LA FORTUNA DE “IL PRODE GIOVANNI” (JÁNOS VITÉZ) DI SÁNDOR PETŐFI IN ITALIA

Risultati immagini per janos vitez immagini jpegRecensione di Eleonora Papp

Sándor Petőfi, nato a Kisköros nel 1823 e morto probabilmente a Segesvár nel 1849, a 26 anni, nella battaglia contro le truppe russe della Santa Alleanza, è stato un poeta ungherese. Cresciuto in una famiglia povera, trascorse l’infanzia in campagna, compiendo studi spesso interrotti. A sedici anni si dette ad una vita girovaga di attore, copista di teatro e soldato. Riconosciuto dai suoi contemporanei come il più grande lirico ungherese, animò i moti del 1848 con il suo Canto nazionale e con l’attività di giornalista e di oratore. Tra le sue opere più note ricordiamo appunto L’eroe Giovanni (1844), fiaba in versi con tratti di origine popolare. La sua poesia politica, animata dall’amore per la libertà dell’individuo e delle nazioni, lo rese famoso, ai suoi tempi, anche in Italia, dove fu considerato un simbolo del patriottismo risorgimentale. Petőfi è stato il primo grande poeta ungherese e per tutta la sua breve vita mescolò in lirica le memorie giovanili con l’orgoglio d’una nazione che ambiva a diventare indipendente. In sei giorni e sei notti nel 1845 Petőfi scrisse il suo poema più romantico e immaginoso, felice e malinconico: L’eroe Giovanni o Giovanni il prode (János Vitéz).

János Vitéz, oltre ad essere un poema epico scritto in ungherese da Sándor Petőfi, è diventato anche un musical di Pongrác Kacsóh. Il poema, notevole per la sua lunghezza, comprende 370 quartine divise in 27 capitoli ed è composto in versi dodecasillabi a rime baciate (il cosiddetto “dodecasillabo eroico”), in cui lo sfondo storico è abbastanza sfumato (la vicenda potrebbe collocarsi nel periodo della guerra fra l’Ungheria e l’Impero ottomano, e dunque fra i secoli XIV e XVII), e dove temi portanti sono il sentimento amoroso, l’eroismo, l’amore per la patria e il sentimento della morte. L’eroe del poema è il pastore Giovanni, soprannominato “Pannocchia” perché trovato da bambino in un campo di granoturco. Gianni Pannocchia – Jancsi Kukoricza (in ungherese) non si cura di reami, ma vorrebbe una vita tranquilla nel suo villaggio ed è in qualche modo la proiezione del giovane poeta della rivoluzione magiara del 1848-1849. Giovanni Pannocchia è pieno di desideri di gloria, ma senza l’amore, la gloria non è nulla. Prima di optare per la morte, tuttavia, quasi novello Ulisse, sceglie un modo “eroico”, anche se destinato a rimanere oscuro, di porre fine ad una dolorosa esistenza: va a visitare le ultime terre del mondo. Ma che cosa troverà?

Immagine correlataLa prima traduzione in italiano di questo poema è stata realizzata dal poeta Giuseppe Cassone, quartogenito di dieci figli, nato a Noto il 13 novembre 1843 da Luigi, architetto e ingegnere del genio civile, e da Michela Rizza. Di famiglia liberale, il Nostro nel 1860 fuggì per arruolarsi tra i volontari garibaldini, ma il padre lo costrinse a ritornare a casa. Seguiva i corsi di giurisprudenza dell’Università di Catania quando, nel 1864, fu chiamato per il servizio militare di leva: partecipò così alle operazioni contro il brigantaggio in Calabria. Entrò nell’Accademia militare di Torino, ma fu dimesso nel 1867 per una malattia. Un’insolazione, presa a Noto nel giugno di quell’anno, aggravò irreparabilmente le sue condizioni. Divenuto sordo, con le gambe paralizzate, trascorse la vita tra letto e poltrona, tormentato da ricorrenti acute algie e indebolimenti della vista, rifugiandosi completamente nella lettura e nella conoscenza della poesia romantica tedesca e italiana, francese e russa, inglese e ungherese. Tra i vari autori che aveva tradotto c’era appunto Petőfi. La lettura diretta di questo poeta divenne la sua unica occupazione e svago. Nonostante le precarie condizioni di salute, alla fine del 1902 il Cassone aveva quasi completato la traduzione integrale dell’Opera omnia del poeta magiaro.

