“La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre”, a cura di Anna Squattrito, (I Buoni Cugini Editori)

Risultati immagini per Nel Bene e Nel Male, edito da I Buoni Cugini EditoriRecensione di Nuela Celli

«Cosa?»

«Ecco cos’è questo odore dolciastro: è l’odore della carne bruciata. Perché prima si va alla camera a gas e poi nei forni! Ecco perché la neve è grigia: è coperta dalla cenere!»

Non ci volevamo credere.

Non era possibile per una mente normale accettare di essere arrivate in un posto in cui le persone, per la colpa d’esser nate, venivano gasate e bruciate.

Pensavamo che fossero pazze.

Pensavamo che fossero delle persone che erano ricoverate lì.

Che non era possibile.

Quelle ragazze sapevano poco, perché erano lì solo da 15 giorni.

Ma furono importanti, ci dissero:

«Imparate subito il tedesco, soprattutto il vostro numero, perché il vostro numero è il vostro nome, vi serve per tutto, per la zuppa, per l’appello, per rispondere… Perché molti sono morti per non aver capito la lingua degli assassini… Non guardateli mai in faccia, perché è proibito, obbedire ciecamente, fare finta di non esserci, mangiare qualunque cosa vi venga data perché qui nel giro di sei mesi moriamo di fame! I nostri aguzzini dicono che da qui si esce solo per il camino!»

“La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte dalle sue testimonianze”, a cura di Anna Squattrito, (I Buoni Cugini Editori), è una raccolta delle esperienze della Senatrice Liliana Segre dal momento in cui vengono emesse le leggi razziali del 5 settembre 1938 alla deportazione, alla vita nel campo, alla marcia della morte, alla vita nei successivi campi, fino alla liberazione, esperienze raccolte ascoltando gli incontri della protagonista con gli studenti di diverse scuole italiane, partendo da quello tenuto a Lugano il 03 dicembre 2018.

Viene definito dagli editori: “Una preziosa testimonianza che dà un grande insegnamento ai giovani sul valore della vita, sulla ‘scelta della vita’ e sulla fiducia in se stessi.”

Si è scritto molto, davvero tanto sulla Shoah, si è ragionato e discusso infinitamente. L’hanno indagata sociologi, psicologi, antropologi e filosofi, ma più se ne parla, più la soluzione finale sembra sfocarsi e diventare altro da quello che è stata realmente. Per questo motivo, spesso, soltanto le testimonianze sembrano avere al capacità di descriverla, di farcela immaginare.

E la testimonianza di Liliana Segre, quando parla di Auschwitz e della sua deportazione, con poche e semplici parole, riesce a rendere in modo vivido ed esatto l’indicibile. Leggendola, si ha l’impressione di accompagnarla in questo inenarrabile viaggio nel baratro del male.

Siamo nel gennaio del 1944. Dopo sei giorni di viaggio in un vagone senza cibo, acqua e luce, le viene strappato il padre (nella foto sotto, con lei) per sempre. Ha 13 anni, appena scesa dal treno gli aguzzini decidono di non gasarla e bruciarla soltanto perché è alta, sembra più grande della sua età, ed è tra il centinaio di uomini e donne scelte come forza lavoro; solo loro si salveranno, per quel giorno, dei 605 ebrei milanesi arrivati dall’Italia nel campo di concentramento, gli altri vengono mandati immediatamente ai forni, centinaia di innocui borghesi spauriti, d’un tratto declassati a carne da macello dalle leggi razziali.

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La famiglia Segre si sarebbe potuta sottrarre all’orrore, ma il padre ha temporeggiato troppo, ha cercato, nello Stato in cui crede e al quale appartiene, una soluzione burocratica umanamente accettabile. Naturalmente senza risultato. Tra le famiglie ebree si diceva: “I pessimisti finirono a New York e gli ottimisti finirono ad Auschwitz”.

L’indecisione dell’uomo, che voleva salvare sia gli anziani genitori, che non potevano muoversi e quindi espatriare, sia la figlia adorata, gli fu fatale. Un bellissimo perdente – di cui Liliana si deve fare madre e sorella a un tratto, sotto le torture e durante la deportazione in treno, dopo la quale sparirà per sempre, tra i tanti che hanno trovato una fine orribile nei lager tedeschi. Uno splendido perdente che non ha saputo sottrarsi alla sorte nefasta, per indecisione, per mancanza di realismo, per troppa fiducia.

