“Cuore a razzo farfalle nello stomaco” di Barry Jonsberg (Piemme)

Risultati immagini per "Cuore a razzo farfalle nello stomaco" di Barry Jonsberg (Piemme)Recensione di Raffaella Tamba

Mamma? Quando guardi papà ti di dilatano le pupille? Diventi rossa e senti farfalle nello stomaco?” – con questo romanzo dall’incipit che accende un flash abbagliante sulla scena del più tipico, ricorrente ma sempre individualmente nuovo problema degli adolescenti, il primo innamoramento – l’inglese Barry Jonsberg, trasferitosi dopo gli studi in Australia a Darwin, ha vinto nel 2019 l’Indie Book Award. Se la freschezza e simpatia di quell’incipit si manterrà per la gran parte del libro, conquistando il lettore con la schietta semplicità del racconto del protagonista, la parte finale del romanzo, una sorta di valanga emozionale, lo illuminerà sulle ragioni che hanno valso a Jonsberg quel premio.

Quando Rob, tredicenne narratore in prima persona, rivolge alla madre quella domanda a bruciapelo, lei non è altrettanto pronta nella risposta ed il suo primo impulso è quello di ripiegare sull’ironia “Non so se sono farfalle ma a volte in effetti lo stomaco mi si rivolta”. Poi, però, di fronte alla evidente attesa del figlio, si ferma e riflette prima di rispondere seriamente. Perché è trascorso del tempo da quando è capitato a lei e molte cose sono cambiate, ma vuole essere convincente per il figlio, precisa, sincera: “L’amore è più di questo. Ha a che fare con la fiducia, l’affetto, con il sapere cosa passa per la testa dell’altro senza che te lo dica. Ha a che fare con il condividere con qualcuno di speciale le faccende della vita di tutti giorni. Si lavano i piatti insieme, si pagano le bollette, si guarda la televisione, si ride. Ridere è fondamentale. L’amore non è scintillante, lo trovi nelle cose monotone”.

La risposta della madre sarà la prima pietra sulla quale Rob comincerà a costruire il muro della propria personalità. Timido, chiuso in sé, forse più maturo della sua età ma completamente privo di una minima dose di autostima, Rob è spesso vittima di attacchi di panico che lo bloccano nei momenti in cui, per piccole cose come un’interrogazione, una provocazione, una semplice sfida di routine, si trova a mettersi in gioco di fronte ad altri. È addirittura certificato per questa sua fragilità psicologica, con la quale ha finora saputo convivere grazie a pochi ma sicuri punti di riferimento. La madre, complice nella leggerezza, nelle risate, nelle confidenze, il padre più pacato, ma altrettanto rassicurante nelle sue abitudini radicate; il compagno di classe Andrew, l’amico migliore, l’unico amico, quello che lo conosce profondamente e completa per complementarietà il suo carattere; infine, il nonno paterno, Pop, diminutivo di Patrick, come lo chiama Rob affettuosamente. Un nonno solo che da anni vive in un monolocale di una residenza per anziani, da lui cinicamente definita “la sala d’attesa di Dio”.

Deve essere per forza una di quelle quattro persone il mittente sconosciuto che ha cominciato ad inviare a Rob dei messaggi sul telefonino: “Non temere la paura. Il suo unico scopo è farti comprendere il valore delle cose”. Perché solo quelle quattro persone hanno il suo numero di cellulare, solo loro lo conoscono nei punti di forza e nelle debolezze. Con delicatezza ma decisione, quei messaggi gli stillano una dopo l’altra delle sfide che Rob comprende subito avere lo scopo di fargli trovare fiducia in se stesso: “Avevo passato la maggior parte della vita a cercare di essere più piccolo che potevo, sgattaiolando inosservato per il mondo. Il mittente dei messaggi stava provando a farmi fare nuove esperienze, mi incoraggiava a mettermi al centro dell’attenzione per darmi prova del fatto che non avevo alcuna ragione di sentirmi a disagio”.

