La madre americana di Laura Laurenzi (Solferino)

Risultati immagini per la madre americana libroRecensione di Nuela Celli

Il sottotitolo recita: Un’educazione sentimentale nell’Italia della Dolce Vita. Questo libro in realtà è una dedica, la dedica a una madre che l’autrice decide di rivivere attraverso una puntuale ricostruzione sia dei tempi storici nei quali è vissuta, momenti cruciali e a tratti epici, un dopoguerra che ai nostri occhi si tinge di una bellezza struggente, sia della sua infanzia e adolescenza in una casa benestante, dove sono passati personaggi di grande levatura, da Eugenio Montale a Pie Paolo Pasolini, da Carlo Levi a Gary Cooper, solo per citarne alcuni, tra artisti, uomini di spettacolo, politici e alti prelati.

«Mia madre non era come le altre madri: era americana. Lavorava molto, era una donna solida e idealista, che credeva in quello che faceva. Non aveva niente in comune con le altre mamme. Non l’ho mai vista giocare a carte e neanche prendere il tè con le signore, non portava bracciali d’oro con tanti ciondoli e nemmeno i foulard firmati. E non l’ho mai vita neppure cucinare.»

L’incipit del memoir edito da Solferino, che ci introduce subito la figura atipica di questa ‘madre americana’, racconta una parte cruciale della nostra storia:

«Arrivata a Roma subito dopo la guerra con la sua divisa da ufficiale degli Stati Uniti d’America, scelse di essere utile agli altri. Sull’onda del Piano Marshall, anno dopo anno strappò alla povertà e alla malattia 11.385 bambini italiani cui la guerra aveva tolto tutto, anche il diritto di sperare e di sognare. Era una donna dalla grande forza d’animo. Nulla lasciava presagire che la sua vita sarebbe stata così breve. Questa è la storia di una madre diversa dalle altre e della sua famiglia, una storia vista attraverso i miei occhi, gli occhi di una bambina degli anni Cinquanta divisa tra due patrie, due Paesi, due lingue, due rive dello stesso oceano. L’Italia stessa, in quegli anni, era un Paese speciale che oscillava fra i due estremi: da una parte la disperazione di chi non aveva nulla, dall’altra i fasti di una capitale euforica in preda alla Dolce Vita, ai suoi lussi e ai suoi voluttuosi scandali provinciali.»

Una donna speciale che si occupò, nello specifico, di un lavoro delicato e importante per la vita di molte persone:

«Era il maggio 1947, l’anno del suo matrimonio, quando il Foster Parents Plan, un programma internazionale di sostegno economico riservato ai bambini, la prima organizzazione umanitaria non governativa a inventare la formula delle adozioni a distanza, aprì la sede italiana a Roma affidando la direzione a lei, che lo guidò per ventidue anni, fino a quando l’ufficio non chiuse i battenti nella primavera del 1969. [ … ] Mia madre faceva un lavoro che la impegnava tutto il giorno, sia fisicamente che emotivamente. Eppure non ho mai sentito la sua mancanza fra le mura domestiche. Sapeva essere molto tenera, e allora mi chiamava “cookie” e anche “Sweetheart”, ma sapeva anche essere molto ferma.»

Oltre alla madre, stacanovista e sui generis, quasi mitizzata dalla figlia, a campeggiare in questo viaggio nei ricordi sono il padre, certamente il grande amore dell’autrice, e le due nonne, quella materna, la Cia, e quella paterna, proveniente dall’isola d’Elba, la ‘nonna per antonomasia’.

La famiglia teatro di questi intrecci affettivi è senza dubbio una famiglia privilegiata, ricca, altoborghese, inserita socialmente. Non solo per una mera questione economica, ma per un peso intellettuale e strategico che la fa diventare un crocevia di personaggi che costituiscono il tessuto storico e culturale del nostro paese; non c’è una pagina del libro in cui non si ritrovi un aneddoto o un nome legato ai nostri ricordi, dal mondo dello sport a quello culturale, da quello politico a quello cinematografico (da appassionata di spiritismo e parapsicologia, ho trovato persino citate le famose sedute spiritiche di Demofilo Fidani).

Le dinamiche familiari rispecchiano i dettami dell’epoca. Il padre idolatrato non segue quasi mai le attività dei figli, sempre chiuso nel suo studio e preso dal suo lavoro di inviato di un’importante testata giornalistica, e la madre, assorbita da un ruolo impegnativo e da una vita sociale intensa, delega alle nonne e alle donne di servizio la gestione quotidiana di casa e figli.

