incompatibili, che si alternano in una sorta di giostra, che gira su se stessa, sul fulcro di una vita di delusioni e privazioni, presentando ad ogni giro la visuale di uno dei tre che interpreta, col filtro della propria esperienza, la fetta di mondo che ha davanti. Tre figure relegate ai margini della società, schiacciate dal peso di un mondo progredito, benestante, viziato, che li fa sentire inadeguati o, peggio, sbagliati.

L’autore, recuperando quella sensibilità romantica del primo Ottocento che cercava di elevare ad eroi personaggi che la società rifiutava (basti pensare ai protagonisti della cosiddetta Trilogia Popolare del melodramma verdiano, incentrata su figure emarginate come un giullare deforme, Rigoletto, una prostituta, La Traviata ed una zingara, Azucena madre del Trovatore), ascolta lo sfogo di tre individui che, in monologhi indipendenti cercano di spiegarsi per comprendersi a loro volta, perchè, in fondo, non sentono di meritare il disprezzo e la solitudine che li avvolge. In brevi, intensi capitoli, ciascuno di loro ripercorre la propria vita, alla ricerca di qualcuno che li accetti per quello che sono ed offra loro una mano per ergersi da quell’abisso di solitudine, nel quale la vita li ha gettati. Emblematica di questa prigionia metaforica è la loro stessa condizione logistica: non hanno una casa propria, sono ospiti morosi, Eva e Franck, o senza tetto, Cristian. È come se la vita, privatili di un focolare domestico, non avesse voluto dar loro neppure i confini rassicuranti di una casa nel senso materiale del termine.

Frank aveva una persona accanto a sé, la moglie Maria, l’unica donna che abbia veramente amato nella vita e dalla quale si sia sentito veramente conosciuto e accolto; ma Maria è in coma da diversi giorni, per un ictus che, ne è convinto, è stato causato dal peso dei torti subiti da lui, dalle sue rabbie mai represse, dalle sue rinunce, dai suoi tradimenti effimeri e insignificanti. Dal giorno in cui è stata ricoverata, Frank si è lasciato completamente andare: vive solo nei momenti che passa sul muretto che dà sulla stanza d’ospedale, e, per il resto, beve e si tormenta: “tutto mi ricordava le mie disgrazie e tutto quello che avevo fatto che non dovevo fare e….che avevo fatto per far patire gli altri e pure me”.

Anche Eva aveva avuto accanto a sé una persona (o meglio, era stata lei ad esserle accanto), la vecchia che accudiva come badante sopportandone le frequenti strapazzate che si alternavano a rare parole di affetto, appena accennate, quasi per sbaglio. Anche Eva è rimasta da sola da quando la vecchia è deceduta. E sa che la sua vita (“questa mia brutta vita stanca”) è sospesa nel limbo dell’attesa dello sfratto che, inevitabilmente, i figli della donna le daranno. Così sfrutta quell’ambiente sciatto e fatiscente per scoraggiare gli acquirenti, lei stessa sciatta e fatiscente come per adeguarsi all’incuria nella quale viveva: “La polvere mi faceva compagnia”.

Mentre Eva e Frank hanno la cruda consapevolezza del loro degrado fisico e sociale, Cristian non se ne rende conto. È straziante l’innocenza che lo pervade e lo rende fango sotto i piedi della gente, fin dalla considerazione stessa di chi avrebbe dovuto per natura, difenderlo e proteggerlo, il padre e la madre. Ma loro per primi, con freddezza il padre, con goffo pietismo la madre, lo respingono, marcandolo, nel momento della massima innocenza di una persona, la nascita, con una colpa efferata, quella di essere sopravvissuto lui e non il gemello, quello sano e intelligente.

Poi, all’improvviso nella giostra desolata delle loro vite, qualcosa si sposta, si muove controcorrente. Frank chiede aiuto ad Eva per realizzare un suo progetto. Lo fa con titubanza, imbarazzo, vergogna, bussando alla sua porta “con un’insistenza triste, passiva, quasi da sconfitto”. Lei rimane sulle prime sconcertata perché lo conosceva solo per le volte che l’aveva visto strisciare sulle scale completamente ubriaco. Ma quel gesto di fiducia verso di lei la responsabilizza, le dà una conformazione, la fa sentire, dopo tanto tempo, una persona. Si accende anche in lei quella minuscola scintilla di riscatto che aveva scorto in lui aprendogli la porta: “C’era in più, rispetto al solito, una consapevolezza orgogliosa, l’affermazione di una volontà da troppo tempo compressa, la voglia di superarsi, di essere diverso da ciò che era di solito”. Nasce così a poco a poco tra loro un’amicizia profonda, sincera, disinteressata. Intorno ai rispettivi sogni dimenticati e timorosamente recuperati, i due spezzano quel “senso di accerchiamento che viene a chi non ha amici, (…) che ti fa sentire più inutile di quel che sei. Inutile a te, inutile agli altri”.

Quando anche Cristian, tradito, abbandonato, ferito nell’anima ancor più che nel corpo da coloro ai quali aveva dato la propria fiducia, sembra aver raggiunto l’abisso della sofferenza e della mortificazione, un destino pietoso porta Frank ed Eva sulle sue tracce. È un’altra solitudine come la loro, ancora più penosa perché inconsapevole del male che ha ricevuto: “Con loro due la mia vita non mi appariva più nella sua pochezza ma mi mostrava invece tante piccole ricchezze. No, non volevo più cambiarla. Era la mia vita, di cui non mi vergognavo più. Anzi, adesso ne ero fiera (…). Eravamo noi tre, noi tre figli di nessuno, noi tre alieni, noi tre creature di chissà dove caduti in questo mondo che non ci voleva e non ci tollerava, che non era il nostro mondo; noi costretti a restarci senza intenzione e senza colpa, a vivere una vita che non era la nostra, non era quella che volevamo”.

L’innovativa struttura narrativa scelta dall’autore ha una resa straordinaria: i monologhi alternati nei quali ciascun personaggio si racconta, con la propria voce e la propria visione emotiva, sono per la maggior parte del romanzo indipendenti l’uno dall’altro. Ma da un certo punto in poi, quando i loro destini si incrociano, le loro narrazioni si sovrappongono, riportando lo stesso episodio condiviso, ciascuno dal proprio punto di vista, ciascuno con la propria lente interpretativa: e nel fuoco di quella lente non c’è più solo l’io con la propria infelicità, ma per la prima volta c’è l’altro con la sua infelicità; per la prima volta c’è la voglia di fare qualcosa non per sé, ma per quell’altro, per compensarlo, almeno un po’, di tutto quello che ha perduto o che non ha mai avuto.

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Una risposta a Luce del Nord, di Gianluigi Bruni (Rubbettino)

  1. patrizia debicke ha detto:

    ok

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