Un estimatore ungherese del Cassone, il professor Zambra, d’origine trentina, docente di letteratura italiana a Budapest, lo persuase a stampare L’eroe Giovanni a Budapest (Franklin, 1908). In effetti il Cassone aveva difficoltà a trovare un editore dell’intera Opera omnia che, infatti, finì per restare inedita. Morì a Noto il 31 luglio 1910.

La seconda traduzione in italiano di questo poema è del professor Roberto Ruspanti: Giovanni il Prode ovvero come Gianni Pannocchia divenne Giovanni il Prode, testo pubblicato nel 1998 da Rubbettino Editore. La traduzione dall’ungherese, l’introduzione e le note sono di Roberto Ruspanti. Il metro scelto per il testo dal professore emerito dell’Università di Udine è il doppio alessandrino. La traduzione del Cassone è molto piacevole per quella sua sfumatura “decadente” che percorre l’opera intera dall’inizio alla fine. Anche la versione del professor Ruspanti è molto apprezzabile, scorrevole e fedele all’originale. Il traduttore usa la rima, che, a volte, potrebbe risultare un po’ erudita, filologica e distaccata, nella sua forbita eleganza formale. Sempre nel 1998 è stata realizzata la traduzione de Il prode Giovanni dalla professoressa Maria Teresa Angelini. Il lavoro di questa docente adesso in pensione ha un aspetto popolareggiante e in tal modo è in linea con lo spirito e la sensibilità romantica dell’opera di Petőfi. Nella traduzione la professoressa ha tenuto presente anche il fatto che il poema giovanile di Petőfi non è tanto facile e ingenuo come potrebbe sembrare, inserendosi in un panorama europeo abbastanza solido e ampio. Scrive la docente: “Il Prode Giovanni è infatti l’opera di un autore molto giovane, molto pieno di sogni, legato ad un’atmosfera romantica e popolare appassionata, talmente appassionata da creare uno stile popolare che nemmeno esisteva prima di lui. Certo è che il poemetto conserva una freschezza «innocente» che affascina e conquista. C’è un’ingenuità, forse apparente, che commuove e che mutua una sensazione di novità alla fiaba”. La professoressa Angelini ha tentato di restituire quella freschezza spensierata che pervade l’originale. La sua traduzione in rima e in endecasillabi (metro più incline a trasmettere il carattere popolare del poemetto), non era stata mai pubblicata, se non per stralci e ha visto la luce in maniera integrale sulla Rivista di Studi Ungheresi (RSU) del 2018. Il testo della docente Maria Teresa Angelini è consultabile in effetti al link: https://epa.oszk.hu/02000/02025/00034/pdf/

La storia del poemetto non finisce però qui. Di recente il direttore del gruppo musicale PG, Zsolt Jantyik, per omaggiare Sándor Petőfi e il suo Giovanni il Prode, ha scritto la rivisitazione del poema e ne ha messo in scena uno spettacolo musicale in un atto, Il pastorello d’argento, in cui Giovanni il Prode nei nostri giorni ritorna sulla terra dal Regno delle Fate per vivere nuove avventure. La casa editrice di Milano, Anfora, pubblicherà in gennaio la traduzione italiana del poema epico rivisitato da Zsolt Jantyik, in un libro illustrato e ricco di contenuti in realtà aumentata, che prevede tra l’altro l’edizione bilingue del poema originale di Sándor Petőfi e di quello moderno, la versione audiolibro di tutti e due i poemi, alcune scene dello spettacolo “Il pastorello d’argento”, alcune scene del cartone animato Giovanni il Prode, disegnato e diretto da uno dei più grandi animatori ungheresi, Marcell Jankovics, e varie interviste. La traduzione italiana del poemetto di Giovanni il Prode nell’edizione Anfora è quella del professor Roberto Ruspanti in quanto anche Il pastorello d’argento: il secondo avvento di Giovanni il Prode è sempre in doppio alessandrino, metro sicuramente più adatto alla rappresentazione scenica. La traduzione della rivisitazione del poema è a cura della professoressa Claudia Tatasciore (docente presso l’Università di Bologna) ed uscirà in gennaio insieme ai contenuti digitali del libro in realtà aumentata. Che cosa aspettate: riempite il carrello!

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