«Il mio era veramente un padre a parte. Lo trovavo non solo bello, ma anche affascinante. Mi piaceva la sua voce, mi piacevano anche le parole che usava e il fatto che non dicesse mai cose banali. Fra me e me mi ripetevo che un giorno avrei sposato un uomo uguale a lui, con la pelle appena olivastra, il ragionamento tagliente e quel suo stesso senso dell’umorismo. Non perdeva tempo con i figli. Di tanto in tanto, rarissimamente per la verità, magari quelle poche vole in cui mio fratello e io avevamo tutti e due la febbre, lui ci leggeva qualche storia. Avveniva in tarda mattinata, mai la sera. Non favole, piuttosto racconti. Per esempio quelli di Edgar Allan Poe, pieni di atmosfera e di mistero. Non dimenticherò mai ‘Il Barile di Amontillado’, ‘Una discesa nel Maelström’, e neanche ‘Il pozzo e il pendolo’. E soprattutto non dimenticherò la voce profonda e le pause a effetto con cui mio padre ci leggeva quelle storie tenebrose. Tirandomi fin sopra al naso la coperta all’uncinetto fatta dalla Cia, tremavo come una foglia, e non certo per la febbre a trentotto. Mai avuta tanta paura in vita mia, eppure lo nascondevo bene perché per nessun motivo volevo che lui smettesse.»

Anche le nonne rappresentano un capitolo importante nella formazione e nelle proiezioni immaginifiche di una bambina che è cosciente di essere nata in una famiglia importante, le cui memorie si intrecciano con quelle nazionali, e che ne ripercorre i ricordi come si rimirano dei preziosi il cui valore non ha prezzo, sapendo che ciò li rende un bene personale ma anche sociale, da condividere.

«Quando eravamo molto piccoli, negli anni dell’asilo, la chiamavamo con un altro nome: nonna Gremma. Per tutti in famiglia era nonna Gremma. Lei si firmava così nelle lettere e nelle cartoline che ci scriveva con la sua calligrafia adagiata su un fianco. Pensavo fosse il suo vero nome, in realtà altro non era che la parola inglese grandmother abbreviata, grandma, scritta quasi come si pronuncia. Era come se la chiamassimo Nonna, proprio lei che non sembrava una nonna per niente né ambiva a sembrarlo. Poi, con gli anni, cominciammo a chiamarla come la chiamano tutti: Cia, nonna Cia. Tranne poi scoprire, ficcando il naso nel suo passaporto, che il suo vero nome, quello che le era stato dato all’anagrafe con retorica tutta romagnola, era un altro: Diva. Ma lei, comprensibilmente, lo detestava e si faceva chiamare col suo secondo nome: Lucia. Diminutivo: Cia. Per me era una seconda mamma. Con lei mi sentivo al sicuro, ridevo, imparavo, discutevo, crescevo, venivo occasionalmente sgridata. Le sue erano prediche lampo, veementi ma concise. Si chiudevano sempre con la stessa frase, lo stesso verbo, la stessa esortazione: «Ti devi emendare». Emendare era un verbo che non usava nessuno: ogni volta che sentivo mia nonna dire quella frase, il mio pensiero correva al primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, di cui tenevamo in casa una riproduzione dell’originale vergata in corsivo su pergamena, che mia madre aveva fatto incorniciare. Sapere, per quanto molto confusamente, che il primo emendamento è quello che garantisce a tutti la ibertà d’espressione rendeva meno indigeste quelle ramanzine. O forse questo è un pensiero che ho elaborato più tardi.»

Emigrata in America e passata anche lei per i controlli di Ellis Island, la Cia ricordava, tra l’altro, come il marito avesse frequentato la Regia Scuola Magistrale di Forlimpopoli intitolata a Giosuè Carducci, incontrando un compagno di scuola riottoso e spesso messo in punizione, figlio di un fabbro ferraio di Predappio, un certo Benito Mussolini che a lei non piaceva affatto, un esaltato che in città veniva soprannominato “e matt”, il matto.

