“Una storia privata” di Carla Maria Russo (Piemme)

Risultato immagini per "Una storia privata" di Carla Maria RussoRecensione di Raffaella Tamba

Carla Maria Russo, premiata scrittrice per ragazzi approdata nel 2005 alla narrativa per adulti, in particolare ad ambientazione storica, ha dato con questo bellissimo romanzo un’impronta originale al tema dei legami familiari attraverso le generazioni, sottolineando la forza che la storia personale oltre a quella universale esercita sugli individui segnandone non solo la personalità, ma anche la coscienza. Ne scaturisce una riflessione sulla futilità di giudizi e principi perché la vita può spostare improvvisamente e radicalmente il confine tra il bene e il male.

I Morando e i Ronchi, due famiglie di Milano, diverse per estrazione sociale ma unite dall’amicizia profonda tra i figli, intrecciano i loro destini dalla prima metà del ‘900 fino al nuovo millennio. La Storia degli anni ’30-’40 fa da sfondo alle storie dei protagonisti senza prevaricarle. Le determina in parte ma sono le singole personalità a decidere i propri e altrui destini in un miscuglio di sentimenti e interessi economici. Ogni personaggio è forte, incisivo, generoso e disinteressato o egoista e calcolatore. Contrasti umani che riflettono quel contrasto politico che ha dominato prima e dopo la guerra.

Due generazioni, la cui storia viene narrata su due piani paralleli continuamente alternantisi: di Pietro Morando parla il narratore esterno ricostruendone l’infanzia e l’adolescenza negli anni ’30; di Emanuele Morando, suo figlio, parla lui stesso, oggi, dall’interno della propria storia tormentata.

L’autrice è molto brava a delineare la struttura originale della personalità di Pietro, cogliendone quegli aspetti che, ad un certo punto, un evento traumatico congelerà in una sorta di limbo di dolore e delusione, segnando per sempre la vita adulta sua e, indirettamente, di chi gli sarà vicino.

Finché è bambino, Pietro trova piacere nel frequentare la casa dei suoi vicini Ronchi che gli appaiono, e sono effettivamente, una famiglia profondamente unita. Ma, crescendo, comincia a percepire con sempre maggior frustrazione la differenza con la propria situazione familiare, nella quale i genitori, distanti per età e soprattutto per cultura, sono spesso in contrasto e ben lungi dal dare al figlio il calore del focolare domestico. Così, Pietro, già preda di una gelosia ancora non ben identificata, se da un lato mantiene il proprio affetto per i due amici, dall’altro, dopo aver frequentato a lungo la loro casa, se ne distacca all’improvviso per non dover avere sotto gli occhi in modo così evidente e struggente il differente clima familiare.

L’abbruttimento della situazione politico-sociale interviene fatalmente nella vita delle due famiglie. La madre di Pietro, dopo aver soffocato il proprio carattere per natura vivace, curioso, appassionato e aver ignorato i propri impulsi culturali e la propria intelligenza per assecondare le manie obsolete di un marito più anziano e retrogrado, comincia a vivere una seconda vita, clandestina, affiliata ad un gruppo comunista che cerca di opporsi all’ascesa del fascismo. Seguitala per caso, Pietro entra in quella cantina come in un tempio del quale sua madre è la dea: brillante e appassionata, coinvolge tutti con la sua eloquenza e, naturalmente, non può che affascinare lo stesso figlio che da quel giorno sente di amarla ancora di più perché all’affetto infantile ha affiancato un sentimento più maturo di stima ed orgoglio. Fino al fatidico giorno che sconvolgerà per sempre la sua vita in un solo istante, irreversibile nella sua fredda realtà come un martello giudiziario che lo condanna all’invalidità dell’anima. Dall’amore sconfinato per una madre adorata, all’odio totale riversato indifferentemente su tutti, “Verso chi l’aveva fatto soffrire in modo così atroce, prima di tutto, verso ciò che essi incarnavano, verso le idee che professavano, i valori che sbandieravano, salvo poi tradirli nei confronti della persona che avrebbe dovuto essere più sacra ai loro occhi. Li avrebbe combattuti con furore inestinguibile perché dietro di essi avevano nascosto il loro egoismo e le loro menzogne”.

