“IL TERZO AMORE” di GIORGIO SCERBANENCO (LA NAVE DI TESEO)

Recensione di Marco Valenti

Scerbanenco non è stato solo il grande giallista che siamo abituati a conoscere e di cui tanto si parla a distanza di mezzo secolo dalla morte ogni qual volta ci si ritrova a disquisire di letteratura di genere e si finisce per identificarlo come il “padre del giallo moderno”. C’è infatti, uno Scerbanenco sconosciuto ai più, che stiamo conoscendo grazie a La Nave di Teseo, e alla sua iniziativa volta a (ri)scoprire gli inediti degli inizi. Dopo “Luna di miele” (di cui abbiamo già parlato qui su Libroguerriero) la retrospettiva che dal nero degli ultimi anni vira al rosa degli esordi, ci regala questo interessantissimo “Il terzo amore”, identificato dalla biografia ufficiale dello scrittore come il primo romanzo in assoluto della sua produzione.

Il romanzo nasce da un episodio che lo stesso Scerbanenco racconta nelle note a margine.

“Una sera di molti mesi fa ho seguito una donna. Ero solo e sconsolato. Avevo visto quasi tutti i film che si proiettavano sugli schermi ambrosiani, ero stato già in due caffè a annoiarmi, e passeggiavo in una via centrale di Milano, quando vidi quella donna. La seguii automaticamente. Era alta, bionda , il sole le aveva brunito il viso e le braccia. Camminava con passo agile e rapido. A quell’ora tarda, nel buio grigio delle strade milanesi, la sua figura aveva un senso di avventuroso e di proibito”.

Tutto si interrompe nel momento in cui ad attenderla ci sono un uomo anziano e un bambino che da subito si identifica come il figlio della donna. Scerbanenco cambia strada e torna mestamente a casa dove butta giù la prima stesura del romanzo.

Elena è una femme fatale tanto consapevole del proprio fascino quanto debole nel cedere alle attenzioni degli uomini che immancabilmente cercano di conquistarla con ogni mezzo. Gioca con la seduzione ben più di quanto possa inizialmente far pensare. Abbandonata dall’uomo con cui ha concepito il piccolo Giovanni, decide di passare sotto la rassicurante protezione che le offre il titolare della ditta in cui lavora come operaia, che oltre a provvedere alla sua sicurezza economica, la introduce nell’ambiente dello spettacolo. Non contenta della routinarietà delle sue giornate, finisce per cedere alle lusinghe di un giovane figlio di papà nullafacente, che le mostrerà il lato più naif della vita. Ma anche il patinato mondo mondano dello spettacolo pare darle ciò di cui ha bisogno. E puntualmente anche la storia con il rampollo dell’alta società finisce per naufragare. Il destino però ha in serbo per lei un “terzo amore”, un’inaspettata possibilità. E qui la bella Elena sarà chiamata alla scelta che può definitivamente indirizzare il proprio domani.

Un romanzo sentimentale. Il primo dei molti che scriverà, diversi sotto falso nome per sfuggire ai dettami della censura del regime mussoliniano. Il giallo ed il noir sono ancora piuttosto lontani. Presente però è il tocco indimenticabile, leggero, ma anche spietato nella sua cruda analisi della realtà. La sua capacità di leggere in anticipo i tempi e le dinamiche sociali sono sorprendenti, se non inarrivabili. Le parole di Scerbanenco non perdonano. La sua lucida e spietata analisi dell’ambiente operaio più povero degli anni a cavallo del secondo conflitto bellico non risparmia la bella Elena, tutt’altro che “innocente”. La sua consapevolezza, anzi la sua certezza di non avere un futuro minimamente roseo la spinge a scelte quanto meno discutibili se non addirittura prive di buon senso (etico). Scerbanenco non si sbilancia, non prende posizione in modo netto rispetto a ciò che Elena fa (e disfa) della sua vita. Preferisce indirizzare la propria critica verso il mondo dello spettacolo, che si rivela, a distanza di anni, assolutamente identico a quello attuale. Spietato nei confronti delle donne costrette a convivere con una serie infinita di ricatti sessuali da parte di tutti quei loschi figuri che bazzicano l’ambiente.

Nemmeno Milano però ne esce indenne. La città è descritta infatti come “una vecchia, terribile città, dove sembra che di debba soltanto lavorare, dove forse non arriva mai il giorno della pace, della serenità. E gli uomini lavorano, le donne lavorano e il denaro sparisce per un nuovo lavoro, all’infinito…” Milano non è ancora la metropoli che sarà. È un grosso agglomerato di grigi edifici dove la periferia pare non avere fine e perdersi all’orizzonte alla ricerca di un’identità ancora lungi dall’arrivare. Ci sono i caffè aperti fino a tardi dove giocatori professionisti tirano l’alba, ci sono i grandi palazzoni di periferia, cresciuti in mezzo al nulla e le case del centro, dove non esistono vasche o docce ma un solo gabinetto in comune sul pianerottolo.

Milano è la vera protagonista dei suoi romanzi, possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma la sostanza è questa. Sia che scriva rosa, giallo o nero, Scerbanenco non manca di dipingere la sua città d’adozione come un pittore innamorato della propria modella. E lo fa con l”onesta dei grandi. Di quelli che pur se consapevoli del proprio amore non risparmiano le critiche e descrivono le cose per quello che sono. Senza inganno e senza vergogna, come nelle migliori tradizioni realiste italiane.

Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...