«È importante stringersi ai propri genitori, perché non sono sempre fortissimi, non sono sempre vincenti. I genitori possono essere deboli, possono avere bisogno del nostro aiuto, possono essere dei perdenti così come era il mio meraviglioso padre. Lui nel mio ricordo è struggente come un figlio perduto, ora che sono vecchia.»

Prima di questo viaggio nell’inferno, la bambina che era allora ricorderà netta la differenza tra il comportamento dei detenuti di San Vittore, che vedendo il carico umano pronto a partire, dal carcere italiano verso Auschwitz, urlavano dalle finestre benedizioni e incoraggiamenti, buttando sul fiume di sfortunati il povero cibo che avevano in cella o altri mezzi di conforto, e la totale indifferenza dei milanesi, quelli perbene e liberi, che li vedevano sfilare nelle camionette tra le vie di una città che guardava i propri concittadini mandati al macello senza battere ciglio, dopo aver appoggiato il fascismo con fervore ed esaltazione. L’orrore nasce anche da lì, dalla civile indifferenza, e Liliana Segre lo ribadisce attanagliata dal dolore dei ricordi, lo urla indignata nei suoi racconti e tutti, proprio tutti, dovrebbero tenerlo a mente.

Arrivata bambina, avrebbe compiuto il quattordicesimo anno nel lager polacco. Un lungo viaggio nell’inferno.

Ma affianchiamola nei ricordi. I detenuti, ad Auschwitz, si dividevano in due categorie, due opposti con delle variazioni nel mezzo, i muslime, termine che non c’entrava nulla con la religione, ovvero quelli che non reagivano più, che non si chiudevano neanche la giacchetta di cotone rigenerato nonostante il freddo e che, a volte, si buttavano sul triplo filo spinato, elettrificato, per suicidarsi, e all’opposto i kapò, quelli che pur di sopravvivere diventavano più cattivi degli aguzzini e che aiutavano l’efficiente meccanismo di morte con doppia ferocia.

Liliana Segre, da bambina spaurita, affronta così l’inferno:

«Io appartenevo alla categoria delle persone vigliacche, paurose, che non accettavano più distacchi, che non volevano amare più e che non volevano essere amate, che rifiutavano quello che avevano intorno a loro, che rifiutavano quella realtà di cui facevano parte, per cui io… non mi voltavo a vedere le compagne in punizione, non mi voltavo a vedere i mucchi di cadaveri scheletriti, nudi, pronti per essere bruciati, non guardavo la fiamma del crematorio, non guardavo in faccia le guardie. Non volevo essere lì, avevo grandi difficoltà a trovare punti di riferimento nel campo perché io… mi guardavo i piedi. Guardavo quel piccolo spazio che occupavo e non volevo essere lì. Mi ero identificata in una stellina. E dicevo: “Io sono quella stellina, e finché la stellina brillerà io sarò viva.”»

Si salva da una morte certa perché non viene mandata a lavorare all’aperto, per caricare pietre su dei camion che altre detenute scaricheranno, o per scavare buche che un altro gruppo coprirà, lavori sadici per sfinire e uccidere le prigioniere, no, lei avrà la fortuna di lavorare in una fabbrica, al chiuso, producendo munizioni per i tedeschi. Ogni giorno, insieme ad altre settecento prigioniere, di tutte le nazionalità, deve marciare cantando ad alta voce, pena calci, pugni e bastonate, sotto la neve, nel turno di notte o di giorno, pelle e ossa su zoccoli fuori misura, senza potersi scrollare la neve che sotto il legno si appallottola, in una marcia di ‘settecento scheletri ballonzolanti’.

Le donne ebree, come ci racconta, nel lager venivano rasate, spogliate nude, dileggiate per i difetti fisici, bastonate e tanto altro, ma non violentate, quello no, perché gli ariani non potevano contaminarsi con una razza così spregevole. E anche quando le giovani operaie scheletrite si recavano in fabbrica, lungo il tragitto i giovani ariani che le incrociavano, pasciuti, biondi, su scattanti biciclette, le degnavano di nota, in strada, soltanto per sputare loro addosso o per rivolgere loro delle parolacce in tedesco che tutte impararono a memoria a forza di sentirle urlare.

