“Sakura” di Matilde Asensi (Solferino)

SakuraRecensione di Raffaella Tamba

Non è immediata la classificazione di questo libro. Non è immediata perchè Sakura offre varie sfaccettature interpretative che lo rendono un romanzo davvero poliedrico: può essere un romanzo storico-biografico perchè ripercorre la vita di Van Gogh e l’ambientazione impressionista, un romanzo giallo, per il mistero da svelare, anche se non ci sono vittime e colpevoli, un romanzo di formazione, perchè ciascun personaggio subisce una sorta di iniziazione a se stesso, un thriller per lo stato di suspense che l’attesa di terribili prove vivono continuamente i protagonisti e, infine, forse in misura preponderante, un romanzo d’avventura, un grande, possente, tradizionale e moderno al contempo romanzo d’avventura.

Matilde Asensi, giornalista radiofonica e scrittrice spagnola, dedica questo romanzo a Vincent Van Gogh: lo approfondisce nella sua storia, nella sua produzione, nel suo carattere, ne sviscera pregi e difetti, ne esalta ammirata il talento così come ne constata quasi con tenerezza la problematicità.

Partendo da uno dei quadri più famosi, Il Ritratto del dottor Gachet, e dal mistero sulla sua scomparsa dopo l’ultimo acquisto da parte di un ricco industriale giapponese, l’Asensi tesse una trama fantasiosa e sofisticata, una caccia al tesoro con tutti gli elementi classici (un obiettivo, delle tappe, delle prove da superare per ottenere l’informazione cifrata da decodificare per l’accesso alla tappa successiva) attualizzata al XXI secolo, con i colori ed il ritmo di oggi: avvincente, inquietante, divertente e istruttiva. Il lettore, insieme ai protagonisti, percorre un vero viaggio nella vita del grande pittore olandese, scoprendo delle caratteristiche delle sue opere davvero sorprendenti. E, come i protagonisti, anche lui, alla fine si sentirà più vicino all’uomo complesso e tormentato che si nascondeva dentro all’artista.

Tutto ha inizio a Parigi, nella boutique di Père Tanguy, dove sei persone, di diversa provenienza, lingua, professione ed età, sono state convocate da un giapponese amico del proprietario della casa d’asta, Hachiro Koga, il quale racconta loro un’incredibile storia che ha a che fare col Ritratto del dottor Gachet e che li lascia sgomenti. La storia del ricco industriale giapponese, Ryoei Saito, che lo ha acquistato ad un’asta di New York, ma che vessato dal proprio governo con tasse spropositate, cade in depressione fino ad ammalarsi e giura che, secondo l’usanza giapponese di cremare col defunto anche alcuni dei suoi beni (usanza che in certi casi è osservata ancora oggi), il Van Gogh sarebbe stato cremato con lui. Hachiro lascia la sponda ufficiale della vicenda per passare a quella personale, con la quale si entra nell’invenzione letteraria del romanzo. Figlio dell’impresario di pompe funebri che era stato incaricato delle esequie, Hichiro assiste sconvolto al furto da parte del padre della tela arrotolata che sottrae durante il trasporto della salma. Un furto inevitabile per il mondo, al quale l’uomo voleva preservare il capolavoro, ma fatale per lui: superstizioso come tutti i giapponesi, attende la vendetta del kami, lo spirito di Saito che, in effetti, non tarda a colpirlo, due anni dopo, con un terribile ictus che lo tiene a lungo fra la vita e la morte. Sacrificio inoltre apparentemente inutile perchè la tela che era stata deposta accanto alla salma era un falso. Evidentemente Saito aveva voluto divertirsi anche dopo la propria morte, tanto che, assieme alla tela viene trovata una lettera che costituisce, postuma vendetta contro le autorità che lo avevano distrutto, la prima traccia di una ricerca lunga e complessa che avrebbe, finalmente, portato al ritrovamento della tela autentica. 

