GRANDANDOLO: “Appartamento 401” di Shuichi Yoshida [Feltrinelli]

Risultati immagini per "Appartamento 401" di Shuichi Yoshida [Feltrinelli]Recensione di Marco Valenti

Il mio primo incontro con Yoshida Shuichi risale allo scorso anno quando una cara amica pensò bene di regalarmi “L’uomo che voleva uccidermi”, volume che in un attimo entrò nel ristretto ambito dei preferiti, al punto di farmi attendere con impazienza il successivo. È proprio con questa mal celata impazienza che mi sono finalmente avvicinato al recentissimo “Appartamento 401”, uscito alcuni mesi fa per Feltrinelli. Che poi, a dirla tutta, si tratta della ristampa [la prima per l’Italia] del suo libro di debutto del 2002, ma questo è solo un dettaglio secondario. L’importante è avere tra le mani qualcosa da leggere.

Detto che la mia passione per gli scrittori [ma più in generale per la cultura] del Sol Levante è cosa che si perde nella notte dei tempi, non posso non convenire con chi leggendo questa recensione possa tacciarmi di faziosità. Cercherò quindi di essere il più imparziale possibile.

L’appartamento 401 è il mondo in cui vivono [ed in alcuni casi vegetano] quattro giovani giapponesi. Siamo nel quartiere Setagaya a Tokyo, a due passi dall’ordinatissimo caos di Shibuya, in un’oasi di tranquillità e pace, nonostante il distretto sia uno dei più popolosi.

Ryosuke, Kotomi, Mirai e Naoki condividono lo spazio dell’appartamento in modo assolutamente pacifico, presi dalle priorità che hanno deciso di dare alle proprie esistenze. Del tutto autonomi e scollegati gli uni dagli altri procedono in modo disinteressato come se gli altri quasi non esistessero. I loro problemi si manifestano non appena escono dalle mura di casa e si confrontano con il mondo esterno. Sullo sfondo delle loro apatiche esistenze nel quartiere iniziano a manifestarsi inquietanti episodi di intolleranza a danno di giovani donne. I quattro, scossi ma non troppo dagli avvenimenti che li sfiorano, cercano di restare a galla e non deragliare nell’immensità della megalopoli nipponica.

Un romanzo che lascia da parte l’aspetto noir del precedente e si concentra sull’incomunicabilità della società giapponese contemporanea, andando a sondare l’intimo di una popolazione che deve scendere a patti con un’eccesso di tecnologizzazione che non può non avere effetti spersonizzanti, soprattutto sui più giovani.

“Appartamento 401” è come la stragrande maggioranza dei libri nipponici un malinconico strumento con cui scavare in profondità dentro noi stessi, cercando i grandi perchè delle nostre esistenze. Shuichi in questo caso pone l’accento sull’empatia e su tutto ciò che abbiamo recentemente smarrito nei rapporti umani. La coralità delle voci lo rende una moderna fiaba che esula dal tempo e che proprio grazie all’alternanza di voci e di punti di vista affascina con il suo potere ipnotico.

I ragazzi [che rappresentano lo strumento per raccontare l’alienazione sociale] sono quanto di più eterogeneo possa esserci, non a caso condividono solo lo spazio vitale all’interno del piccolo appartamento e nulla più. Ognuno ha la propria distinta [se non opposta] visione degli avvenimenti che colorano la loro sbiadita e statica esistenza. La loro è una convivenza forzata, assolutamente non voluta, ma necessaria per limitare i danni collaterali del costo della vita. Si ha la sensazione che in fondo non solo non si conoscano ma che nemmeno sentano la necessità di approfondire questa lacuna. Sfiorano l’indifferenza reciproca. E qui non possiamo non porci la domanda che probabilmente Shuichi ci suggerisce: conosciamo davvero le persone con cui condividiamo i nostri spazi? Domanda a cui mi sento di aggiungere: il vero confronto che si possa portare a trovare la nostra reale dimensione è però con gli altri o con noi stessi? Siamo quindi noi stessi oppure interpretiamo un ruolo che la società ci chiede di interpretare?

L’appartamento alla fine è lo strumento migliore per difenderci dall’oppressione del mondo esterno. È il nido in cui ci rintaniamo e dove evitiamo di porci troppe domande preferendo una tranquillità almeno appartente alla confusione e agli eccessi di stimoli esterni. Chiusi nel nostro guscio risentiamo in modo minore dei problemi della vita di tutti i giorni.

La critica al Giappone contemporaneo è tutt’altro che velata, e tenendo conto che il libro è come detto del 2002 sarei curioso di sapere che ne pensa Shuichi della deriva ulteriormente isolazionista che abbiamo preso negli ultimi vent’anni. Una società che appare sempre meno nitida. Impercettibilmente distopica, come un’immagine che nascosta dietro un vetro polveroso perde nitidezza, lasciandoci intravedere solo i controrni.

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