“Tracce dal silenzio” di Lorenza Ghinelli (Marsilio)

Risultati immagini per "Tracce dal silenzio" di Lorenza Ghinelli (Marsilio)Recensione di Raffaella Tamba

Un consiglio in apertura di recensione: prendersi qualche ora di libertà da dedicare a sè e a questa strepitosa autrice riminese, Lorenza Ghinelli, editor e sceneggiatrice che con questo libro ci regala una lettura impossibile da interrompere. In una bella edizione della collana Lucciole della Marsilio, un romanzo dal pathos struggente per il coinvolgimento della delicata emotività dei bambini.

Due bambine distanti due generazioni si cercano per colmare voragini rimbombanti di dolore che non sanno esprimere a nessun altro. La piccola Nina, di dieci anni, sorda a causa di un incidente stradale, alterna il vuoto del silenzio assoluto all’interazione bionica che un’innovativa struttura auricolare le permette di sostenere con gli altri. La sua sensibilità e l’amore fortissimo dei genitori e del fratello Alfredo, capaci di circondarla di allegria, l’aiutano a reagire a quell’evento che ha tagliato le vite di tutti e quattro, facendole sanguinare per settimane, per poi, a mano a mano che emergevano prospettive di recupero per Nina, cominciare a suppurare e, molto lentamente cicatrizzarsi.

Ma le cicatrici sono tali proprio perché lasciano a lungo, a volte per sempre, il segno della ferita. A monito del fatto che c’è stata ed ha cambiato irreversibilmente le cose. Nello stesso tempo, quelle vite ferite devono andare avanti nella quotidinità a sua volta portatrice di problematiche personali. Alfredo, invece, deve fare i conti con lo sbocciare di un primo serio sentimento per la compagna araba Nur, arrivata in fuga dall’Afghanistan, insieme all’amica Rasha. Sara, la madre, sta cercando di chiudere una relazione con l’otochirurgo Ascanio che ha seguito Nina nella riabilitazione psico-emotiva post-operatoria, nella quale si era trovata invischiata nel periodo più buio della sua vita. E Marco, il padre, sta combattendo la sua battaglia silenziosa e sanguinante con i rimorsi per essere stato la causa involontaria dell’incidente. Una famiglia crepata ma con la forza di mantenere incollati i frammenti nella speranza che il tempo ne avrebbe nascosto i segni.

Immagine correlataIn questo delicato equilibrio emozionale, s’inserisce la nuova vicina di casa, l’ambigua figura di Rebecca, che si presenta generando in tutti un inspiegabile senso di disagio. Tranne che in Nina: “La vecchia e la bambina si guardarono negli occhi per un istante che sembrò interminabile. A Nina sembrò di rivedere la nonna e alla vecchia qualcuno di molto amato e perduto”. Ma se Nina sente in Rebecca la fragilità, l’antico, la tradizione, l’infanzia, Alfredo percepisce invece il mistero, l’inganno, la paura, l’inaffidabilità. Una dicotomia che sfregia questo personaggio per tutto il libro. Flashback sul suo passato rivelano la tragedia della guerra che le ha portato via la sorella traumatizzandone l’infanzia e tutta la vita. L’autrice alterna alle pagine attuali, la descrizione di quel passato: gli ultimi giorni del ’45, la fame, il terrore, la vita nascosta dai fascisti e dai tedeschi, l’inutile tentativo di sfuggire ad una cattiveria che perseguitava i più deboli, l’avventata decisione della sorella Maria Sole di andare a cercare del cibo, il suo non ritorno, lo choc mai più superato di ritrovarne il corpo violato e straziato insieme a Francesco, il fidanzato di lei. Un trauma infantile devastante.

Dicotomico è anche lo stretto rapporto che lega Nur e Rasha: il loro carattere così diverso, dolce e comprensiva la prima, rabbiosa e ostile la seconda, è stato forgiato dalla stessa fiamma della guerra il cui ricordo le nutre ancora di diffidenza e chiusura. La guerra di oggi, in Afghanistan, la guerra di ieri, in Italia. Crudeltà gratuite e dolori lancinanti in entrambe. La dicotomia dei rapporti è emblema della potenza di un legame affettivo profondo, che può determinare la vita e la morte. E sarà necessario un terzo elemento ad infrangere rapporti antitetici che si alimentano a vicenda.

Ma una più oscura e inquietante dicotomia è quella fra Rebecca e il cognato Francesco, la cui ombra aleggia su tutto il romanzo fin dalle prime pagine, fin dal primo delitto, è il fulcro dell’imperversante vortice del thriller: “Erano trascorsi settantatrè anni eppure lo sapeva: il tempo dei ricordi è sempre il presente”. troppa la violenza, la rabbia, la sete di vendetta accumulate, per disperdersi nel tempo. Rimangono, insistono, colpiscono ancora. E impediscono il risanamento emotivo.

Anche Rasha deve fare i conti con un passato che l’ha schiacciata, ne ha marcato il carattere, forgiato, come per Rebecca, un’armatura di diffidenza e astio. Ma non è, come Rebecca, irrecuperabilmente perduta. Ha qualcuno accanto a lei che sa afferrarla, abbracciarla, tenerla stretta. Nur da sempre, Alfredo da pochi giorni. E la sensibilità e bontà del ragazzo hanno la meglio sull’angoscia che la devasta. Le parole dell’educatore del centro di accoglienza gli aprono una prospettiva di empatia e solidarietà che saranno salvifiche per le due ragazze: “Anche i comportamenti più sgradevoli, più ostili, be’ hanno una storia (…). Il viaggio di Nur e di Rasha è stato un inferno; accadono cose, a volte, che ci possono rendere di vetro, fragili e taglienti insieme”. Così lui getta a Rasha un’ancora di salvezza: si offre di aiutarla a superare l’interrogazione di italiano per non essere rimandata, e riesce a far breccia nella parte più intima e ferita di lei attraverso la poesia di chi, come loro, era passato attraverso una guerra, Montale e Pavese: “Ne era convinto, per dialogare fra generazioni servivano ponti e la letteratura ne aveva di robusti, in grado di connettere qualsiasi sponda”.

La trama cattura con l’alternarsi di scene che conducono tre storie aggrovigliate dal mistero e dal filo rosso della violenza fisica e psichica sulle donne. La storia di Rebecca, Maria Sole e Francesco, voci e visioni lontane, incapaci di liberarsi dalla desolazione del torto subito, la storia di Rasha e Nur, che faticano ad integrarsi socialmente e culturamente, la storia di Sara e Marco, che devono superare il baratro di sentimenti che hanno soffocato in loro nel nome della positività da trasmettere ai figli.

Attraverso l’esperienza dell’odio, i protagonisti sperimentano la forza dell’unione, la valenza di legami familiari e di amicizia che, se non possono annullare gli squarci provocati dal dolore, possono forse, con molta pazienza, ricucirli.

L’effetto thriller è acuito dalla prosa raffinata e incisiva dell’autrice che usa metafore e sinestesie per concentrare in poche parole, ad incastro perfetto, un messaggio emozionale forte e importante. L’effetto è nuovo e sorprendente: versi poetici disseminati nel piano del testo.

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Una risposta a “Tracce dal silenzio” di Lorenza Ghinelli (Marsilio)

  1. patrizia debicke ha detto:

    super

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