GRANDANGOLO: “LA PALUDE DEI FUOCHI ERRANTI” di ERALDO BALDINI (RIZZOLI)

Risultati immagini per "LA PALUDE DEI FUOCHI ERRANTI" di ERALDO BALDINI (RIZZOLI)Recensione di Marco Valenti

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui il mio libraio di fiducia del tempo mi consigliò caldamente l’acquisto di “Mal’aria” di Eraldo Baldini. Era il 1998 e il libro campeggiava in bella vista nello scaffale delle novità. Diedi fiducia a quello che sarebbe restato il mio punto di riferimento letterario nelgi anni, nonostante il mio trasferimento nel Granducato di Toscana, e aquistai il volume. Non ho mai smesso di ringraziarlo, e, anche ora che le nostre strade si sono divise [per colpa forse più mia che sua] continuo a pensare di dovergli eterna gratitudine per avermi fatto scoprire quello che sarebbe diventato uno dei miei autori preferiti. È ovvio che con questa premessa risulta difficile parlare di obiettività nel momento in cui esalto la bellezza e la profondità di “La palude dei fuochi erranti”, ma ci provo lo stesso, sperando che crediate alla mia [reale] buona fede.

“Romagna, anno del Signore 1630. Tra le paludi e il monastero si nasconde il Male”.

Siamo come detto nel XVII secolo e la peste incombe minacciosa su tutto il nord. Il monastero di Lancimago è la frontiera lungo cui si muove il “cordone sanitario” che cerca di arginare la diffusione della pestilenza. Nel mezzo di una zona ricca di paludi non ancora bonficate, dove l’agricolutra è essenzialmente di sussistenza i monaci scoprono una fossa comune piena di cadaveri, ma la memoria storica dell’abbazia non riporta traccia alcuna della carneficina. Mentre si cerca di dare un perchè alla scoperta, grazie alla presenza in loco del Commissario Apostolico inviato per cercare di evitare il dilagare dell’epidemia, le notti vengono scosse da eventi inquietanti: lugubri latrati risuonano nelle notti rischiarate dai fuochi fatui che illuminano le paludi. Come da copione consolidato viene incolpata la persona socialmente “più scomoda”, ovvero la fattucchiera del paese. Segno che ieri come oggi l’uomo riesce sempre a mostrare il suo lato peggiore. La perfidia con cui addittamo sistematicamente il “diverso” marchiandolo come colpevole, è un male che affonda le sue radici nella storia stessa della nostra civiltà.

Oltre alla pestilenza infatti, a dilagare ed infettare, è anche la paura, che grazie alla superstizione [e alle malelingue] riesce a trovare terreno fertile nella popolazione locale. Anche qui possiamo trovare un parallelismo tutt’altro che azzardato. La macchina della paura continua ad essere lo strumento con cui veniamo narcotizzati ed ammaestrati in modo da poter rispondere come ci viene richiesto senza porci domande. Se allora la popolazione contadina non aveva le armi per potersi costruire una propria coscienza ed era facilmente incline alle fantasie e alle superstizioni oggi non abbiamo scuse per il perseverare delle [nostre] cattive abitudini. L’irrazionalità che dovrebbe fare parte del nostro passato [remoto] è invece purtroppo ancora vivissima. Non possiamo continuare a restare schiavi della paura dell’ignoto e a farci guidare da sentimenti negativi come quelli che ci facciamo inoculare dalla televisione, vera cattiva maestra dei nostri tempi.

Il romanzo parte da un episodio realmente accaduto [la peste che ha sconvolto l’italia nella prima metà del seicento] e prosegue con la logica romanzata che ci racconta la ricerca della verità da parte dell’apostolico Diotallevi [nome omen] che oltre a dover evitare il dilagare dell’epidemia si trova a doversi scontrare con i fantasmi del suo passato più che mai resi attuali dalla situazione che è chiamato a gestire. La nebbia che circonda tutto aiuta a nascondere le malefatte ed i segreti inconfessabili dei protagonisti lasciandoci solo intravedere quello che sono realmente. Ciò non basterà però a nascondere quei vecchi timori che pensavano erroneamente di riuscire a mantenere segreti e che pensavano morti e sepolti.

Per tutta la durata del romanzo si respira un’atmosfera inquietante, sospesa tra leggenda e realtà, che non può non richiamare i racconti passati di Baldini ma anche, allargando il giudizio, parte della cinematografia di Pupi Avati, altro grande interprete del “gotico rurale”. Ci permettiamo di dire, senza voler offendere o sminuire nessuno, che Baldini può tranquillamente essere riconosciuto come il maestro di questo genere sospeso tra mistero e folklore, tradizione e superstizione, che esplora il lato più oscuro della Romagna. “Gottico rurale” che proprio nell’immaginaria Lancimago, dove Baldini ha ambientato anche il suo “Quell’estate di sole e di luna” vede i confini tra il bene ed il male perdersi, lasciando emergere un mondo sospeso. Qui, dove Baldini racconta una terra in cui la pianura si estende a perdita d’occhio e le paludi nascondono storie misteriose, il folklore si trasforma in superstizione e crea il mito. Alla faccia della razionalità che noi tanto auspichiamo. Sono passati solo tre anni dall’ultimo romanzo di Baldini ma sembra di tornare ai suoi esordi e a quel “Mal’aria” di cui sopra, in cui le paludi non sono quelle del terreno, ma quelle interiori, che attanagliano i nostri sentimenti e il nostro ragionamento, lasciandolo in balìa dell’irrazionale.

“Però una cosa ve la dico: se ci sono ombre che vi perseguitano e vi intimoriscono non è perché siete sventurato, ma solo perché siete fragile, anche se cercate di dimostrare il contrario. Il lupo, sappiatelo, non attacca il cervo più grasso o più sfortunato, ma quello più debole.” Parole dette nel seicento ma che sembrano uscite dalle nostre bocche nel momento in cui commentiamo controvoglia gli eventi che quotidianamente vediamo catapultati in casa da nostra signora televisione. Siamo ancora nei peggiori secoli bui della nostra storia. Dobbiamo rendercene conto e farcene una ragione. Meritiamo il posto che occupiamo.

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Una risposta a GRANDANGOLO: “LA PALUDE DEI FUOCHI ERRANTI” di ERALDO BALDINI (RIZZOLI)

  1. patrizia debicke ha detto:

    ottima recensione

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