“L’abbraccio della sirena” di Rossana Girotto (Edizioni Il Vento Antico)

Risultati immagini per "L’abbraccio della sirena" di Rossana GirottoRecensione di Raffaella Tamba

Il volume raccoglie alcuni racconti di Rossana Girotto, giornalista e scrittrice di Sesto Calende, già vincitrice nel 2014 del Premio Giallo Stresa, offre una produzione letteraria molto particolare, per l’ispirazione alle atmosfere del Lago Maggiore, soprattutto da quelle più oscure e inquietanti. Il lago costituisce lo sfondo scenico sul quale i racconti vengono rappresentati come drammi umani, nell’amara evidenza di un antico e latente conflitto interiore fra vita e morte, fra l’io e l’altro, l’egoistica urgenza delle proprie paure e la minaccia che l’altro, colpevole o innocente a sua volta può rappresentare.

I protagonisti dei racconti di Rossana sono uomini e donne nei quali il bene e il male si agitano frenetici sul fondale della personalità, lasciando intaccata la superficie, come nel lago, in cui difficilmente, a differenza del mare, le acque appaiono agitate e turbinose anche quando, nel profondo, sono percorse da correnti violente. Il lago, nello scintillìo delle sue acque sulle quali il sole “proietta luci e ombre liquide” è “un’illusione, un inganno”, perché in realtà il suo colore non è altro che il riflesso del cielo, così come gli uomini spesso riflettono qualcosa di esteriore, tenendo ben celata la vera personalità: “Incredibile, ciò che si riesce a nascondere a se stessi (…) Non siamo che ombre di noi stessi. La finzione, come erbaccia in un giardino, ci soffoca”. Su questo aspetto sono incentrati, ad esempio, Sepolcri imbiancati, Dimenticare Ranco e Negatité, sconcertanti capovolgimenti di attese, schiaffi alla fiducia, spietate ipocrisie.

Ma se il lago è metafora della simulazione malevola, è anche recettore di sensazioni tranquillizzanti. Le rive, i pittoreschi paesi limitrofi, le isole, sono “un luogo dell’anima”, integrano l’ecosistema lacustre, richiamando alcuni dei protagonisti con la forza evocativa di una dimensione remota e pura, di disincanto e distacco dalla realtà.

I primi tre racconti sono collegati da una richiamata successione cronologica e dagli stessi protagonisti: narrati in prima persona dal giornalista e aspirante scrittore, Loris Paolini, che si ritrova coinvolto in una morta misteriosa, sempre di una persona conosciuta, quando non addirittura un amico, presentano al suo fianco l’amico Fulvio Bellani, a sua volta scrittore di gialli, l’anima-detective, intuitivo, razionale, scenografico. È lui a risolvere i casi, ricostruendo movente e fatti da piccoli dettagli, nello schema del giallo classico. Ma il ruolo svolto da Fulvio nella ricostruzione degli accadimenti, con il monologo sotto i riflettori alla Tenente Colombo o Jessica Flatcher che, forti dell’acume che li ha condotti alla verità, dominano la scena finale, in questi racconti ha una funzione più sottile e profonda: rivelare quel “meccanismo psicologico che prima o poi si infiltra nelle menti criminali. Ar5riivano a pensare di essere più furbi, più intelligenti. Si convincono di essere intoccabili. Hanno la presunzione di essere impunibili. Così finiscono per far intravvedere il proprio lato oscuro anche agli amici, a coloro che quotidianamente avvallano la loro immagine perfetta”.

Negli altri quattro racconti i protagonisti cambiano ma i tipi umani rappresentati sono gli stessi: coinvolti come vittime o colpevoli, sono sempre persone sole, simulatamente forti ma sotto sotto esposti al ricatto, alla vendetta, a cieca gelosia. Spesso, è proprio dalla bellezza o a causa della bellezza, che si arriva al delitto. Come se oltre certi limiti fosse intollerabile. E andasse fermata. Così nel primo racconto, Una brutta storia piena di bellezza, nell’ultimo, profondo ed etereo, La sirena, ma anche nello spietato Immacolata concezione.

Gli interessi dell’autrice emergono nelle passioni dei protagonisti, la scrittura, la sceneggiatura, il teatro, luoghi dove si inventa, si recita, si finge. Luoghi simbolo di un diffuso modo di rapportarsi interpersonale: “Il teatro è un microcosmo. Un ecosistema. O, se vogliamo essere banali, una grande famiglia. E come in ogni famiglia ci sono equilibri precari, fragilità endemiche, e anime d’ogni peso e misura, pronte a spezzarsi, a crollare, o a prevaricare sulle altre a ogni minimo alitar di vento. Lo specchio della vita”. Questa visione del teatro (nel racconto Il lago non cambia), metafora della vita, racchiude il nucleo dell’omicidio, la ragione dell’esondazione di sentimenti oltre quei precari equilibri.

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