“Ritmi di veglia” di Raffaella D’Elia (Exorma)

Recensione di Martino Ciano

Avvolti in una nube, lontani dal tempo, come se il nostro attraversare le ore, i giorni, i mesi e gli anni fosse solo un camminar-recitando durante cui mai sveliamo ciò che siamo.

Il romanzo della scrittrice romana Raffaella D’Elia è un viaggio crudo nella solitudine quotidiana in cui ogni elemento che abita all’esterno del proprio io è sbiadito, in attesa di una ricollocazione nella coscienza. La protagonista del racconto, Ida, ama la danza così come adora la misantropia. Una solitudine che non è legittima difesa, ma una propensione dietro cui si nasconde un atteggiamento ieratico.

Proprio ballando, esercitandosi, sottomettendosi alle regole del movimento armonioso, delicato e soave, Ida si allontana dal mondo e dagli altri. La solitudine è sicuramente uno status difficile da accettare, soprattutto in un’epoca in cui siamo sempre connessi e nella quale ci accapigliamo per apparire e per non dissolverci nell’oblio. Ida è quindi anarchica nelle sue scelte; è lei e solo lei, senza vergogna, e per quanto tutto questo possa apparire distruttivo, addirittura narcisistico, tale approccio alla vita nasconde l’intima necessità di coincidere totalmente con la propria essenza.

Sprofondare in sé stessi vuol dire gioire e soffrire, quindi, richiede una buona dose di coraggio. Non è per tutti, non è di questa epoca. Ida sfugge alla spettacolarizzazione, all’alienazione della felicità consumistica, alla ricerca di un’immagine da mostrare al di fuori, favorendo invece l’introspezione. Nel suo viaggio estatico, inteso come dolorosa abluzione, Ida non ha che sé stessa e il timore di non ritrovarsi mai.

Raffaella D’Elia ha scritto un romanzo breve ma complesso caratterizzato da uno stile libero, anarchico e fuori dai consueti canoni narrativi. È un insieme di sensazioni, di transfert che attirano il lettore nel vortice. È un libro da leggere piano, proprio perché non invita a correre ma a danzare tra ansie, ricordi e sogni.

 

 

 

 

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