“Il caso Elisa Claps” di Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani (Armando Edizioni)

Il caso Elisa Claps. Storia di un serial killer e delle sue vittimeRecensione di Patrizia Debicke

L’omicidio di Elisa Claps, la ragazza sepolta per 17 anni nella soffitta di una chiesa fu il primo. E Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani partono di là, per ricostruire la storia. L’aletta di copertina recita con precisione:«Ci sono voluti 17 anni per mettere fine alle indagini sull’omicidio di Elisa Claps. Dal 1993 al 2010, anno del suo ritrovamento nel sottotetto di una chiesa nel centro di Potenza, succede di tutto: false piste, testimoni che mentono inconsapevolmente, sospetti, depistaggi, un assassino impossibile da incastrare, errori investigativi, sacerdoti che inquinano le acque, una chiesa che custodisce un cadavere, un nuovo barbaro omicidio in Inghilterra, quello di Heather Barnett nel 2002»…. Il criminale, un mostro senza pietà, indubbiamente un caso clinico da manuale era Danilo Restivo. Elisa Claps era una ragazzina che frequentava il primo anno del liceo classico.

A quindici anni, timidissima, insicura, guardava il mondo da dietro i suoi occhiali ovali e il suo grande sorriso. Non diffidava di nessuno, prendeva solo delle gran cotte. Non diffidava neppure di Danilo, quel ragazzone goffo, impacciato che la corteggiava da un anno, senza successo. Danilo Restivo era conosciuto da tutti come problematico, anche se lo si pensava innocuo.. Figlio del direttore della Biblioteca nazionale di Potenza, avvocato, pittore, scultore, Maurizio Restivo persona apprezzata da tutti che da anni si era trasferito in città. Anche don Mimì Sabia, parroco della chiesa della Santissima Trinità, lo stimava. La posizione del padre Restivo aveva fatto perdonare certe stranezze del figlio, quali appostarsi in autobus dietro le ragazze per tagliar loro ciocche di capelli. E in diversi casi l’avvocato Restivo era intervenuto per coprire il figlio come nel 1986, quando a 14 anni aveva ferito un ragazzino con un trincetto. Il processo a carico era stato archiviato per amnistia e il ferito risarcito con un milione. Poi, a diciotto anni, Danilo Restivo era stato denunciato per stalking e il relativo processo si era chiuso con un patteggiamento. Ma Elisa non sapeva. Da un anno Danilo la tampinava e lei, pur respingendolo, non aveva il coraggio di liquidarlo, così, quando l’11 settembre, un sabato, lui le propose un appuntamento il giorno dopo per darle un regalo, si lasciò incantare. Uscì con un’amica di casa, prima di incontrarlo da sola alla Basilica della Santissima Trinità. Entrò con lui e non uscì mai più. Qualche ora dopo Danilo passò dall’ospedale a farsi medicare un taglio sulla mano con i vestiti sporchi di sangue, dicendo ai medici di essere caduto. Alle due del pomeriggio la famiglia di Elisa cominciò a cercarla dappertutto. Fu allertata la polizia. I genitori e il fratello parlarono di Restivo come di un corteggiatore fastidioso a Falicia Genovese, il pubblico ministero incaricato, e Restivo, interrogato dichiarò di essere entrato in chiesa con Elisa ma poi… Nei giorni successivi il parroco, Don Mimì Sabìa, come aveva programmato si allontanò e, durante la sua vacanza, la Chiesa restò chiusa persino per gli inquirenti. L’inchiesta sotto l’ala del sostituto procuratore de Magistris dilagò a macchia d’olio. Praticamente tutta Potenza finì indagata. Ci furono falsi avvistamenti, orchestrati anche abilmente dallo stesso Restivo, ma a conti fatti anche il magistrato salernitano, che in seguito ereditò l’indagine, si trovò con nulla in mano. Non erano stati sequestrati i vestiti sporchi di sangue dell’unico sospettato (e mai indagato dalla Genovese), non era mai stata effettuata una perquisizione né in casa, né in chiesa. E nessuna perizia psichiatrica su Restivo, nonostante i segni di una personalità disturbata. Da qualsiasi punto di vista si guardasse l’indagine c’erano solo lacune e omissioni. Restivo infatti, dopo la scomparsa di Elisa, pur implicato nella faccenda fu lasciato libero di andare a Napoli per un concorso e qualche tempo dopo, con il diploma di odontotecnico che aveva conseguito a fatica a 21 anni in un istituto privato, fu allontanato. Per tutto il tempo in cui era rimasto a Potenza additato dalla gente come un mostro, aveva tentato di depistare le indagini. Nel 1999, da una sala giochi della città, spedì una mail con scritto che Elisa stava bene, era in Brasile e non voleva essere cercata. Intanto a Potenza qualcuno aveva cancellato la parola ‘santissima’ dalla targa all’esterno della Basilica della Trinità. Aleggiava il sospetto che don Mimì avesse coperto segreti inconfessabili. Il padre di Danilo Restivo trovò un lavoro al figlio a Roma, ma lui si trasferì a Rimini, da dove fuggì dopo un’ennesima denuncia. In tutto questo periodo aveva continuato a molestare donne e a insistere con la