«Io li odiai. Era odio puro. Li odiavo con tutte le forze e sognavo di vendicarmi su di loro. L’odio e la vendetta mi tenevano quasi in vita nella mia debolezza assoluta. Beh, è stato importantissimo. Circa ventidue, ventitré anni fa, quando non ero una testimone della Shoah, perché ho taciuto per quarantacinque anni prima di arrivare a elaborare questi ricordi e riuscire a mettermi qui, davanti a voi, senza gridare, senza piangere, senza interrompermi, quando sono diventata nonna e ho capito improvvisamente che ero matura per mettermi in pace davanti ai giovani a parlare di vita e non di morte, a parlare di amore e non di odio, ricordandomi di quei ragazzi della Hitler Yugen improvvisamente ne ho avuto pena, una pietà, perché erano dei poveretti, imbevuti di teorie pazzesche, di teorie razziali che si sono rivelate un fallimento, di teorie naziste, di odio, di supremazia sugli altri, di violenza sugli altri, ed ero molto più felice e più fortunata io ad essere stata vittima, figlia di vittima, che ad essere carnefice o figlia di carnefice.»

Nel lager, per sopravvivere, bisognava abbassare la testa e cercare disperatamente di rimanere in salute. Un anti eroismo che permetteva di arrivare al giorno successivo. Ma alcune detenute non erano nate per abbassare la testa. Liliana Segre, tra i tanti, ci ricorda un episodio: due ragazze, nella fabbrica dove lavorava, si distinsero per eroismo. Rubarono della polvere da sparo per far saltare in aria il forno crematorio. Scoperte, furono impiccate molto lentamente davanti a tutte le loro compagne. La Segre, a tredici anni, non si distinse per episodi di questo tipo, annichilita dalla paura ascoltò soltanto la sua voglia di sopravvivere e sopportò ogni sopruso e ogni violenza con immenso stoicismo. Un giorno, per esempio, fu additata all’improvviso, durante il lavoro, poiché aveva i pidocchi. Prelevata, fu portata alla Sauna, rapata, spogliata del tutto e disinfettata, e fatta rimanere senza vestiti per un intero giorno, in inverno, con il passaggio dei soldati che la deridevano nel vederla nuda ‘come una rana in inverno’, scriveva Primo Levi.

In fabbrica svolgeva il lavoro di inserviente, portava cioè carichi pesantissimi di polvere da sparo agli operai, lavoro che le ha rovinato la schiena a vita. Per un periodo lo fu di un professore di storia. Nella totale solitudine della prigionia, per due mesi, poche frasi aprirono uno spiraglio di umanità. Lui le ricordava il padre e lei sua figlia. Poche domande e risposte smozzicate quando il carico veniva consegnato, per non rischiare di essere mandati a morte o massacrati: “Ricordi Carlo Magno, cosa fece? E cos’altro hai studiato?».

Brevi scambi per ricordare un’umanità perduta.

La fame, durante la prigionia, fu un altro atroce strumento di tortura:

«Noi parlavamo solo di ricette di cucina. Avevamo inventato una torta immensa, come quella che si vede nei cartoni animati di Tom e Jerry, con la glassa rosa, da mettere sul piazzale del lager lì dove invece c’erano le forche, dove avevano impiccato le due ragazze eroiche, e tutte le prigioniere avrebbero potuto mangiare una fetta di quella torta con la panna, col cioccolato, coi canditi.»

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Poi c’era la notte, in cui si dormiva soltanto per sfinimento, nello sporco, tra i pidocchi, vestite per non rischiare di vedersi rubati gli zoccoli e gli abiti sudici, e per non morire di freddo. Notti in cui si mettevano le dita nelle orecchie per non sentire le urla di coloro che, condannati alle camere a gas e ai forni, si chiamavano disperati, come quando, in occasione della deportazione dall’Ungheria, 400.000 persone furono gasate in pochi giorni, e le mamme chiamavano i bambini, e i mariti le mogli.

«Ma i personaggi peggiori erano delle donne, fidanzate, amanti, mogli delle guardie. Erano le Aufseherin, le sorveglianti.

Erano delle SS.

Lo stupore per il male altrui mi ha sempre accompagnata insieme alla solitudine, alla paura, al freddo…»

Per tre volte Lilian Segre, e ripeto volutamente nome e cognome di colei che ci racconta tutto ciò, perché questi le furono privati tramite un numero tatuato sul braccio, così come la dignità di essere umano, e perché oggi, incredibilmente, vengono accostati a un personaggio pubblico che alcuni si sentono di giudicare e dileggiare nonostante non ne conoscano bene, o affatto, la storia, per ben tre volte dicevo, passò la ‘selezione’. Nude come vermi, con il fagottino delle proprie vesti, le prigioniere venivano periodicamente fatte passare davanti a una commissione, presieduta da un dottore (nel caso specifico era il famigerato Mengele), davanti a tutti, e un sì o un no ne decideva l’abilità al lavoro oppure la condanna alla camera a gas, immediata. Con la freddezza di una pratica burocratica, si sapeva se si moriva o se si sarebbe visto il sole sorgere ancora una volta. Questo accadeva quando le morti per malattia erano poche e il campo diventava troppo affollato.