Così Rob prende una decisione: “Forse era ora di piantarla di nutrire la mia scarsa autostima. Forse era ora di essere me stesso e di non preoccuparmi più di quello che pensavano tutti gli altri”. Partendo dalla propria fragilità, dal proprio isolamento e puntellandosi sulle persone che sa che lo sorreggeranno sempre, comincia il suo percorso di costruzione della propria autocoscienza, che non è solamente l’accettarsi com’è, perché questo passo, per quanto pesante, lo ha già in gran parte fatto; è piuttosto il farsi accettare dal mondo, guardare dritto negli occhi l’altro con sicurezza e fiducia e soprattutto credere in ciò che può fare, credere nei propri talenti e dimostrarne il valore a tutti, oltre i confini della famiglia che lo ha protetto finora.

Sebbene sia i genitori che Andrew siano una presenza imprescindibile, fedelmente e sensibilmente accanto a lui nel momento e nel modo in cui ne ha bisogno, sarà il nonno Pop a giocare il ruolo fondamentale. Dopo la madre, era stata la volta del padre da interrogare sulla profondità del legame che unisce due persone che si amano. Ed anche lui non si era tirato indietro, porgendogli anzi un altro mattone per la costruzione di sé: “Non c’era nessuna orchestra che suonava, nessun raggio di sole che ci baciava, nessun cuoricino che spuntava, nessun…romanticismo. Non mi sono innamorato di lei a prima vista, e neanche lei ha avuto un colpo di fulmine per me. (…) Ero nel sindacato, in quel periodo. Scioperi per migliorare le condizioni di lavoro, discorsi ai membri, negoziazioni con i capi, preparazione dei comunicati stampa (…). E tua madre si innamorò di quell’entusiasmo (…): Credevi in qualcosa e lottavi per ottenerla, mi disse”.

Ma quando la fatidica domanda viene rivolta al nonno, proprio a colui che meno di tutti usava giri di parole, meno di tutti si nascondeva dietro le convenienze, i formalismi, il bon ton, meno di tutti aveva timore della verità, proprio lui si chiude. Cerca di lasciare il proprio passato chiuso fuori dal presente. Ma Rob, con la stessa franchezza e decisione con la quale il nonno sembrava divertirsi a scandalizzarlo di continuo, pretende finalmente da lui una risposta: “Non ti sto chiedendo dei tuoi segreti, ma dei miei. Ho una nonna che è una perfetta sconosciuta. Ho un nonno e non so molto di lui. Io sono tuo nipote e mi devi delle risposte, altrimenti…quando morirari tutto ciò che mi rimarrà sarà una croce per terra e una serie di punti di domanda nella mia testa”.

In quel momento, il romanzo si biforca: da una parte il registro umoristico intelligente e brillante continua a portare avanti l’azione nelle sfide che Rob è chiamato ad affrontare; dall’altro, in sordina, si profila un registro narrativo ben diverso, intimistico, profondo, drammatico. Nel rievocare la propria giovinezza in Vietnam, l’incontro con la nonna di Rob, il nonno diventa protagonista di tutta un’altra storia, una storia lontana quasi racchiusa in una bolla di oblìo forzato che inevitabilmente non può essere vero oblìo.

L’ultima parte del romanzo, è, come anticipato sopra, una valanga emozionale che si stacca dalla cima dei ricordi del nonno e rotola a valle, trascinando in un torrente di rimorsi, dolore, rimpianti, tutta la vita successiva per sé e per tutti i protagonisti.

Un romanzo che non a caso ha vinto l’Indie Book Award: con la leggiadria di un young adult, l’uso del linguaggio dei giovani, l’impudenza accennata senza eccessi, la trama delle sfide, l’accento sull’uso dello smartphone come strumento di comunicazione intima e formativa, l’autore ha preparato l’attenzione e la sensibilità dei lettori al messaggio forte che voleva trasmettere e che ha serbato per la parte finale.

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