parafilia, collezionando ciocche di capelli di ogni tipo, e non solo. Le sue perversioni, lontano dal controllo dei parenti continuarono a peggiorare. Le sue vittime erano sempre donne con difetti fisici, fragili e manipolabili. Cominciò una relazione virtuale con Fiamma Marsango, una donna di 15 anni più vecchia di lui, obesa e che viveva a Bornmouth, nel Regno Unito. Andò a trovarla, la sposò e si trasferì nel suo appartamento davanti a quello di Heather Barnett, una donna separata che faceva la sarta ed era madre di due figli di 11 e 14 anni. La povera Heather è condannata. Restivo che va a trovarla per ordinare delle tende per la camera di sua moglie e qualche giorno dopo, il 12 novembre, 2002,  i ragazzi della Barnett, di ritorno da scuola, trovano la mamma in bagno, con il reggiseno strappato, i seni mutilati e la testa staccata dal collo. In mano stringe ciocche dei suoi capelli e altre di sconosciute. Passa poco tempo e nel mirino degli inquirenti finisce il dirimpettaio della vittima, Danilo Restivo, Nel suo appartamento trovano centinaia di ciocche di capelli, foto oscene con donne affette da handicap, tra cui la moglie Fiamma, e decine di articoli riguardanti casi di pedofilia. Ma lui ha un alibi che regge. E tuttavia lo tengono d’occhio e lo sorprendono a spiare delle donne al parco. L’arrestano, però Restivo è furbo e riesce a cavarsela, Ma gli inglesi scavano più a fondo. Salta fuori la storia di Elisa Claps. Lo mettono in sorveglianza per un lunghissimo periodo di tempo, continuano a pedinarlo per ben 14 mesi, ma invano. Poi nel 2006 Danilo ci ricasca con le sue bravate in Inghilterra e l’arrestano di nuovo. Poca roba, ma intanto in Italia il pool della Squadra Mobile di Potenza riesamina tutta la documentazione del caso Claps. Nel luglio 2007 vanno in missione nel Dorset, nel computer di Restivo figurano foto di donne scomparse e poi… Intanto in Italia don Mimì è morto e la chiesa è passata nelle mani del giovane don Wagno, che il 17 marzo del 2010, avverte le autorità di una macabra scoperta fatta dagli operai venuti a controllare una perdita d’acqua, nel sottotetto della canonica. Sotto un mucchio di tegole c’è un corpo mummificato, accanto al quale giace un vecchio paio di occhiali. Dopo diciassette anni di oblio Elisa lascia finalmente la chiesa della Santissima Trinità, confermando quanto si era sempre sospettato: Don Mimì custodiva nella soffitta della chiesa il corpo della vittima di Restivo. Elisa era stata accoltellata 13 volte, ma lo stato dei suoi resti non ha permesso di capire se ci sia stata violenza sessuale. Ma un cosa è certa: diciotto anni prima, Elisa fu trascinata in soffitta da Danilo Restivo, che le strappò i vestiti e la uccise. Nel Dorset i giudici possono finalmente processare Restivo per l’omicidio di Heather, essendo emerso, grazie al ritrovamento di Elisa, lo steso modus operandi per i due delitti. Anche a Elisa infatti erano state tagliate delle ciocche di capelli. Il 30 giugno 2011 Danilo Restivo, fu condannato all’ergastolo dalla Crown Court di Winchester per l’omicidio di Heather Barnett. L’8 novembre 2011, presso il Tribunale di Salerno viene celebrato con rito abbreviato il processo a carico di Restivo, per l’omicidio di Elisa Claps con la condanna a trent’anni di carcere. Sanvitale e Palmegiani hanno studiato a fondo il caso, sfogliando fascicoli, sviscerando tutti i documenti in materia e pian piano sono arrivati a ricostruire minuziosamente la storia e la poi scontata correlazione tra i due delitti. Non si sono tirati mai indietro. Sono andati a scartabellare tra le carte di magistrati che imboccarono altre possibili piste, lasciandosi fuorviare, hanno mangiato la polvere di corposi faldoni dei tribunali e sono andati sulla scena del crimine, salendo una a una tutte le scale che portano all’attichetto della chiesa, la soffitta incriminata trasformata in cimitero. Hanno visto con i loro occhi. Hanno riparlato con i testimoni, nell’intento di spiegare i comportamenti dei protagonisti di una delle storie nere più omertosa e tragica mai avvenuta nell’ultimo secolo. Con pazienza e ostinazione hanno affrontato un faticoso percorso a ostacoli per sviscerare un dramma reale dove talvolta il confine tra fiction e verità diventa sottilissimo addirittura impercettibile. Anzi la realtà va oltre la fiction. Tutta la storia Il caso Elisa Claps è stata impostata quasi come un continuo botta e risposta tra i due autori che funziona efficacemente per incuriosire il lettore. C’erano stati altri interventi di restauro nella soffitta della chiesa durante gli anni precedenti. Possibile che nessuno tra religiosi, addetti alle pulizie o operai non abbia mai visto e saputo qualcosa? Ma a conti fatti qual è la conclusione? Possibile che passati ventiquattro anni la famiglia di Elisa aspetta ancora di sapere chi e perché insabbiò l’omicidio della figlia?

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