Grandangolo: “NERO D’INFERNO” di MATTEO CAVEZZALI [MONDADORI]

Recensione di Marco Valenti

C’è un innegabile parallelismo tra questo libro e la situazione attuale. Le migrazioni sono da sempre un elemento costante della nostra storia. Negarlo è sintomo di ottusità o di malafede. Sta di fatto che nella prima parte del secolo scorso, come ricorda molto spesso Cavezzali nelle sue trecento pagine, i migranti eravamo noi europei. Ed eravamo trattati come stiamo trattando ora tutti coloro che cercano di ricominciare sbarcando sul nostro paese. Ma non dimentichiamoci [siamo infatti di memoria molto corta noi italiani] l’altra migrazione “storica”, quella del primo dopoguerra.

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Quando buona parte della popolazione delle regioni meridionali decise, o melgio si vide obbligata a trasferirsi nel nord del paese, industrialmente avanti ed in cerca di manodopera. Gli atteggiamenti sprezzanti che “Nero d’inferno” ci ricorda sono esattamente gli stessi con cui abbiamo etichettato i meridionali che salivano al nord e con cui ci rivolgiamo oggi agli extracomunitari che solcano il mediterraneo in cerca di un futuro. Siamo quindi ancora più disprezzabili proprio perchè riportiamo in auge un atteggiamento meschino di cui siamo già stati vittima. Come detto, la storia non ci ha insegnato niente. E niente insegneremo ai nostri figli se non prendiamo le distanze per tempo da questo “sentimento popolare”, che purtroppo per noi, non nasce da meccaniche divine [giusto per proseguire nella citazione], ma da parassiti senza dignità.

“Agli americani non piacevano gli italiani. Forse perché ce n’erano troppi, forse perché davano problemi. Fatto sta che non piacevano. Ci chiamavano wops, white niggers, mangia maccheroni, selvaggi. Dicevano che puzzavamo, che il nostro sudore era diverso dal loro e mandava fetore di aglio, che non ci lavavamo, che eravamo delinquenti, ladri, truffatori, che facevamo rapine, che accoltellavamo le anziane mentre andavano al parco, che rapivamo i bambini per mandarli a lustrare le scarpe, che violentavamo le loro donne, che sputavamo per terra.”

I pregiudizi nei confronti di noi europei, ma soprattutto verso noi italiani furono realmente feroci. Eravamo considerati il penultimo gradino dell’evoluzione sociale, superiori solo ai neri afroamericani. Ben peggio di quanto oggi rovesciamo addosso ai migranti che transitano nel nostro paese. Ovviamente al tempo c’era un livello culturale decisamente inferiore rispetto ai giorni nostri, ma questo non deve essere visto come una scusante verso gli statunitensi, ma un’aggravante a nostro carico. Sono passati oltre cento anni ma non abbiamo mutato le cattive abitudini, siamo solo passati dalla parte delle vittime a quella dei carnefici.

“L’evoluzione è una questione di adattamento. Non di superiorità.”

Protagonista del volume è Mario Buda, conosciuto in america come Mike Boda, considerato il primo terrorista moderno, ovvero il primo uomo che decise di fare un attentato con il solo scopo di seminare terrore. La sua primordiale “autobomba” fu il modello ripreso da tutti dopo di lui, dalla Palestina fino all’ISIS. Aveva 36 anni, quando fece saltare in aria wall street facendo 38 vittime. Era il 16 settembre 1920. Da quel momento in poi, l’oblio.

Matteo Cavezzali ce lo racconta attraverso le voci di quelli che lo hanno conosciuto e che sembrano parlare, ogni volta, di una persona diversa. Sono gli amici devoti, i parenti traditi, i poliziotti che gli sono stati alle calcagna, i compagni di militanza, gli avversari, le donne che lo hanno amato. Da una storia vera nasce un romanzo che avvita il passato al presente, esce un piccolo uomo che rabbia, sogni e violenza trasformano in un controverso protagonista, un personaggio che esplode come una bomba e poi si perde nei labirinti della Storia. Le voci si sovrappongono copiose e finiscono per mischiare le carte. Buda diventa un traditore al soldo del regime fascista come informatore dell’Ovra dopo aver scontato il confino prima a Lipari e poi a Ponza. Ma non è detta l’ultima parola, che spetta inevitabilmente a lui, rintracciato nella natia Savignano sul Rubicone dove era rientrato dopo una vita di menzogne e misteri e si era rimesso a fare il calzolaio, come se niente fosse successo.

Mario Buda è un uomo come tanti. Partito alla volta dell’America in cerca di quello che pare essegli negato qui in Italia. Purtroppo la realtà sarà decisamente diversa. La dura vita della fabbrica lo porterà ad abbracciare ideali di rivolta e giustizia sociale. La privazioni non possono che produrre risentimento ed odio. Soprattutto laddove l’ignoranza abbonda e domina inconstrastata. Da tutto ciò pare quasi che l’establishment statunitense arrivi a trarre beneficio, esercitando il proprio ruolo di “gendarme” che sorveglia e reprime sul nascere forte della propria autorità. Fattosi ancora più forte in nome di una presunta “rivoluzione bolscevica”.

Sembra di essere realmente catapultati in una realtà romanzesca, mentre invece è tutto drammaticamente vero. I personaggi, per quanto possano sembrare creati ad arte, sono quanto di più reale. Sono le situazioni per certi versi grottesche che spiazzano la nostra visione. La capacità dell’autore è quella di rendere tutto quanto in modo fluido, senza caricare di pathos la già di per sè pesante situazione contingente in cui ci si muove. Anche se l’arco temporale alla fine risulta decisamente ampio, la scrittura non risente del salto e riesce a mantenere saldamente connessi durante la lettura. Non ci sono forzature o prese di posizione. C’è solo il dettagliatissimo resoconto di fatti realmente accaduti. Spetterà a noi poi, in seconda battuta trarre le conclusioni a fine lettura.

La figura di Mario Buda non è quella dell’eroe per antonomasia. È di difficile collocazione. Se gli ideali non possono non essere condivisibili, la scelta della “lotta armata” lascia ben più di un dubbio. È l’eterna diatriba su come combattere la lotta di classe e con che mezzi. Ad oggi una risposta definitiva non è ancora stata data e non sarò certo io a farlo. Io posso solo invitarvi a leggere questo libro e a riflettere sui numerosi spunti che ci fornisce. Il resto lo dirà il tempo, come quasi sempre accade.

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Una risposta a Grandangolo: “NERO D’INFERNO” di MATTEO CAVEZZALI [MONDADORI]

  1. patrizia debicke ha detto:

    Molto interessante

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