GRANDANDOLO: “Il tribunale degli uccelli” di Agnes Ravatn [Marsilio]

Recensione di Marco Valenti

Questo della Ravatn è uno di quei libri che lasciano interdetti una volta conclusi. Pensi di aver capito tutto ciò che l’autrice vuole dire ma poi man mano che lo metabolizzi ti rendi conto che ci sono un sacco di dettagli che hai tralasciato e che possono farti rivalutare il tutto da una diversa prospettiva. A partire dal titolo, così ambiguo e per nulla conforme all’idea che ti sei fatto della vicenda.

Allis è un’ex giornalista televisiva di successo che ha deciso di abbandonare tutto e di ricominciare una nuova vita lontano da quel mondo in cui ha gravitato fino a ieri. Ha accettato un posto di domestica tuttofare in una magione isolata alle rive di un fiordo dove vive l’ombroso e misterioso Sigurd pur di lasciarsi alle spalle quello scandalo sentimentale che l’ha ferita. Ripartire da zero, dove nessuno ti conosce. Ricominciare una nuova vita rimettendosi in gioco in un ambito del tutto sconosciuto lontana dall’attenzione mediatica cui è abituata.

I due non entreranno forse mai in collisione, fermi sulle proprie distinte posizioni, troppo diversi per poter apparire conciliabili. In comune tra loro solo un passato oscuro che nessuno dei due intende rendere palese. La vita scorre apparentemente silente, con i due che proseguono nelle rispettive routine, mentre i giorni si susseguono esattamente identici come fossero la penitenza da espiare per le predenti malefatte. A condire il tutto c’è questo senso di imminente tragedia che pare potersi materializzare da un momento all’altro. Il ericolo potrebbe irrompere nelle loro vite sbaragliando quella tranquillità almeno apparente che si sono ricreati. Non è dato però sapere quando dove e perchè. Tutto può mutare ogni pagina, così come restare immutato. Il tutto senza però perdere di intensità. È questa la grande capacità dell’autrice. Giocare con la tensione senza far succedere apparentemente nulla. Mentre invece “dentro” il tarlo del dubbio si muove e rode le certezze. Come in un’infinita partita a scacchi.

L’inquietudine si respira costantemente. Si insinua sottopelle e cresce in modo ingravescente di pari passo con la suspense anche grazie alla sfuggevolezza e al mistero dei due che sono tutto tranne che trasparenti anche nelle quotidianità che condividono come nei momenti dei pasti. Siamo di fronte ad un giallo tutt’altro che convenzionale. Il mistero si dipana strada facendo nonostante manchino gli elementi classici che caratterizzano il genere. In particolare l’elemento criminoso che non viene mai raccontato, segno che potrebbe essere già accaduto come potrebbe essere qualcosa che accadrà. Questo non è dato saperlo, almeno in partenza.

Il vero protagonista del romanzo è la natura incontaminata. Foreste, fiordi, animali e natura selvaggia costituiscono la costante dominante della narrazione creando quel senso di impalpabile ma oscura e silente presenza che circonda questa storia in cui nessuno è davvero come appare. La natura circostante, magica e imperturbabile osserva ma non interviene. Il seducente paesaggio nordico alimenta il senso di disagio di una vicenda in cui la paura [reale o immaginaria che sia] aleggia e domina lo scenario fiabesco del fiordo mentre i due ambigui, sfuggenti ed indecifrabili vivono il silenzio.

Le grida e la presenza costante degli uccelli che sfidano la profondità delle acque riportano alla mente atmosfere hitchcockiane così come il senso di oppressione e di paranoia da stanze chiuse non può non far pensare al cinema di Kubrick. Non a caso la casa e la natura paiono vivere di vita propria. La prima con il suo claustrofobico e misterioso silenzio, la seconda con la sua presenza cupa ed opprimente solo apparentemente defilata.

Il libro racconta sostanzialmente un passato che non può restare celato all’infinito. Perchè come sempre il passato non dimentica e resta legato alla sua natura. Il passato, è bene ricordarlo, è un qualcosa che resta sempre in agguato, pronto a colpire quando meno te lo aspetti, perchè anche se tu puoi chiudere con il passato è il passato a non chiudere con te.

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