“Le radici dei fiori” di Caterina Cavina (Pendragon)

L'immagine può contenere: una o più persone e testoSul comodino della Rambaldi

Caterina Cavina (nella foto, sotto)- Medicina (BO) – Studi umanistici – Cronista di cronaca nera – Nel 2008 ha pubblicato il grande successo letterario Le ciccione lo fanno meglio a cui sono seguiti i romanzi: La merla e Le ciccione lo fanno sempre meglio.

Arianna è nata albina e sua madre, Emilia,  non l’ha mai accettata, voleva fare la hostess e ogni volta che vede passare un aereo le tira una zoccolata.

La figlia è la fonte di tutte le sue disgrazie ed è colpa sua se non ha mai coronato il suo sogno.

Le continue violenze allontanano Arianna da casa a quindici anni e nonna Zanna fa di tutto per prendersene cura  facendole studiare medicina all’Università. Studi che purtroppo non sarà in grado di portare avanti. Adesso  Arianna vive sola in un casale di campagna isolato e maltenuto, circondata da tanti gatti. Si  è lasciata andare e beve.

L’unico a occuparsi di lei è rimasto l’anziano Wogler, che ogni mattina sfama i  gatti e la raccoglie ubriaca da un tappeto circondato di bottiglie vuote. La sveglia e la lava, poi Arianna va al bar a bere in preda a un ansia che solo la vodka riesce a placare.

Il barista appena la vede le serve  una doppia vodka, ma da  domani le cose cambieranno.

L'immagine può contenere: Caterina Cavina, in piedi

Arianna ha finalmente accettato di farsi ricoverare in una nota clinica di Bologna per disintossicarsi.

Ce l’accompagnerà il vecchio Wogler.

Villa Glicine è posto elegante. All’accettazione un distinto psichiatra controlla i referti e  domanda perché è lì. Arianna è in crisi d’astinenza, l’alcol le manca e fatica a spiegarsi. L’uomo domanda se ha subito traumi e la lista delle botte che  Arianna ha preso dalle persone che dovevano amarla è fin troppo lunga e dolorosa.

Il bel David l’aveva incontrato al bar. Il barista avrebbe voluto metterla in guardia  ma quando i due ragazzi si erano guardati negli occhi era già troppo tardi.  Di quella relazione porta ancora i segni in faccia e addosso, per non parlare delle troppe volte che da ubriaca è caduta da sola nel tentativo di raggiungere il bagno o di fare le cose più semplici.

Le regole di Villa Glicine sono ferree.

La prima settimana non riceverà visite e non potrà abbandonare il reparto. Dovrà impegnarsi ad assumere regolarmente la terapia e si dovrà astenere dai rapporti sessuali.

A dispetto dell’eleganza della reception, la stanza che le assegnano puzza. Le medicine da assumere sono troppe e i primi tempi vive in un costante dormiveglia con una diffusa sensazione di intorpidimento.

La nuova vita non sarà facile e l’aspetta un frullato di rabbia,  dolore e perdite, ma forse anche di emozioni e amore.

“Il soggiorno era sporco e il camino una piccola grotta nera. Arianna stava sdraiata di fronte alle braci, avvolta in un piumone rattoppato, sopra un tappeto pieno di peli di gatto.

Finirai per fare la barbona, oppure morirai prima. A volte la profezia pareva vera.

Wogler trovava la ragazza ferma a terra, pronta per la fossa, circondata da bottiglie vuote e, pur scuotendola, non si svegliava. “Ma tu, tu vuoi proprio vedere i fiori dalla parte delle radici?” diceva il vecchio mentre riempiva un catino pieno d’acqua gelida e glielo gettava addosso.

“Bastardo!” urlava Arianna, sveglia all’istante e inferocita come un gatto selvatico.”

Un viaggio potente e appassionato che può descrivere solo chi c’è passato, raccontato da qualcuno che ce l’ha fatta.

Paola Rambaldi

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