“Il corpo del peccato” di Silvia Di Giacomo (Foschi)

Recensione di Patrizia Debicke

Secondo Gianluca Morozzi, il commissario Claudio Degli Esposti è: “un personaggio che mancava al noir bolognese. Solo l’eclettica Silvia Di Giacomo l’avrebbe potuto inventare”. E voilà il personaggio di Silvia Di Giacomo. L’autrice a pag. 10 ce lo presenta subito come un poliziotto e un bravo investigatore, poi però nelle pagine successive ci precisa che Degli Esposti ha il fallimento del suo matrimonio dietro le spalle, conserva ancora dentro di sé ferite psicologiche dovute a personali demoni che l’attanagliano e sta portando avanti un appassionante ma difficile rapporto affettivo che potrebbe trasformarsi in una trappola fatale. Ma ora torniamo a Il corpo del peccato per rincontrare il Commissario Claudio Degli Esposti che, dimostrando indubbia praticità, richiamato con urgenza al lavoro alle otto di sera, data l’ora e il caotico traffico cittadino, si sta recando sul teatro del delitto in sella a una Vespa. E però stavolta lui e la sua valida e bionda collaboratrice, l’ispettore Giulia Nanni dovranno far fronte a un omicidio dagli anomali connotati.

Apparentemente infatti Maddalena Zorbi, ultraottantenne, vecchia e ricca signora della Bologna bene – quella che conta economicamente e dispone di relazioni in alto loco – è stata aggredita, buttata a terra e pugnalata in casa sua, nel pomeriggio. Ma le scena del delitto è stata pesantemente inquinata da chi l’ha trovata. Senza considerare poi il fatto che la vecchia signora era afflitta dalla sindrome di accumulo compulsivo, tanto che il suo appartamento, al primo piano di un elegante palazzo del centro storico, trabocca di mobili, oggetti, mucchi di nastri, scatole, barattoli, riviste, eccetera, ecc. e chi più ne ha più ne metta (il tutto corredato da grande sporcizia). Poi, se non bastasse, i due figli della morta, che hanno rinvenuto il suo cadavere al ritorno dallo studio, entrambi notai, sembrano abbastanza strampalati. Tutti e due di mezz’età, la cinquantina passata, non sposati, hanno spiegato alla polizia di aver prima chiamato il parroco e, solo su sua raccomandazione telefonica, constatando che la vecchia signora non respirava più, si sono finalmente rivolti al 113. Sia la madre che i figli risultano dei cattolici sfegatati al limite del fanatismo. Per i due Zorbi ora infatti l’unica cosa che sembra contare è l’estrema unzione da dare alla mamma piuttosto che scoprire chi l’ha uccisa. Secondo la prima ipotesi investigativa, parrebbe trattarsi di un furto finito male, ma difficile raccapezzarsi nel disordinato caos che dilaga invadendo ogni stanza e solo la testimonianza dei figli, che fanno notare la scomparsa di due Patek Philippe da collezione da una vetrina scassinata, permette di attribuire il delitto a un possibile ladro. Ma i due fratelli hanno pasticciato parecchio là intorno, ripulendo persino il sangue vicino e sotto il corpo della madre e nella altre stanze di casa, cosa che complicherà abbastanza le indagini della polizia. Insomma qualcosa non quadra perfettamente, si tratta senz’altro di un omicidio, però i notai Zorbi godono di Santi in paradiso. I superiori di Degli Esposti premono: bisogna trattarli con i guanti e tentare di andare a fondo e subito.. Ma con come unica traccia sicura i due preziosissimi orologi, Claudio Degli Esposti per trovare qualcosa è costretto a indagare con precauzione. Con le poche indicazioni ottenute dai suoi informatori, dovrà prendere contatto con biechi sfruttatori che controllano uno dei più crudeli racket della prostituzione, muovendosi in una Bologna notturna collegata a locali malfamati tra cui uno in particolare: il Rose Night e i suoi due malavitosi proprietari. Ma le sue indagini hanno smosso le acque e attraverso altri colleghi scoprirà che la città è stata funestata da altri inimmaginabili eventi delittuosi che potrebbero essere legati all’omicidio della signora Zorbi. La strada è pericolosa e tutta in salita, le piste si accavallano pericolosamente, ma con l’aiuto di Giulia Nanni riuscirà a scoperchiare la pentola che cela troppi brutti segreti. Una scelta narrativa quella di Silvia Di Giacomo che si avvale del continuo cambio del punto di vista e spesso della narrazione in prima persona. Come per gli struggenti intermezzi in corsivo che a mio vedere forse sarebbero risultati più incisivi se i collegamenti temporali fossero stati in parallelo. Ciò nondimeno una trama che coinvolge portando in scena un bel carosello di eroi e antieroi. Storia di tante vite, di vite che si incrociano ma e soprattutto, un grido di denuncia per il barbaro sfruttamento di corpi femminili, per le tante donne abusate e rese schiave dalla paura. Donne coraggiose però che non arretrano davanti alla scelta di imboccare tutte le strade anche quella della vendetta per riscattarsi a ogni costo davanti al mondo.

Silvia Di Giacomo, classe ’74, vive e lavora a Bologna come gemmologa. Dopo aver frequentato i corsi di scrittura creativa di Gianluca Morozzi esordisce nel 2015 con un racconto per l’antologia “Cadute”, edita da Fernandel. A ottobre 2017 esce il suo primo romanzo “Lo stato di Dio”, pubblicato da Foschi Editore. Nel 2018 partecipa alle antologie “Tempo” e “Blu”, Clown Bianco Editore. A marzo 2019 pubblica il noir per ragazzi “L’amico virtuale”, edito da Lisciani Libri. A luglio 2019 partecipa all’antologia “Gli incantautori”, per D Editore. Insieme a Gianluca Morozzi è stata direttrice artistica dell’edizione 2018 del festival “Note di carta”.

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