La nonna paterna era invece tutta un’altra storia…

«A differenza della Cia, nonna Margherita, che dopo la guerra si era trasferita a Roma, era la nonna per antonomasia. D’altri tempi, anziana, con i capelli tutti bianchi, vulnerabile, il bastone da passeggio sempre in pugno anche quando era seduta. Era una donna con qualcosa di soave nello sguardo, una luce sbiadita, come scolorata dagli anni, e un filo di rassegnazione nella voce. Appariva stanca, provata. L’energia con la quale, infermiera volontaria, si era prodigata negli ospedali da campo durante la Prima guerra mondiale era ormai un lontano ricordo. [ … ] L’ho vista sempre vestita solo di grigio, con modestia. Mai un gioiello tranne la medaglietta con il Volto Santo al collo, nascosta sotto il golfino. Mai un’ombra di rossetto. Sobria, ma non austera né tanto meno severa: anzi con noi nipoti sempre sorridente, indulgente, affettuosa, con quella capacità di entrare in sintonia con i bambini che le veniva forse dall’aver fatto la maestra. Non doveva esser stato facile tirare su tre figli da sola, il secondo morto a vent’anni, partigiano, fatto a brani da una mina l’ultimo giorno di guerra mentre risaliva la penisola con il Corpo Italiano di Liberazione. I suoi resti non furono mai ritrovati.»

Le vicende personali dell’autrice ripercorrono il cammino tutto in ascesa di un paese che ha vissuto un’epoca d’oro, non solo economicamente e culturalmente, ma soprattutto a livello ideologico ed emotivo, poiché quei decenni, per quanto il sessantotto, le proteste studentesche, gli anni di piombo e tante altre crisi sociali, furono momenti duri, durissimi, erano pur sempre pervasi da un onnipresente e incrollabile senso di speranza. All’epoca ogni ideologia, ogni proposito si basava sulla certezza che il futuro sarebbe stato migliore del presente. A decenni di distanza, svanita quella speranza, è come se fosse svanita la gioventù di un popolo, il suo sguardo più ingenuo.

Laura Laurenzi, autrice del libro, vivrà una parabola simile e da adolescente diventerà donna anche a causa di un lutto importante che minerà le certezze della sua esistenza, come spesso accade quando si cresce. In questo frangente la sua famiglia si confermerà legata a dinamiche d’altri tempi, ingessata e patinata, e del dolore che d’improvviso spazzerà via l’ingenuità della fanciullezza non si farà parola, se non raramente, e tutto verrà coperto da una coltre di pudore, cosa che a noi può apparire, nell’era del dolore mediatizzato e urlato, quasi incomprensibile.

«A volte ancora oggi, nelle mie interminabili notti insonni, quando la realtà sembra capovolgersi e le cose all’improvviso appaiono illuminate da una prospettiva diversa, mi chiedo se sia stato giusto. Mi domando cioè se mio padre abbia fatto bene a nascondermi la verità, e poi a tace a oltranza, per sempre o quasi, legandomi al collo un macigno proprio quando stavo per fare un tuffo a capofitto nella vita. Una scelta dettata da molti fattori: dalla sua riservatezza, dal desiderio di proteggermi, dal suo dolore estremo, dal pudore dei sentimenti, forse anche dal rimorso. Non ci si diceva niente in quegli anni: non ci si apriva con nessuno. Si parlava di tutto ma mai di ciò che realmente contava.»

Un racconto godibilissimo e coinvolgente ‘La madre americana’, che tra aneddoti, riflessioni, incursioni nei fatti della storia e nei suoi retroscena, appartiene tanto al vissuto privato dell’autrice quanto al nostro patrimonio comune.

«In quegli anni il mio liceo diventò una calamita, un punto di incontro, per esponenti del Movimento studentesco che venivano da altre scuole, spesso già dall’università, come la coppia formata da Valerio Morucci e Adriana Faranda. Lei me la ricordo, qualche anno dopo, seduta alla mensa universitaria, in un fermo immagine di assoluta bellezza: era primavera inoltrata e aveva gli occhi che scintillavano, i capelli lisci naturali e si era appesa alle orecchie due coppie di ciliegie.

Entrata in clandestinità, diventò un elemento importante della colonna romana delle Brigare Rosse, altro che angelo del ciclostile. Prese parte attiva all’organizzazione del rapimento di Aldo Moro, ma si oppose alla sua uccisione.

Ero a via Fani, giovane cronista del «Giorno», quel 16 marzo 1978. Arrivai prima di altri colleghi e questo mi consentì di aggirarmi indisturbata sulla scena del crimine, che non era ancora transennata. Sentivo dentro di me un viluppo di emozioni che sembrava gonfiarsi fino a scoppiare, la paura mi soffocava, e anche la rabbia, l’incredulità. Non può essere vero quello che sto vedendo, mi ripetevo. Nella confusione, nello stupore, nello smarrimento dei primi soccorritori fui per lunghi minuti libera di guardare molto da vicino, quasi toccare. Mi muovevo cercando di non calpestare i bossoli: ne furono raccolti novantatré.»

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