“BRAMA” di ILARIA PALOMBA (GIULIO PERRONE EDITORE)

GRANDANGOLO di Marco Valenti

La Treccani alla voce brama riporta: desiderio vivissimo, volontà smodata, incontenibile di possedere qualcosa, anelito, sete, smania, desiderare ardentemente. “Brama”, l’ultimo romanzo di Ilaria Palomba va esattamente in quella direzione. L’idea è quella di possedere l’altro, in un incontro-scontro senza esclusione di colpi, da cui cercano tutti di fuggire. Brama intesa come ossessione fisica e metafisca volta a sublimare le nostre carenze. Lo spiega molto bene la stessa Palomba: Si brama ciò che non si ha ma che si potrebbe avere. Non posso bramare qualcosa che so essere impossibile e irraggiungibile ma qualcosa che in qualche modo è possible ma non possiedo o non più”.

Il romanzo si regge sul contrasto tra i due protagonisti. Uniti da un rapporto che è solo apparentemente tale. È più una sfida per determinare chi sia il più dominante tra loro. Contrasto che si articola per la stragrande maggioranza delle 240 pagine del libro. In una simbiosi tanto conflittuale quanto per certi versi complice, Bianca e Carlo si inseguono, si dominano e si [auto]distruggono. È Bianca a dare più peso al rapporto [risultando quindi più debole] entrando nel profondo dello stesso fino al punto in cui realizza che è viva solo nel momento in cui si identifica con Carlo. Solo quando cioè può nutrirsi di questa simbiosi malata e senza futuro.

Bianca ha perso ogni riferimento con il suo passato. Si è spogliata di tutto ciò che l’ha caratterizzata nella vita precedente in modo da potersi dare in toto al suo amante/avversario. Ma non ha fatto i conti con un passato che inevitabilmente ritorna in un gioco di flashback che ci raccontano gli anni dell’adolescenza consumati in una assolata provincia pugliese. Grazie a Carlo [o forse sfruttando la figura di Carlo] Bianca abbandona la vita per provare a rinascere in una nuova esistenza consacrata alla ricerca di quella che è la sua reale essenza.

I suoi tentativi di abbandonare quel mondo dalla fortissima connotazione individualista l’hanno portata a vari tentativi di suicidio e a ricoveri in psichiatria da cui non pare essersi del tutto ripresa, al punto che vede nell’inconto fortuito con Carlo l’unico modo per trovare finalmente la propria identità, annullandosi e risorgendo in un vortice malato suggellato da continui ribaltamenti di ruolo tra i due.

Tra loro è subito amore travolgente, anche se incompleto. Un amore che dilania i sentimenti in un continuo rimpallarsi di incomprensioni e capricci. Sono due borderline che sanno di esserlo, consapevoli del proprio ruolo, ma non per questo disposti a rinunciare all’indole di dominio insista in loro. Non può e non può esserci un legame per come siamo soliti pensarlo, ma solo una condivisione di incubi e deliri. Che per Bianca significano un viaggio a ritroso agli anni della vita in famiglia, quando il rapporto conflittuale con i genitori l’ha portata sul baratro emotivo.

L’io narrante di Bianca si racconta con uno stile come sempre dirompente ed aggressivo, che lascia senza fiato. Il ritmo serratissimo seduce, incanta e impedisce il distacco. La scrittura della Palomba è totalizzante come la relazione morbosa e drammatica che racconta. Il suo è un romanzo crudo ma che rivela anche un sottostrato di dolcezza tutto da scoprire.

Da un punto di vista tematico uno dei cardini della narrazione è individuabile nel distacco dalla realtà. Distacco non solo emotivo ma anche cognitivo e sociale. Un’alienazione raccontata sapientemente attraverso i farmaci che Bianca assume in dosi sempre crescenti ed alternate. Farmaci che si alternano ad alcol, droga, umiliazioni ed autoflagellazioni in una discesa verso gli inferi che pare inarrestabile. Il distacco vero è quello che dovremmo attuare noi, nel momento in cui ci rendiamo conto di vivere di stereotipi, provando ad allontanarci da tutto ciò che è privo di sentimento e si rifà a freddi ed impersonali standard sociali.

L’altro possiamo trovarlo nella difficoltà di chi non trova pace all’interno della propria mente e cerca di non affogare in un susseguirsi identico ed apatico di giornate scandite dagli alti e bassi dei disturbi psichici. La loro è una realtà troppo spesso e troppo facilmente dimenticata. C’è una fetta di mondo che non ha una sua identità e si trascina tra un antidepressivo ed uno stabilizzatore dell’umore di cui ignoriamo l’esistenza.

“Brama” si regge su un rapporto interpersonale. Un rapporto come detto malato che lacera mente e corpo, in cui la Palomba inserisce nuovamente la figura della donna “incompleta” che ci ha presentato diverse volte in passato. Una donna che non è ancora riuscita nell’impresa di capirsi che stavolta finirà pre precipitare grazie [o a causa] di un partner altrettanto insicuro. È un romanzo tanto stupefacente quanto psichedelico, in ogni accezione possible di entrambi i termini. Un manifesto al dolore di coloro che sentono di appartenere a quel limbo in cui siamo soliti confinare tutti quelli che non pensano, non si muovono e non parlano come la società contemporanea impone. È un romanzo rivolto quindi a chi non si omologa e non si sente omologato, con cui l’autrice rifiuta i modelli imposti, in primis quello della donna vincente e sicura di sè. Rifiuto che si concretizza nella creazione di un personaggio come Bianca, donna deficitaria ed insicura, in una perenne crisi di identità. La critica della Palomba alla società dello spettacolo e dei consumi in perenne ricerca di figure sacrificabili sull’altare della notorietà effimera e priva di qualità è severissima e non risparmia nessuno.

L’uomo, quando ha potuto scegliere, ha scelto il male. Il bene personale spesso coincide con il male di qualcun altro, nel momento in cui si relativizza il concetto di bene e si arriva a decretare l’impossibilità del sommo bene ecco che l’uomo diventa Dio di sé stesso e sceglierà solo per sé stesso senza curarsi del male che procura all’altro”.

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