“Le incredibili curiosità di Padova” di Silvia Gorgi (Newton Compton)

Recensione di Raffaella Tamba

Dopo il successo dei suoi primi tre libri pubblicati nella collana Quest’Italia della Newton, Silvia Gorgi, giornalista eclettica, esperta di cinema, esce con un nuovo volume dedicato a Padova, la città in cui vive e che ama profondamente, tanto da ricercare con cura sempre nuovi spunti di approfondimento da condividere con i suoi lettori. E’ come seguirla nella Padova della passato, alla scoperta di qualcosa che non è su tutte le guide turistiche (cartacee o virtuali), perchè solo con uno studio articolato e comparativo delle fonti (scritti epistolografici, diari di viaggio, opere letterarie, cronache, testimonianze dirette) le è stato possibile recuperarle e ricucire un un libro che si legge d’un fiato.

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Sei capitoli dedicati a figure reali della storia, della letteratura e dell’arte ci restituiscono la loro visione di Padova, attraverso un vissuto ora lieto ora dolente che nel tempo ha marcato in positivo o negativo quella città e che è giusto conoscere perchè, come tutto quello che è ancorato alla storia magistra vitae, è sempre e, tanto più oggi, costruttivo.

Se tutti conoscono gli affreschi di Giotto nella cappella degli Scrovegni, non tutti forse hanno pensato di mettere a confronto il messaggio metaforico di quelle immagini con la struttura della Commedia dantesca, come invece ha fatto l’autrice comparando ambienti, periodi, aneddoti sui due grandi artisti del Trecento e ipotizzando che si conoscessero, se non di persona, almeno per fama. A suo parere infatti, difficilmente le analogie si riscontrano nei loro capolavori sono casuali: “Dante e Giotto compiono una vera rivoluzione copernicana che ha per oggetto una raffigurazione artistico-letteraria in grado di imitare la realtà (…). Quando compie il suo cmamino il poeta non è spettatore asettico e inerme, si lascia andare a emozioni e affetti, reagisce emotivamente alle loro vicende, prova pietà, orrore, sdegno, violenza. In ogni passaggio vige una profonda umanità, quell’umanità così presente anche nel ciclo pittorico giottesco. Anche il pittore non si limita a rappresentare figure idealizzate, ma personaggi dalla precisa fisionomia. Gesù, Maria, gli angeli e i santi espriomono passioni e sentimenti, sono fragili e umani. Giotto adotta in pittura il volgare come fa Dante con la lingua. Non dipinge astratte figure bizantine ma personaggi vivi, dinamici, dai gesti maestosi, quotidiani, reali“.

Materia per un attulissimo thriller sentimentale potrebbero offrirla le relazioni pericolose di Giacomo Casanova, Andrea Memmo e Giustiniana Wynne. Se tutti conoscono il colto avventuriero e libertino veneziano, Casanova, molti meno hanno sentito parlare degli altri due, anch’essi veneziani, uniti da una passione capace di resistere agli anni, alla separazione imposta dalle convenzioni sociali, ai rispettivi matrimoni, ai viaggi e alle residenze all’estero. Una passione che è sfociata, alla fine, in amicizia e stima per la reciproca raffinata e intellettualmente fervida personalità. Memmo fu il progettista del Prato della Valle, l’imponente piazza di Padova che conosciamo oggi, mentre la Wynne fu scrittrice e ospite di raffinati salotti culturali. Forse, suppone la Gorgi, nel timore che Casanova, che sapeva in procinto di pubblicare le sue memorie, restituisse di lei e del suo periodo trascorso a Parigi, un’immagine un po’ troppo disinvolta e burrascosa per quei tempi, sebbene probabilmente veritiera, scese in campo letterario a sua volta, pubblicando la propria femminile versione dei fatti in una serie di lettere alle quali fecero poi seguito altre opere più prettamente narrative della stessa Giustiniana.