Sull’altro versante, quello attuale degli anni 00, Emanuele, figlio di Pietro Morando, l’unico dei tre fratelli che non si sia mai interessato al colosso dell’impresa di costruzioni messa in piedi dal padre e portata avanti dai tre figli, l’unico ad aver scelto una strada propria a dispetto di un minor benessere economico, sbarcando a fatica il lunario con la sua professione di editor, l’unico ad essersi ed essere stato sempre tenuto all’oscuro di tutta la storia della famiglia, sta per subire, in modo diverso, per ragioni diverse, un evento altrettanto sconvolgente di quello che ha travolto il padre bambino. Emanuele sembra sentire la brezza del destino che aumenta sempre più di intensità fino a diventare un tornado. Quell’incontro sarà un punto e a capo irreversibile per la sua vita perché lo porterà in pochi giorni a scoperchiare un vaso di Pandora pieno di segreti nefasti: “il passato della mia famiglia, una montagna che mi schiacciava sotto il suo peso”: il vissuto dei genitori, dei nonni, degli zii e della famiglia Ronchi gli esplode in tutta la potenza del dolore, delle morti, delle invidie, dei ricatti, dei furti, delle bugie che lo hanno costituito. Un passato che è ancora vivo e fertile di passioni impetuose.

C’è qualcosa di speciale nella prosa di questa autrice il cui tratto scorre asciutto ed essenziale, per gran parte del romanzo; ma quando i protagonisti si trovano a vivere un momento di pathos particolarmente intenso, sembra quasi che la penna le sfugga di mano e si muova frenetica liberamente. La punteggiatura e le subordinate vengono travolte dal ritmo narrativo in un enfatico fraseggio che sembra non aver più fine. Colpisce la sua capacità di percepire e restituire al lettore l’incombere, il profilarsi e l’esplodere di un destino impietoso.

L’altro aspetto sul quale la Russo invita a riflettere, oltre alla forza del destino e all’immortalità del passato, è quel confine labilissimo tra bene e male, divisi da uno specchio sottile che può capovolgerne l’immagine: “La verità è pericolosa” cerca uno dei fratelli di mettere in guardia Emanuele “può procurare danni devastanti, innescare processi disastrosi, non tanto per i cialtroni come me che alla fine la sfangano sempre perché sono disposti a scendere a patti con la coscienza e farsi remunerare la propria ampiezza di vedute, quanto in quelli come te, rigorosi e propensi a pagare un prezzo elevatissimo alla loro integrità. Quelli come te, con la verità devono andarci cauti, bello mio, perché è dinamite, e soprattutto, quando la si ricerca, bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di cercarla per intero, tutta la verità, non solo i frammenti che a noi piacciono o sono utili al nostro scopo”. È un richiamo di coscienza molto esplicito: ma di una coscienza ragionata, non impulsiva. È un atteggiamento delicato che non va scambiato semplicisticamente per visione di comodo. Quello che il fratello sta dicendo ad Emanuele è che nella vita, a volte, si deve paradossalmente venire a patti con la propria coscienza individuale per rispettare una coscienza storica e sociale più vasta perché più capillare e inclusiva.

Una storia privata è una saga familiare a tutto tondo che ruota attorno non solo alle persone, ma anche alla casa avita che diventa oggetto da sfruttare per prevalere sui rivali o per far pagare antiche colpe. Ben più di un bene materiale, ben più di un mero luogo, è come una placenta vitale che alimenta l’esistenza di una famiglia. E appropriarsene indebitamente o distruggerla è come violentare le persone che vi hanno abitato.

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