L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (Solferino)

Recensione di Andrea Del Castello

Marilù Oliva racconta l’Odissea dal punto di vista delle donne. E così le avventure di Ulisse sono riproposte dalla timida Nausicaa, dalla risoluta Circe e dalla premurosa Euriclea.
Con uno stile incantevole che ammalia come il canto delle sirene, l’autrice si cimenta in una prova ardua, brillantemente superata, trovando un pregevole equilibrio tra ritmo e lirismo.

L'immagine può contenere: una o più personeLe voci dei personaggi femminili hanno contegno e dignità pur nella propria lacerante pena d’amore. E perfino Atena diviene oggetto di una profonda introspezione psicologica, giungendo a commuoversi, a fantasticare sull’affetto di una madre, a riconsiderare la propria illibatezza. Tuttavia lo scarto della dea rispetto all’originale omerico non risiede solo in questa umanizzazione, ma soprattutto delinea il simbolo della grande donna che sta dietro a ogni grande uomo.

La narrazione scorre veloce: solcando i mari e approdando in vari lidi del Mediterraneo, l’eroe acheo incontra i mostri, supera le burrasche e fa innamorare diverse donne. Marilù mantiene e approfondisce le peculiarità di ognuna di loro, ma assottiglia il divario della loro condizione nella fortuna: non solo per la dea che si fa umana, ma per la stessa Penelope, impulso principale del “nostos”, il cui privilegio viene indebolito dall’indovino Tiresia che qui diventa più esplicito nel vaticinare il viaggio diuturno del re di Itaca e dunque una reiterata condizione di solitudine per la moglie.
Forse Marilù vuole intendere che tutte le donne appartengano alla categoria della perenne sofferenza? No, credo invece ad altre ragioni.
Odisseo è insostituibile. Nessuno come lui…” dice Calipso anticipando con un gioco di parole l’episodio di Polifemo, però lei è accecata da uno strale più potente, quello dell’amore. Ma se nella trama queste donne appaiono tutte vittime del molteplice ingannatore Ulisse, Marilù non preserva loro un destino di dolore. Anzi, ne decreta una consacrazione ben più significativa tramite uno stratagemma che elargisce loro suprema eppur celata dignità letteraria.
In quale modo? Ciò va discusso considerando entrambe le opere omeriche: mentre nell’Iliade il collettivo assurge a completezza (Agamennone è il capo, ma sono necessarie la forza di Achille, l’astuzia di Ulisse, la saggezza di Nestore e via dicendo), l’Odissea è l’apoteosi dell’individualismo. Ed ecco, allora, il più significativo rovesciamento operato da Marilù: la sua grandezza non è stata semplicemente quella di ribaltare la prospettiva maschile dell’Odissea in quella femminile, quanto trasformare l’individualismo antonomastico dell’Odissea in quel senso collettivo tipico dell’Iliade. Ma mentre per raggiungere questo scopo nell’Iliade Omero usa l’eroismo sfacciato degli uomini guerrieri, nell’Odissea Marilù crea l’eroismo discreto delle donne innamorate e ne fa una categoria collettiva di sacrificio innato. Perché in fin dei conti, e in quest’ottica finalmente Omero e Marilù trovano un comune denominatore, è l’amore che muove ogni azione: è l’amore a spingere Menelao alla conquista di Troia ed è l’amore a indurre Ulisse a tornare a Itaca. Ed è l’amore, secondo la profonda visione di Marilù, a spingere Calipso, Circe e Nausicaa ad aiutare lo stesso bramato eroe a tornare dalla sua amata secondo quel magnanimo sentimento di essere felici nel vedere la felicità della persona che si ama.
Insomma, Marilù non ha semplicemente trovato una prospettiva originale, ma ha reso quella prospettiva come l’unica veritiera: l’Odissea è donna. Perché?
Perché mentre l’Iliade è l’ineluttabilità della morte, simboleggiata dal disfacimento di una città possente, l’Odissea è il ciclo continuo della vita, simboleggiato dall’eroe solitario, l’unico che sopravvive e arriva alla meta del viaggio. E tutti, nel momento del concepimento, siamo stati come Ulisse, unico della flotta a raggiungere Itaca. E lo abbiamo fatto nel ventre di una donna.

(l’immagine su cui è stato incollata a copertina è “Miranda” di  John William Waterhouse)

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Una risposta a L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (Solferino)

  1. patrizia debicke ha detto:

    evviva

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