Erano tre i modi in cui le prigioniere si presentavano davanti a quel tribunale: da spavalde, da briucce, cioè da impaurite, in ginocchio, pregando disperate, oppure con indifferenza, un’indifferenza simulata in quegli attimi di terrore puro, in cui ci si giocava tutto: la morte o la sopravvivenza.

E quando arrivava il sì, ci racconta Liliana Segre, era un’esplosione di gioia, un momento fantastico: per tutte e tre le volte lei aveva esultato, scheletrita, senza parte dei denti, senza più seno e mestruazioni, con i pidocchi e ascessi sparsi sul corpo sudicio: Voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere! Si ripeteva.

Tutto ciò avveniva nel silenzio della Chiesa, nell’inazione della Croce Rossa, nell’immobilismo degli alleati che si guardarono bene dal bombardare le ferrovie dove viaggiavano i carichi di morte, poiché utili per il dopoguerra. Milioni di persone abbandonate all’inferno, senza il senso del tempo, senza calendario, senza orologi.

Tutto questo fino al 1945, quando ci fu la prova estrema. Nel campo tutti intuirono che qualcosa era cambiato, che qualcosa si stava rovesciando. Ed era vero. Arrivavano i russi. Fu a quel punto che i prigionieri, già al limite fisico, furono costretti all’ennesima strazio, la marcia della morte: settecento chilometri a piedi e 56.000 fagotti di pelle e ossa a percorrerla, dopo che camere a gas e forni furono fatti saltare per nascondere le prove dello sterminio di massa. Una marcia oltre i limiti umani, attraverso le strade innevate, prima quelle polacche e poi quelle tedesche, in cui cadere avrebbe significato morire, in cui non ci si poteva appoggiare a nessuno e non si poteva sostenere nessuno, se non se stessi.

Una gamba davanti all’altra, una gamba davanti all’altra, voglio vivere, voglio vivere, cammina, cammina… Questo il mantra che l’attuale senatrice a vita si ripeteva per riuscire a sopravvivere. E dopo chilometri e chilometri, la marcia della morte si trasformò nella marcia per la Vita. Un’avanzata tra distese di neve, paesini e case di campagna, che rimanevano sempre sbarrate, dove nessuno si sporgeva dalle finestre per lanciare una sciarpa, un tozzo di pane, qualsiasi genere di conforto a quegli sfortunati ridotti a presenze fantasmatiche, come invece avevano fatto i detenuti di San Vittore.

Ancora, disumana, regnava la civile indifferenza.

Eppure, prepotente, la volontà di vivere faceva procedere quelle presenze piagate e rinsecchite in una marcia disperata, alla cui fine, se ce l’avessero fatta, c’era la liberazione.

«Eravamo fortissimi!

Nella nostra debolezza eravamo di una forza straordinaria, e io cerco sempre di trasmettere questa forza a voi giovani, miei nipoti ideali. Non dite che siete stanchi, non è vero. Siamo fortissimi! Ce la fate, ce la facciamo, se vogliamo. Possiamo fare tantissimo con le nostre forze.»

Arrivarono le tappe nei vari campi di concentramento: Ravensbruck, dove Liliana Segre, pur non volendo, seppe che i nonni paterni erano stati deportati, quindi Yugen Lager e alla fine Malshov, senza mutande, senza fazzoletti, senza acqua e giacigli, trattati meno di bestie.

Arrivò anche la primavera, un miracolo oltre il cancello del lager, e dei ragazzi francesi, prigionieri da anni, ma in quelli che erano campi di lavoro e non di sterminio, chiesero a questo gruppo di prigioniere informi: “Ma chi siete? Chi siete? Uomini, donne, vecchi?”

Furono i primi a mostrare pietà. Un gesto dimenticato: i primi ad esclamare sconvolti, dopo aver saputo che erano delle donne: “Poverine!”

Dopo mesi di torture di ogni genere, le prigioniere erano così abituate a soffrire che la gioia divenne quasi dolorosa, perché si intuiva che la conclusione del calvario era a portata di mano.