Ecco il motivo di quella strana convocazione a Parigi: la proposta di partecipare a quella incredibile caccia al tesoro, ad un vero prezioso, inestimabile tesoro. Il compenso offerto da Hichiro è molto alto, un milione di dollari, ma per quasi tutti il vero compenso sarebbe il ritrovamento di quel capolavoro. ‘Quasi tutti’ perché del gruppo fa parte l’americano John Morris che si rivela ben presto sgradevole, irascibile, scorbutico e meno interessato al valore artistico che a quello economico del quadro. Rimane isolato dal resto del gruppo che invece, pur eterogeneo, si amalgama rapidamente: il protagonista, io narrante, l’olandese Hubert Kools, titolare di una galleria d’arte che resiste al fallimento solo per la sua grande passione; la piccola Odette Blondeau, infermiera francese, madre di famiglia, le cui competenze professionali e bagaglio di emergenza si riveleranno, purtroppo, fondamentali in più di un’occasione; l’italiana Gabriella Amato, pittrice, di una bellezza sfolgorante, almeno agli occhi di Hubert ben presto travolto dal suo fascino; Oliver Roos, di Liverpool, anche lui artista come Gabriella, ma di strada, esperto di pittura-spray.

Dopo aver narrato l’antefatto, Hichiro dà il via a quella sorta di sfida con il morto. E la prima traccia è un’altra opera di Van Gogh, il Ritratto di Père Tanguy, del 1887, conservato al Museo Rodin di Parigi: “Il gioco comincia lì”. Van Gogh infatti aveva riempito di stampe giapponesi quella che doveva essere la parete alle spalle del mercante: il monte Fujii innevato, un ciliegio in fiore – sakura in giapponese –, una figura femminile in kimono, linee orizzontali e verticali apparentemente prive di senso, un’aiuola di fiori rossi, blu e lilla, una sagoma femminile senza faccia, un paesaggio di case gialle imbiancate da una nevicata sullo sfondo di un cielo azzurro. Quel ritratto, noto e visibile da tutti, sarà la mappa del percorso verso l’altro ritratto perduto.

Da quel momento, il romanzo prende la rincorsa in un susseguirsi di vicissitudini incredibili, nelle quali l’autrice dosa con effetto thriller lo stimolo per l’avventura, la suspense, dotti approfondimenti sullo stile di Van Gogh e su aspetti storico-sociologici dell’arte in generale e impagabili informazioni sulla cultura giapponese.

In ogni tappa il gruppo, guidato da Ichiro che si sottopone anch’egli alle varie prove, si trova di fronte ad un enigma in qualche modo collegato al Ritratto del dottor Gachet, la cui soluzione, se tarda a venire rispetto agli stretti tempi imposti dall’eccentrico e vendicativo Saito, scatena la violenza di un apparato chimico-meccanico automatico che simula armi degli antichi samurai, che annichiliscono i protagonisti nel corpo e nella mente. Solo il superamento della prova spegne definitivamente la macchina micidiale e fornisce l’indizio della successiva ed una misteriosa tessera di legno.

Fino al colpo di scena finale, assolutamente inimmaginabile.

Al di là dell’avventurosa caccia al tesoro che trascina in un vortice di curiosità e trepidazione, l’aspetto geniale di questo romanzo è la modalità del tutto nuova di allacciare culture così diverse come quella occidentale e quella estremo-orientale, che il protagonista coglie fin dal primo dialogo con Hichiro: “Quello che più attirava la mia attenzione per il continuo riferimento al rispetto, alla gratitudine, alle formule di cortesia, all’onore e al disonore, alla vergogna, a quelle strane tradizioni orientali mescolate all’industrializzazione e alla modernità occidentali. La globalizzazione aveva ovviamente reso il mondo sempre più piccolo e sempre più diviso in zone culturali paragonabili a pianeti lontani anni luce gli uni dagli altri”. Attraverso Hichiro, guida virgiliana nell’Inferno delle terribile prove, il gruppo si costruisce come famiglia: impareranno a contare l’uno sull’altro, a mettere ciascuno il proprio talento, la propria esperienza, il proprio coraggio e la propria sensibilità a disposizione degli altri nel momento in cui è utile e ad accogliere l’aiuto dell’altro quando si è in condizione di bisogno; impareranno ad accettarsi nelle differenze, anche quando sembra di non potersi sopportare, come nel caso di John Morris, l’unico a non riuscire ad integrarsi, eppure, come gli altri, fondamentale in quello strano gioco delle parti. Impareranno a perdonare, perché alla fine dovranno perdonare il vero responsabile delle loro sofferenze e dovranno usare tutta la loro capacità di comprendere e giustificare, perché l’inganno, il pericolo, la paura, il turbamento, sono stati così distruttivi psicologicamente e fisicamente che superare il primo istinto alla rabbia e al rancore definitivo, richiederà loro tutta la riserva di sensibilità e abnegazione.

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