Dal legame che tutti e tre, Casanova, Memmo e la Wynne, ebbero con Venezia, dalla quale provenivano e nella quale si erano conosciuti, l’autrice si collega ad un personaggio francese che, nel percorso del Grand Tour, così in voga nel XVIII e XIX secolo, del quale l’Italia rappresentava l’ultima e più attesa tappa, passando da Venezia a Padova, stregato dalla bellezza della prima, riferisce, nel suo diario di viaggio, commenti deludenti sulla seconda. È Theophile Guatier, l’autore di Capitan Fracassa, per il quale è giustamente famoso, che scrisse anche altri romanzi e un Viaggio in Italia commissionatogli dal giornale per cui lavorava. Con umile imparzialità, la Gorgi riporta stralci di quel diario di viaggio, tanto caustico quanto spiritoso: “Posta troppo vicina ad un centro che attrae la vita su di sé – Venezia! – Padova è una citta morta e sembra deserta. Le strade, fiancheggiate da due file di portici bassi, sono tristi, e non vi è nulla che ricordi l’elegante e graziosa architettura veneziana. Gli edifici pesanti e massicci hanno un’austerità un po’ severa e gli androni delle case sembrano tante bocche nere che sbadigliano di noia”. Ma il ‘pungente’ Gauthier, come lo definisce l’autrice, è sufficientemente approfondito e vario per regalarci pagine divertenti di una Padova vista attraverso uno sguardo alternativo, schiettamente originale.

Un’altra visione ancora di Padova è quella di Victor Hugo che la sceglie per ambientarvi il proprio dramma Angelo tiranno di Padova, poco noto sicuramente rispetto ai suoi capolavori, ma curioso e intrigante, diremmo noi oggi, oltre a fonte d’ispirazione per altre opere contemporanee o successive, come il melodramma di Ponchielli, La Gioconda.

Questa capacità di giocare come in un solitario di carte con un’ampia gamma di opere letterarie, figurative, musicali, architettoniche, affiancandole e confrontandole, rappresenta uno dei talenti narrativi dell’autrice che sa scandagliare le varie categorie culturali, raccontandocele con il suo tipico stile colloquiale capace di generare curiosità ed interesse con la suggestione della modernità dei loro contenuti. Ne è un esempio elettrizzante, lo sfogo di Tisbe, protagonista del dramme di Hugo, nei confronti dell’anziano marito impostole, uno sfogo che sembra pronunciato oggi: “…tutto è lecito agli uomini…Davvero è un’esecrabile repubblica quella dove un uomo può impunemente, come voi fate, calpestare una povera donna, e dove gli altri dicono: fai bene”.

E si arriva all’ultimo capitolo, tremendo e impossibile, sconvolgente, angosciante. Un capitolo che è una tappa moralmente forzata per l’autrice che lo intitola eloquentemente Un novecento nel segno del ricordo per non dimenticare mai. Un capitolo che è, da solo, pregno e travolgente come un romanzo di Primo Levi: la rivelazione di un crimine perpetrato per mesi in uno dei palazzi storici di Padova, Palazzo Giusti, lo stesso palazzo che oggi si può visitare, recuperato al turismo nella sua versione borghese ma dolorosamente ben diverso nei ricordi di alcune persone. Fu sede infatti dal 1943 al 1945 di una spietata banda fascista capitanata da Mario Carità che ne fece un carcere per gli interrogatori e le torture di antifascisti del contesto territoriale di Padova, fra i quali numerosi professori dell’ateneo.

Una vicenda terribile. Terribile perché estremamente vicina noi, perché efferata senza giustificazioni, perché riportata da coloro che l’hanno vissuta, anzi subita, in prima persona, che ricordano volti e parole degli aguzzini. È un capitolo nel quale si affonda, sembra di sentire le risate sadiche dei torturatori, sembra di trovarsi di fronte quel viso lombrosianamente criminale, sembra di provare il freddo penetrante tanto prolungato da diventare sofferenza fisica come le percosse, ci si sente soffocare da un misto di orrore, rimorso, incredulità: “Quando passerai sotto alle finestre del Palazzo” l’autrice riporta parole dello storico Sergio Boscardin “pensa e ascolta. Ti arriverà l’eco spenta di un grido di donna o il gemito di un uomo, ma non proverai mai ciò che essi provarono nell’animo e nel corpo. Ti rimanga però quell’eco, come un ammonimento per il futuro: Ricordati!

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