E alla fine, infatti, il cancello si aprì, ormai americani e russi erano arrivati e gli aguzzini le liberarono, prendendole a nerbate anche per farle uscire, feroci fino all’ultimo minuto. Ridotte ad ‘amebe’, questi stuck, scheletri sudici e pieni di piaghe, andarono subito verso i prati per strappare l’erba e succhiarla. Alcune morirono proprio in quei giorni, tragedia nella tragedia, a un passo dalla salvezza. E le guardie, fino ad allora aguzzini demoniaci, aperti i cancelli si spogliarono improvvisamente delle loro divise, rimisero gli abiti borghesi, alcuni cercando di scacciare i cani che fino ad allora li avevano affiancati e che, non capendo, tornavano tra le loro gambe, disorientati.

Ed è a questo punto che Liliana Segre ci racconta un momento topico, scolpito nella memoria e nell’animo. Il comandante del campo, una SS macchiatosi dei peggiori crimini, scappò proprio accanto a lei e, mentre in mutande si liberava della divisa, buttò davanti ai sui piedi la sua pistola.

«Io mi ero nutrita di odio e di vendetta. Avevo perso tutto, ero stata testimone di violenze inaudite, dell’odio e del male assoluto, e avevo sognato di vendicarmi. Quando vidi la pistola di questo personaggio, che lui aveva buttato ai miei piedi pensai:

Beh io sono qui, piglio la pistola e lo uccido.” Mi sembrava proprio il finale giusto di quella violenza inaudita che avevo visto intorno a me. Ed era una tentazione enorme. Una tentazione fortissima. La più forte che ho avuto nella mia vita.

È durata un istante. Quegli istanti che durano una vita, e in cui ho capito che io non ero come il mio assassino, io avevo sempre scelto la vita e per nessun motivo avrei potuto uccidere qualcuno. [ … ] Non ho raccolto la sua pistola, per fortuna, e da quel momento sono stata quella donna libera e quella donna di pace che sono ancora.»

In appendice al libro, giusto per non dimenticare, segue la Dichiarazione sulla razza votata dal Gran Consiglio del Fascismo, il 6 ottobre 1938, e il Regio Decreto – Legge 17 novembre 1938, in cui Vittorio Emanuele III, sulla proposta del Duce, decreta diversi provvedimenti, di cui riportiamo un articolo, tra i tanti:

Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito. Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo.’

A seguire, tutti i puntigliosi provvedimenti con i quali i cittadini ebrei, italiani da generazioni e generazioni, vengono privati dei più elementari diritti civili dai loro stessi connazionali.

Leggere questo libro è un viaggio nell’essenza più cruda dell’animo umano, quello che rimane quando tutto viene spazzato via, quando si rimane pelle, ossa e dolori, e si tocca la propria fragilità in equilibrio estremo con l’amore per la vita.

Ogni ragazzo dovrebbe conoscere questa storia, ogni adolescente, ogni adulto che partecipando alla vita pubblica può decidere se simili orrori si ripeteranno o no, ogni persona che voglia essere consapevole del passato storico da cui veniamo e del futuro che è nostro dovere costruire.

Chiudo con le parole di Liliana Segre, che inizia quasi sempre gli incontri con i giovani con questo monito alla memoria:

«Ritengo un mio grande dovere dare voce, dare luce a quasi sei milioni di esseri umani che sono stati sterminati, non perché avessero fatto qualcosa ma per la colpa di esser nati. [ … ] In realtà nessuno di noi sopravvissuti ha nel proprio vocabolario, anche se ricchissimo… compresi i filosofi, gli insegnanti che hanno potuto portare le loro testimonianze, neppure loro hanno potuto trovare le parole per dirlo, perché è indicibile.

Ma quasi tutti sceglievamo la vita.

Anche in quelle condizioni. In quelle condizioni di fame, di diventare scheletri, di non avere più le mestruazioni, di aver perso tutte le famiglie, di vedere il crematorio, di vedere le ciminiere, di sapere tutto l’orrore che abbiamo capito essere quel posto… Tutti sceglievamo la vita.

La maggior parte degli italiani erano fascisti, perché il consenso in quegli anni era assolutamente generale. Le piazze erano piene quando parlava Mussolini; molto pochi, pochissimi, furono coloro che si dichiararono antifascisti.

Io invito sempre i ragazzi a non essere indifferenti. L’indifferenza è peggiore delle violenza. È come una nuvola grigia, che ti stringe, e non sai più qual è il tuo nemico, in fondo non è il tuo nemico, non fa nulla… Ma è terribile non fare nulla e girare la faccia dall’altra parte.»

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  1. patrizia debicke ha detto:

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